BRETT SHAPIRO E L’INTRUSO

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Fabio Canino ha intervistato Brett Shapiro, autore del famoso libro autobiografico "L'intruso" in cui racconta della malattia del compagno morto di Aids nel 1992.

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Brett Shapiro, scrittore, americano di Philadelphia, probabilmente quando si mise con Giovanni Forte non si sarebbe mai immaginato che la sua vita sarebbe stata travolta dagli eventi tanto da fargli cambiare il corso che si era prestabilito. Ma così fu. Vivevano a New York, dove si erano conosciuti nel giugno del 1990, insieme ai loro rispettivi figli, Stefano e Zachary. Brett scriveva per alcuni giornali ed insegnava al Baruch College, Giovanni era il corrispondente dell’"Espresso" dagli Stati Uniti. Decidono anche di sposarsi. Una grande storia d’amore. Giovanni è già sieropositivo quando incontra Brett. Purtroppo poco tempo dopo l’inizio della loro convivenza la malattia degenera e si insinua come un "intruso" nella loro relazione. Giovanni trova il coraggio di scrivere la sua storia sull’"Espresso" che gli dedica anche la copertina, facendo conoscere anche in Italia la storia. Il 3 Aprile 1992, a 38 anni, Giovanni muore a Roma, dove si era trasferito con Brett l’ottobre precedente.

Brett decide di raccontare la loro grande storia d’amore, il loro progetto familiare, in un libro, "L’intruso" (Universale Economica Feltrinelli) che è diventato anche uno spettacolo teatrale presentato da poco anche a Roma.

Ho incontrato Brett nella sua casa di Monteverde a Roma dove vive con il suo nuovo compagno e…(il destino….ineluttabile) i loro due rispettivi figli.

Brett, tu e Giovanni siete stati i primi in Italia a parlare (e a far parlare) di "famiglia allargata". Attraverso la vostra storia bella e dolorosa avete aperto un varco…

Sì, la mia famiglia non tradizionale, cioè con Giovanni e i nostri due figli, era abbastanza normale in America. La mia omosessualità era stata accettata da quando avevo sedici anni. In più a New York ero circondato da altri amici gay che avevano bambini. Quindi portare tutto questo mondo fuori contesto, per me non significava niente. Io volevo continuare la mia vita come l’avevo costruita io. Per Giovanni è stato un pò più difficile. Mi ricordo che quando scrisse l’articolo in ospedale (dell’"Espresso" ndr) ci pensò tantissimo prima di decidere di pubblicarlo. Non solo per la storia che raccontava, ma anche perchè avrebbe dovuto fare i conti con la realtà italiana e con l’AIDS che fino a quel momento aveva sempre messo da parte.

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