Catherine Opie, l’arte lesbo sbarca al Guggenheim

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Fino al 7 gennaio la mostra della fotografa lesbica Catherine Opie, considerata la 'Mapplethorpe dyke americana'. Dai ritratti in chiave sadomaso alle scene casalinghe della sua famiglia allargata.

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I media l’hanno già etichettata "la Mapplethorpe lesbica" (tra l’altro lei stessa ha curato la sua mostra Pictures Pictures a Los Angeles) per la forza prorompente delle sue provocazioni visive. Catherine Opie, fotografa quarantasettenne nata in Ohio e di stanza a Los Angeles, lesbica militante, è sbarcata al Guggenheim di New York – cinque anni dopo la partecipazione a una collettiva a Bilbao – con la personale American Photographer visibile fino al 7 gennaio 2009.

Un’artista ancora poco nota in Italia, dalla doppia anima: da un lato trasgressiva e non allineata, come testimonia la raccolta di ritratti Being and Having dallo sfondo monocromatico in cui campeggiano esponenti della comunità queer di San Francisco dalla sessualità fluttuante, quali drag kings, transgender, il body performer Ron Athey ma anche la stessa Opie con vistose scarificazioni sulla pelle, aghi in quantità conficcati nella pelle, maschere leather; dall’altra i quieti ritratti casalinghi alla Nan Goldin che in realtà sono ben più rivoluzionari per il messaggio sociale

che sottintendono, visto che la famiglia della Opie non è certo convenzionale: fidanzata con Catherine Julie Burleigh, mamma naturale di Sarah, ha avuto un figlio, Oliver, dal gallerista Rodney Hill. Ecco quindi l’amato piccolo che sorride in piedi su una sedia indossando un favoloso gonnellino babycamp: «Oliver non vive in una famiglia tradizionale dove il papà fa il coach di football» spiega Catherine Opie. «Quindi non non si è mai vergognato di volere un tutù e una coroncina. Ora ha sei anni e vuole solo giocare con i Pokemon e uccidere alieni sulla Xbox. Oliver sta sperimentando per vedere che cosa gli piace di più».

La svolta nella carriera della Opie è rappresentata però da un approccio naturalistico attraverso fotografie del tutto diverse, in cui ritrae case di pescatori in Minnesota, fastose abitazioni di Los Angeles, le freeways californiane. Creando un po’ di sconcerto tra i suoi ammiratori della prima ora. «Molti sono rimasti spiazzati» aggiunge la Opie. «Quei lavori legati alla modificazione del corpo e alla mia appartenenza al mondo queer di San Francisco avevano attratto molta attenzione, ma anche troppe etichette facili. Non sono monodimensionale. Così, invece di puntare su soggetti queer, ho cercato di espandere un messaggio queer».

Un chiaro esempio di quello slittamento sempre più marcato nell’arte contemporanea della commistione tra sottoculture underground e codici dominanti, a riprova di un forte bisogno di ricerca d’identità in dialogo coi modelli sociali vigenti. Ciò garantisce senza dubbio una fruibilità più immediata da parte di un pubblico ormai trasversale ma resta evidente il rischio di una frammentazione identitaria che la comunità queer, da sempre antesignana dei bradisismi antropologici, sta somatizzando più di ogni altro gruppo sociale. Nell’arte come nella vita.

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