CHI HA PAURA DI LEAVITT?

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"Martin Bauman" è il suo nuovo romanzo. Un'autobiografia disinvolta ma reticente. Tra i primi approcci gay a New York e scene di famiglia, la crescita interiore di uno...

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"Uno scrittore nato, uno che scrive con la stessa facilità con cui respira.". Questa frase tratta dall’ultima fatica di David Leavitt, MARTIN BAUMAN (Mondadori, pp.449, €17,60, clicca qui per acquistarlo) sembra riassumere al meglio la qualità principale del libro che pone l’agilità della scrittura e della strutturazione narrativa al centro del suo fluido scorrere in mille rivoli diversi, che mai sfuggono all’attenzione dell’autore – e alla bravura della sua traduttrice Delfina Vezzoli.

Rimarranno un po’ delusi coloro i quali, abituati alle storie vagamente intriganti e alle americanissime descrizioni di amplessi tutti uguali, cercheranno nel libro piccanti rivelazioni sulla vita intima di Leavitt. L’autore ha alzato il tiro e, servendosi della sua straordinaria abilità di scrittura, conferendole anzi nuovo vigore, scrive un’autobiografia disinvolta e reticente insieme, nella quale assistiamo alla maturazione letteraria e sessuale del giovane Martin Bauman. Il protagonista muove i suoi primi passi nell’ambiente universitario, sotto la guida di Stanley Flint, insegnante di scrittura poliedrico e umorale, scrittore di fama, editore rigoroso, modello da imitare ma anche da superare; la descrizione dell’agile carriera si alterna a quella dei primi approcci con il sesso e con l’ambiente omosessuale newyorchese, prevalentemente ebraico e editoriale, che si rivela appassionante anche per noi che non siamo capaci di collegare i meravigliosi ritratti di Leavitt alle facce reali dei personaggi.

Non mancano neppure scene d’ambito familiare, già note agli affezionati lettori di "BALLO DI FAMIGLIA" e "EGUALI AMORI", anche se Leavitt è in questo senso più cauto, perché consapevole di aver usato molte delle tematiche nei suoi libri precedenti. E sta proprio qui, a nostro avviso, la ritrovata grandezza di Leavitt, nel saper gestire il labile confine tra autobiografia e romanzo, intervenendo nella narrazione con una naturalezza disarmante, per riannodarne le fila, o semplicemente per ringraziare un amico che anni prima gli è stato vicino. Un libro "sincero" dunque, come sanno esserlo gli strappalacrime hollywoodiani e i cartoni animati tanto amati dal protagonista. Possibile, ci chiediamo a questo punto, che il cosmopolita Leavitt laddove approfondisce tematiche come l’omosessualità, l’ebraismo, la malattia riesca a farlo soltanto attraverso le risposte certe dell’autoanalisi all’americana? Dove sono il tormento, le paure, le incertezze? Ecco a noi sembra che Leavitt più che nascondere riesca a invogliare, più che mascherare riesca a incitare il lettore a smascherarlo, a scoprire tra le Diet-coke, i cocktail-party e i loft eleganti di Manhattan il tarlo tenace della vera letteratura, che attende al varco tutti gli scrittori e cui Leavitt si inchina con maestria, riconoscenza e umiltà.

di Tiziano Togni

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