COMING OUT FORZATO TRA LE TORRI

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Negli anni '80 a Bologna, Aids e omosessualità facevano ancora tanta paura. Marco Ganzetto racconta la sua vita di allora in "Come un pugno di farina". L'intervista.

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Torna il Ganzetto, l’autore celebrato di “La Stagione della Patata Dolce“, il romanzo che, uscito due anni fa per i tipi di Zoe, ha raccolto centinaia di entusiastici consensi, diventando uno dei libri più venduti della editoria di settore. Ora la stessa editrice pubblica una nuova opera fortemente autobiografica, intitolata “Come un pugno di farina” (142 pagine, 9.50 €) che segue il protagonista, Marco, detto appunto il Ganzetto, nel percorso di “rivelazione forzata” della sua omosessualità con gli amici del paese, e nell’avvicinamento a quel misterioso mondo che era l’Aids negli anni ’80.
Siamo nella provincia emiliana, dove Marco bivacca con il suo gruppo di amici da sempre. Ma da poco, il giovane ha preso a seguire i corsi universitari a Bologna, dove, segretamente, si accosta al nascente mondo gay: i primi locali, le amicizie, i personaggi del mondo dell’associazionismo. E’ qui che Marco con l’amico Pier decidono di affrontare lo stress psicologico del test anti-Hiv, per indagare più a fondo questa nuova malattia di cui poco si sa ancora, a parte rappresentarla con le più terribili immagini di morte. Ma il disperato tentativo di Marco il Ganzetto di tenere separati i due mondi in cui si divide crollerà alla fine del romanzo sotto i colpi inferti dagli amici che è ormai impossibile tenere all’oscuro.

Rispetto al primo romanzo, in “Come un pugno di farina” lo stile di Marco Ganzetto si rivela più articolato: la passione con cui l’autore compone soprattutto le prime pagine del libro porta ad una scrittura a tratti ostica, che potrebbe scoraggiare qualcuno dal proseguire la lettura. Ma la narrazione decolla solo nella seconda parte dell’opera, evidenziando il carattere funzionale dello stile pomposo. E anche nei contenuti, questa seconda opera prende le distanze dalla prima; per capirne i motivi, abbiamo girato al domanda proprio all’autore.
Come sei passato da La stagione della Patata Dolce a Come un pugno di farina?
Conclusasi l’epoca delle vicissitudini amorose e disattese di Marco-Sweetpotato, vorrei provare ad interessare il lettore con le imprese di Marco-il-Ganzetto, frequentatore gaudente dei vari bar di paese, compagnone socievole ma inconcludente, sempre a zonzo con gli amici, donnaiolo per tutto il mondo, omosessuale nell’intimità. Vorrei provare a raccontare cosa passa per la testa di una persona che scopre la propria omosessualità a vent’anni e in un contesto di provincia. Una persona che, per ragioni sue, non desidera confidare il proprio lacerante segreto agli amici. Dopo un romanzo d’amore, dunque, un romanzo sull’amicizia, per certi aspetti molto diverso dal precedente, anche in quanto a taglio stilistico. Peraltro, il passo tra questi due importanti temi, amore e amicizia, è più breve di quanto si pensi: il mio Ganzetto si troverà coinvolto, con e a causa dei suoi amici eterosessuali di borgata, in furenti litigate, in drammatiche scenate. Sarà oggetto di rancori e di gelosie, nonché vittima finale di un trabocchetto in perfetto stile otelliano: quello del coming out forzato.
Il tema dell’amicizia è particolarmente caro a me, che non esiterei a barattare un solo, vero amico con mille inconcludenti storie d’amore.
La Stagione della Patata Dolce è stato un discreto successo. Anche tenendo conto di quello che ti hanno scritto i lettori, come spieghi questa accoglienza?

Per anni, una certa corrente di pensiero ha inculcato l’inopportunità delle storie in cui la tenerezza prevaleva su tutti gli altri aspetti della narrazione. Mi riferisco alla moda del “no ai buoni sentimenti!”, quella che, giusto per fare un esempio, si era accanita contro gli spot pubblicitari di una nota casa emiliana, produttrice di pasta, il cui nome inizia per “B”, come Barilla. A dispetto di ciò, evidentemente vi è una non trascurabile fascia di pubblico che ama ancora farsi raccontare storie dolci e dilettevoli o, se mi passi la desueta locuzione, ricche di sentimento, di conflitti sommessamente bisbigliati e di emozioni garbate. D’altronde, se la narrativa è pretesto di evasione, potrebbe anche essere che la gente si sia un po’ stufata di leggere dure cronache di vita vissuta che, oltre a raccontare sempre gli stessi casi difficili, con lo stesso linguaggio e le stesse modalità, inducono a crude, spiacevoli e amare riflessioni, per quanto veritiere possano mai essere.
Nell’ambito della cosiddetta letteratura gay, ho notato non essere pochi gli autori che indulgono sugli aspetti più deteriori dei loro protagonisti omosessuali, per poi creare attorno ad essi un forte conflitto narrativo. Lo scopo è certamente quello di non banalizzarli, di renderli meno personaggi-letterari e più simili ai ragazzi o alle ragazze che s’incontrano oggi. L’effetto collaterale è che questi anti-eroi possono alfine risultare talmente simili a chi li legge da far perdere al pubblico ogni voglia di stupirsi.
I tuoi romanzi vengono letti solo da un pubblico gay? Come reagisce il lettore etero?
Quando scrivo, non perdo mai di vista la consapevolezza che tra i miei potenziali lettori ci potrebbero essere delle persone eterosessuali, dotate di una propria sensibilità. Ecco perché, nei miei racconti, non saranno mai descritte crude scene di sesso consumate in darkroom, saune e via dicendo. Al lettore etero non potrebbe importarne di meno, mentre il lettore gay le conosce a menadito, ragion per cui sarebbe del tutto inutile proporle. Ad essere sincero, non ho mai gradito troppo l’appellativo di scrittore gay, epiteto col quale mi ritrovo ovunque etichettato, mio malgrado. Curiosamente, mentre la minoranza omosessuale anela al traguardo dell’integrazione su tutti i fronti, nasce un filone di letteratura gay di cui già il nome stesso aleggia come lo spettro di una ghettizzazione culturale. Vorrei insomma che questi scrittori gay si volessero far conoscere da un pubblico non solamente di settore, poiché tante sono le cose interessanti da raccontare, a tutti. Ciò premesso, non ho mai ricevuto una sola critica negativa dai lettori eterosessuali, la maggior parte dei quali – per la cronaca – risulta essere di sesso femminile, mentre invece le poche disapprovazioni mi giungono da alcuni gay maschi militanti. Temo che questi ultimi, che hanno dure esperienze di lotta cucite sulla pelle, assieme al mio inconfutabile rispetto, possano ravvisare, nel modo che mi è proprio di vivere e di descrivere la condizione sofferta di un gay che non desidera dichiararsi, elementi lesivi alla causa attivista. Me ne duole, e a loro vorrei rispondere con un’autocitazione. A pagina 48, il protagonista del mio romanzo si trova a chiacchierare intimamente con Lele La Giraffa, personaggio “visibile” che si diverte a mettere in imbarazzo il povero gay celato e impacciato al suo primo debutto in una discoteca per omosessuali. Di fronte agli atteggiamenti un po’ spacconi e arroganti del provocatore, il protagonista ostenta una tollerante indifferenza, pacata, ben conscio “della fatica quando si tratta di persuadere la gente convinta come Lele che non tutte le realtà si somigliano“.
Posso aggiungere, per contro e per esperienza personale, che non sempre gli attivisti si dimostrano altrettanto tolleranti con chi non sposa la comune causa alla loro stessa maniera.
Come un pugno di farina è una storia autobiografica, in cui affronti alcuni temi importanti: il coming out, il rapporto con la provincia e gli amici, l’AIDS. Nel libro parli della tua esperienza di venti anni fa. Immagino che ora molto sia cambiato…
Sì, sì, grazie al cielo, sì…
I sinistri bagliori con cui ho preteso di inquietare il lettore hanno unicamente senso nel contesto dell’ambientazione del romanzo, cioè in una Bologna provinciale e impreparata degli anni ’80. Riferendomi all’AIDS, in particolare, tutti possiamo constatare quanto oggigiorno se ne sappia di più, in materia. Tra l’altro, i gay sono stati da subito i più pronti ad affrontare il problema nel novero – come si diceva allora – delle categorie a rischio. E’ altresì vero che noi dedichiamo molta cura al nostro corpo e quindi, di conseguenza, alla salute.
Nella Bologna del 1985, sottoporsi ai primi test anti HIV era un’impresa snervante non solo per gli ovvi patemi d’animo, ma anche a causa dell’enormità di tempo necessaria per prenotarsi nelle poche strutture organizzate e per ottenere una risposta. Oggi, fortunatamente, le cose sono cambiate in meglio anche se, mi risulta, ci sono ancora molti, troppi gay che, a dispetto dei progressi della conoscenza, non si sottopongono ai test. Dovrebbero farlo, assolutamente.
Una battuta su come Marco Ganzetto vede il movimento gay. Ci sarai al Pride di Grosseto?
Non sono mai stato ai Pride, mi sono sempre limitato ad adocchiarne alcune scene ai TG, ovviamente quelle più colorite, quelle che più infondono perplessità in me e in chi mi siede a fianco, e che però fanno notizia. Le uniche che i media gongolano nel trasmettere. Il giorno in cui, sui carri, in prima fila o davanti alle telecamere sfileranno persone in atteggiamenti più calati nel contesto della realtà in cui vivono e operano quotidianamente, ossia operai in tuta, giudici in toga, religiosi in veste, impiegati in camicia, persone normali, normalmente vestite, dimostrando così che potrebbero rinunciare all’idea di scuotere l’indifferenza generale imbellettandosi di piume e lustrini, nonché bardandosi di vistose appendici corporee posticce, potrei allora sentirmi rappresentato, e quindi motivato a partecipare. Sono consapevole che lo scopo è quello di portare l’opinione pubblica a conoscenza di una realtà troppo spesso dimenticata; ciò che a mio avviso potrebbe essere migliorato, e di molto, è il metodo, ancora troppo incline allo scandalo, allo show, allo choc, alla provocazione gratuita, spesso rigettata proprio da coloro ai quali il messaggio è diretto. Sto solo mettendo in dubbio l’efficienza del sistema, non le sue finalità. E vorrei che fosse chiaro. Chiaro come il fatto che una buona parte della società non recepisce l’ironia su cui si basano questi sistemi di comunicazione troppo ostensivi, tali che non rispecchiano tutte le realtà del nostro modus vivendi. O almeno, non del mio, né di tutti coloro che io mi ostino a voler frequentare.
Sito web: http://ganzetto.altervista.org/

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