“Comunità omosessuali”: la questione gay affrontata negli atenei

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E’ in libreria "Comunità Omosessuali": un saggio che fa il punto sul dibattito sull’omosessualità nelle università italiane. Ne parliamo con il curatore.

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A che punto è il dibattito in università sui temi gay? Prova a rispondere, confrontandosi con materie come il diritto, la psicologia, la sociologia e l’antropologia, il testo a più voci Comunità omosessuali le scienze sociali sulla popolazione lgbt (Franco Angeli 36 €) a cura di Fabio Corbisiero, sociologo dell’Università di Napoli.
Il libro è la sintesi a più voci di come la riflessione sull’omosessualità sta destando sempre più interesse nelle università italiane.
E lo studio di omosessuali, lesbiche e trans, che fino a ieri sembrava appartenere solo alla psicologia e alle materie affini, ha ormai avvicinato disparate materie di studio come la sociologia, il diritto, la linguistica, fino alla teologia.
Il percorso multidisciplinare, nonostante il linguaggio di alcuni saggisti in alcuni passi inutilmente difficile, è interessante perché volge uno sguardo davvero ampio a temi molto percorsi nel dibattito pubblico come la rivendicazione dei diritti e la lotta all’omofobia uscendo dalla dinamica chiassosa favorevoli contro contrari, e riportando l’attenzione al terreno neutro della scienza e dell’approfondimento. Con, in prospettiva, importanti ricadute anche in ambito politico.

Come nasce il tuo Comunità omosessuali?
Il volume nasce dall’idea di utilizzare la piattaforma scientifica come impulso al dibattito pubblico sul tema dell’omosessualità. Offriamo una prospettiva multidisciplinare e analiticamente varia sulla questione omosessuale che solo negli ultimi anni, grazie all’interesse e alla passione di numerosi studiosi, è diventata oggetto di teorizzazione e ricerca empirica. Il progetto editoriale di “Comunità Omosessuali” nasce con la collaborazione di colleghi del mondo accademico, dell’associazionismo lgbt e del mondo delle professioni.

In effetti raccogli molte voci di studiosi vicini alla militanza gay, se non coinvolti direttamente.
Si tratta di quelli che io stesso definisco “attivisti scientifici”, e cioè persone il cui contributo a questo volume rappresenta un robusto sostegno al definitivo superamento del concetto di omosessualità come condizione innaturale verso un paradigma post ideologico che parla di omosessualità come condizione “plurale” del comportamento umano.

Attraverso quali temi?
Si va dalle famiglie arcobaleno all’inserimento lavorativo delle persone transessuali; dall’amore tra persone dello stesso sesso letto in chiave teologica alla definitiva conquista degli spazi urbani degli LGBT.

C’è spazio anche per le teorie queer, il turismo gay, le terapie antigay e per gli omosessuali credenti. Ma nelle università quali sono i temi di indagine più rilevanti?
L’omosessualità oggi viene analizzata sulla base delle narrazioni (biografiche e istituzionali) e incorporata nelle esperienze dei soggetti. In altre parole, l’omosessualità è oggi considerata una delle componenti della nostra società e per questo “oggetto” di analisi.

Perché è una evoluzione importante?
E’ definitivamente tramontato l’approccio apocalittico di una certa scienza che legava le malattie sessualmente trasmissibili (su tutte l’HIV) ai comportamenti sessuali delle persone lgbt; l’analisi scientifica oggi punta a raccontarci qual è lo stile di vita delle donne e degli uomini omosessuali, dove vivono, in che tipologie familiari sono radicati, che lavoro fanno, quali difficoltà hanno nell’accesso ai servizi di welfare o nella rivendicazione dei propri diritti: insomma sono riconosciuti a pieno titolo come soggetti di analisi delle scienze sociali, al pari di tutti gli altri gruppi sociali, senza distinzioni teoriche o metodologiche.

Ma l’Università italiana da questo punto di vista sta crescendo?
Negli altri paesi, a partire dagli Stati Uniti, gli studi lgbt sono un filone scientifico trasversale a discipline diverse che vanno dalla sociologia alla biologia. In Italia invece il portato scientifico sul tema è davvero scarso. La sociologia italiana, per esempio, ha dedicato poco spazio agli studi omosessuali. Tranne rare antesignane eccezioni come il testo di Colombo e Barbagli sugli omosessuali “moderni” scritto un decennio fa, i colleghi sociologi si sono mostrati refrattari a questo argomento, lasciando campo libero ai colleghi psicologi, giuristi e medici.
Tuttavia la sociologia sta rimontando la china e oggi tanti giovani (e meno giovani) colleghi sono alle prese con la rappresentazione scientifica della comunità lgbt.

Come si può sollecitare un maggior impegno degli studiosi?
Secondo me in Italia c’è bisogno di una convergenza di strategie culturali. La promozione e la sensibilizzazione della cultura delle differenze va rafforzata attraverso i canali attualmente disponibili; dai mass media all’intero comparto educativo e formativo deve passare l’informazione che la società non è un unico omogeneo ma che si compone di aggregati differenti per età, per gruppo etnico, per genere e per orientamento sessuale. Si deve partire dall’infanzia e continuare fino ad investire l’intera popolazione. Il legislatore e la comunità scientifica dovrebbero interagire maggiormente con l’associazionismo e il movimento lgbt secondo quello che potremmo definire un “principio di sussidiarietà scientifica” per cui solo interagendo con la propria unità di analisi, gli omosessuali, se ne possono trattare adeguatamente aspetti e comportamenti.

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