DAL CONCLAVE USCÌ UN PAPA LAICO

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Frederick Rolfe, nel romanzo fantapolitico "Adriano VII", si identificò nel Sommo Pontefice. E descrive minuziosamente l'elezione con cui un prete novello viene fatto pontefice.

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Diventare papa, è la classica fantasia dei bambini che non avvertono la distanza tra realtà e megalomania, o degli artisti, naturalmente visionari, che abbattono schemi e concetti di realtà. Concetto che fa fare uno scivolone anche a Sigmund Freud, che prende un abbaglio autoreferenziale sul principio salvifico di realtà, che ne inficia l’efficacia.
La realtà è incontestabile nella nascita, nel tempo della crescita, nella morte; ma è la rappresentazione della realtà, a non poter essere bloccata in statiche certezze, che anzi, non si può far altro che scardinare sovvertendole. Infatti nelle religioni e nelle mitologie, nascita, tempo e morte, vengono completamente scombinate con modalità e caratteristiche per niente umane. Il papa considerato il rappresentante di Cristo in terra, come tele, non ha più connotati umani; è in questo contesto di complessità nel rapporto tra umano e divino, che si inserisce la ‘macchina’ letteraria di Frederick Rolfe. Un lucido delirio, uscito nel 1904.
Rolfe racconta di un tal George Rose, a suo tempo un aspirante sacerdote, che passati quindici anni da quando gli fu impedito l’accesso al sacerdozio, viene improvvisamente reintegrato, gli viene concesso lo status sacerdotale, e una settimana dopo, durante una ‘regolare’ seduta del conclave, è eletto papa, una partenza inizialmente autobiografica, in quanto ricalca la vita dell’autore.

Frederick Rolfe nacque a Londra in una famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo e subito dopo cercò di diventare sacerdote. Non gli riuscì; per le sue eccentricità fu cacciato due volte dal seminario, la prima volta in patria, la seconda a Roma. Ustionato da questo rifiuto, Rolfe si vide scaraventato nella volgare bolgia della vita, e divenne scrittore, per impedire al suo sogno di affievolire, e di volta in volta si identificò nei personaggi dei suoi romanzi; gentiluomini, patrizi, papi.
Il romanzo “Adriano VII“, è l’esempio di una frustrazione che diviene motivo propulsore di un processo creativo: se Rolfe fosse divenuto prete, non avremmo uno scrittore straordinariamente vivo ed attuale. La credibilità della fantasia rolfiana, è data da elementi assolutamente realistici; il romanzo inizia con Rose in preda all’apatia nella sua misera se pur funzionale soffitta; è un’intellettuale aristocratico ‘incastonato’ al centro della sua tana ‘torre d’avorio’ minuziosamente descritta come in una carrellata cinematografica (non a caso Rolfe per un periodo si dedicò alla pittura).
Ma ciò che affascina è il tono misticheggiante e miracolistico che emana il tutto in una immobilità infranta dall’irruzione di un gattino, unico interlocutore del misantropo protagonista.
L’iniziale torpore di un pomeriggio di noia, si stempera in una confessione ‘monologo interiore’ che è stata descritta come una seduta psicanalitica. Rolfe si mette a nudo, da questo momento, il lettore è soggiogato e irretito per sempre.
Il giorno successivo gli vengono annunciati due dignitari della chiesa di Roma, di cui uno vescovo, che riparando al torto perpetuato quindici anni prima, lo ordina sacerdote. Rose non fa in tempo a capacitarsi del suo viscerale cambiamento che la scena si sposta a Roma, in Vaticano, nella cappella Sistina, dove si sta svolgendo il conclave; Rose è presente come accompagnatore del vescovo. Dopo una complicata ed estenuante descrizione dei rituali per l’elezione del papa, il ‘laico’ Rose, viene eletto papa, e prende il nome di Adriano VII, succedendo nel nome ad Adriano VI, che fu l’ultimo papa straniero nel 1500.
Nella narrazione, non si deduce quanto tempo dura il pontificato di Adriano, si potrebbe ipotizzare meno di un anno, poiché Adriano VII rimane ucciso per mano di un socialista. I riferimenti espliciti a Leone XIII collocano l’azione agli inizi del secolo; Adriano appena eletto diventa schizzinosissimo, ordina che dai suoi appartamenti siano banditi broccati e fronzoli, e fa risistemare gli ambienti nel modo più austero, carta da pacchi a tappezzare i muri, panche e tavoli di legno al naturale, e precisa il suo look, veste di flanella bianca, croce pettorale di crisoberilli, e anello piscatorio con ametista.
Il primo atto di Adriano è di procurarsi due bodyguard, facendo arrivare da Londra due ‘boys’ esperti nella boxe, che vengono nominati ipso facto cavalieri di cappa e spada, sulla qual cosa si potrebbero fare insinuazioni a josa…
Da queste ‘piccole’ rivoluzioni Adriano passa alle grandi; ristabilisce i rapporti tra chiesa e stato italiano, stabilisce rapporti diplomatici con i regnanti della terra, vende il tesoro di San Pietro per finanziare istituzioni a favore di giovani emarginati, rivendicando la chiesa delle origini, esaltandone così il valore spirituale. Il tutto, servendosi dei mezzi di comunicazione freschi di invenzione, telegrafi, cineprese, fonografi, con cui registra la sua voce per conferenze stampa, e scoop giornalistici.
Il romanzo alterna momenti di estrema godibilità – le riflessioni di Adriano mentre fuma sigarette che si arrotola da sé, le sue azioni ‘dadaiste’ e scaramantiche, come quella di sotterrare nei giardini vaticani un vasetto di sottoaceti, il suo idilliaco rilassarsi in barca nel lago di Castelgandolfo, le sue misteriose passeggiate a piedi per la Roma umbertina, il suo svelare i segreti della fotografia ad uno dei suoi paggi – a momenti meno riusciti e a volte pesanti, come quando disserta di strategie politiche mondiali o quando descrive le manovre della coppia di socialisti che sta tramando per farlo fuori, dove la prolissità prevale sulla concisione. Ma rimane una grande invenzione, un cesello di scavo psicologico, emozionante per le sue lotte tra pulsioni estetiche da ‘laico’ e costrizioni ascetiche da Papa.
La figura che ne esce è una assurda astrazione ma per il ‘900, non certo per i periodi che Rolfe amava, il tardo medioevo, e il primo rinascimento quando non solo si poteva comprare la carica e si poteva diventare Papi a 14, addirittura a 12 anni!
La forza del libro, cento anni dopo la sua uscita, è la sua componente profetica; il suo intuire ‘rivolgimenti’ in Russia, le dissertazioni sugli equilibri tra gli stati nei confronti dei paesi islamici, la consapevolezza del potere dei media, l’anticipazione del Concordato, e soprattutto l’uccisione con una rivoltella.
La fantasia di Rolfe, poeticamente inquietante, fa emergere la follia dello scrittore, che non teme di manifestare la propria megalomania, che sorprende sempre, e ci lascia con un interrogativo, perché Rolfe fa uccidere da un socialista un Papa che vende il tesoro di San Pietro ai poveri?
La critica ha ravvisato nell’opera rigurgiti superuomisti ma Rolfe va oltre, si potrebbe leggere la cosa come un simbolo della sua lotta tra gli aspetti nefasti della sua ombra, e il suo continuo bisogno di purificazione. Una risposta convincente ce la dà Rolfe stesso qualche anno dopo nel 1910, con il suo capolavoro, il romanzo “Il desiderio e la ricerca del tutto” pubblicato postumo nel 1934, dove le sue lacerazioni si placano all’insegna dell’amore non per un essere qualsiasi, ma per una ragazza, Zilda, che diviene il gondoliere Zildo, per poi tornare Zilda, con la quale si sposa. Più transgender di così!
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di Franco Di Matteo

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