DANZARE, FORSE SOGNARE

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"La danza è esperienza totale, non c'entra con l'essere gay". Matteo Levaggi in tournèe con due spettacoli: Gee Andy, ispirato a Warhol, e An evening with Maximiliano Guerra....

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Lo vedremo in tournèe. Con due spettacoli: Gee Andy, ispirato a Andy Warhol, e An evening with Maximiliano Guerra, in cui danza accanto alla stella della Scala.

Lui stesso è una luminosa stella della danza italiana, capace di passare nel giro di pochissimi anni dalla compagnia di ballo di Raffaella Carrà al delicato ruolo di coreografo e danzatore residente di una prestigiosa istituzione teatrale italiana come il Balletto di Torino. Lui è Matteo Levaggi, 24enne talentuoso, amabile, brillante. E si racconta, in esclusiva per Gay.it.

Matteo, inizi con la Carrà e finisci al Balletto di Torino

In realtà ho iniziato un po’ prima: quella della Carrà è stata una parentesi che si è aperta e si è chiusa, per il momento (per il futuro, chissà… sono giovane). Ho iniziato col teatro sempre qui al balletto di Torino, poi sono stato all’Ater Balletto con Bigonzetti, poi ho lavorato anche con Giorgio Albertazzi in teatro, nelle "Memorie di Adriano" che Maurizio Scaparro ha tratto dal libro della Yourcenar. Interpretavo Antinoo, l’amante dell’imperatore.

Uno spettacolo molto bello che ha fatto parlare di sé.

E’ stata un’esperienza molto bella e molto significativa per me: sono riuscito ad entrare nel mondo del teatro e della prosa, e capire così molte cose che poi ho potuto importare nel mondo della danza, nelle mie messe in scena. Dopo questo c’è stata Raffaella e dopo sono tornato al teatro con Salomé e poi Warhol.

E’ lo spettacolo che portate in tournée ora…

Sì. Gee-Andy è ispirato alla vita e soprattutto al momento storico di Andy Warhol e alla sua arte. E’ uno spettacolo con interventi multimediali, video, una musica composta appositamente da Andy dei Bluevertigo e Gianluigi di Costanzo (Bochum Welt), insieme per la prima volta. E’ uno spettacolo in undici quadri, che porta lo spettatore in un viaggio attraverso le atmosfere di Warhol, lo studio 54, le personalità, le situazioni, i costumi che c’erano tra gli anni ’70 e gli anni ’80.

Quando è nato?

L’anteprima c’è stata la scorsa estate al castello di Rivoli, al museo di Arte Contemporanea; in primavera siamo stati al festival Il Violino e La Selce di Franco Battiato a Fano. Dovevamo andare a Miami il 15 settembre, ma siamo stati bloccati dalla tragedia dell’11. Lo presentiamo adesso a Torino il 24, 26 e 27 gennaio al Teatro Carignano. Poi andrà in Spagna e poi finalmente Miami, e probabilmente New York, grazie al patrocinio della Fondazione Andy Warhol.

Parlaci anche dell’altro spettacolo in tournée.

An evening with Maximiliano Guerra è una tournée che facciamo con Maximiliano Guerra, stella del Teatro alla Scala, insieme con Maria Giménez e con il Balletto di Torino. Una performance con tre mie creazioni, che sono Eightfortwo, su musiche di Robin Rimbaud e David Shea, un Solo su musica di John Cage per Maria Giménez, e Showyshudder. La tournèe parte da Barletta, poi tocca Milano, e a seguire date da Nord a Sud. Io sarò in scena insieme a Maximiliano, Maria e tutta la compagnia.

Ballerino e coreografo, dunque. Ma come è nata la tua attività di coreografo?

Il primo lavoro è stato Salomè, che è nato quasi per caso. Ero stato in infortunio per un anno e, in ripresa, ho pensato che mi sarebbe piaciuto provare a fare coreografia, e mi sono costruito addosso questo spettacolo. Per questo Salomè è un uomo, e nello spettacolo tutti i ruoli sono invertiti. Senza, però, cadere nel travestitismo. Lo spettacolo ha avuto critiche stupende e così mi son detto che potevo provare a fare anche il coreografo. Così è nata l’idea di Gee Andy. Nel frattempo sono diventato coreografo e danzatore residente al Balletto Teatro di Torino.

Come entra l’omosessualità o l’erotismo maschile nei tuoi lavori?

Quello che voglio regalare – specialmente in Warhol – è una specie di sogno, un viaggio, o un trip: lo spettacolo è coerente con questa visione. Non ne faccio un discorso di omosessualità o di eterosessualità, ma di totalità. In quanto artista, devi poter essere prezioso per ogni persona che ti guarda, devi poter regalargli qualcosa. Questo comporta delle scelte particolari, ad esempio, la scelta di "asessuare" i danzatori: spesso ci sono due uomini o due donne che ballano assieme, ma non per parlare di omosessualità.

Di omosessualità si parla in alcuni casi specifici, come il quadro "Ecce Homo" all’interno dello spettacolo su Warhol, in cui attraverso il ‘solo’ di questo ragazzo, ho voluto raccontare di Warhol che guarda la sua omosessualità non dichiarata fino in fondo. Tuttavia, il punto di partenza è che l’artista deve essere tutto e niente, e chi guarda deve poter immaginare quello che vuoi, quello che sei tu. Dire, soprattutto in teatro, "questo è gay" o "questo è etero", rende tutto piccolo…

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