DIO NON E’ ETERO

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E gli abitanti di Sodoma non sono sodomiti, né gli omosessuali peccatori: sono alcune delle sorprese che ci riserva il libro "Bibbia e omosessualità", a cura di Teresa...

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Dio non è eterosessuale e gli abitanti di Sodoma non sono sodomiti. Sono solo due delle sorprese che ci riserva Bibbia e omosessualità, una raccolta di saggi di studiosi della Bibbia a cura di Teresa Franzosi pubblicato dall’Editrice Claudiana di Torino. Un volume interessante per chi, credente o no, si interessa di letteratura sacra, e soprattutto un’utile guida per tutti quei cristiani, non solo cattolici, frustrati dalle posizioni ufficiali della chiesa (forse meglio sarebbe dire "delle chiese") in tema di omosessualità.

In effetti, si può dire che la Bibbia non parli mai di omosessualità: non, quanto meno, nel senso moderno del termine, cioè come orientamento sessuale. Ed è anche assai raro che parli di atti omoerotici: «I passi biblici che trattano in modo diretto di rapporti tra persone dello stesso sesso – ricorda Jeffrey S. Siker nel suo intervento «I gentili "buon seme" e i cristiani omosessuali: direttive del Nuovo Testamento per la chiesa eterosessuale» – sono solo sei, tre nella Bibbia ebraica e tre nel Nuovo Testamento». E anche questi non appaiono certo tali da poter giustificare la condanna radicale dell’omosessualità da parte di certi ambienti ecclesiastici.

L’approccio prevalente di questi studiosi è di tipo storico-culturale: in sostanza alcuni brani della Bibbia (come quello su Sodoma e Gomorra, che ha a che fare con l’ospitalità da un lato e la violenza dall’altro, non certo con l’omosessualità) sono stati totalmente fraintesi perché li si è voluti interpretare secondo la cultura moderna, se non addirittura piegarli ideologicamente a proprio uso e consumo, mentre altri appaiono superati in quanto figli del loro tempo. Per esempio, i versetti del Levitico in cui appare l’unica esplicita e inequivocabile condanna per i rapporti fra uomini (non si fa accenno a rapporti fra donne), tanto da imporre la pena di morte per chi trasgredisce, fanno parte di un elenco di regole che al giorno d’oggi fanno quasi ridere, e che comunque la chiesa stessa non ritiene certo valide. Scrive Choon-Leong Seow nel capitolo intitolato «Orientamento testuale»: «Continuando a leggere si scopre che è proibito incrociare animali di specie differenti, seminare nello stesso campo due specie diverse di semi, indossare vesti tessute con fibre di due diverse materie (…). È proibito mangiar carne che contenga ancora del sangue (…). È proibito tagliare i capelli ai lati del capo o radersi i lati della barba (…). È prescritta la pena di morte anche per chi consulti spiriti o familiari defunti (…) e per i figli che tengano poco conto dei propri genitori (…)». Allora, si chiede l’autore del saggio, perché per la maggior parte di queste regole vale il principio del contesto culturale, mentre per l’omosessualità tale criterio non è più valido (anche se certo oggi grazie al cielo non si applica la condanna a morte)? Eppure questo è uno dei brani su cui poggia ancora oggi la convinzione di una certa parte della chiesa che gli omosessuali siano peccatori. Nello stesso modo si potrebbe considerare peccatore Ronaldo con il suo bizzarro taglio di capelli o ciascuno di noi nel momento in cui indossi una giacca misto-lana.

Gli esempi qui riportati, così emblematici, così come pochi altri, si ripetono più volte lungo il libro, sebbene analizzati in modo diverso, e quella della ripetizione è proprio una delle critiche che si potrebbero muovere a Bibbia e omosessualità; l’altra è che un paio di saggi appaiono non del tutto "centrati", o comunque meno rigorosi degli altri. C’è da dire però innanzi tutto che ciascun saggio è un lavoro a sé, e pertanto è inevitabile che alcune idee si ripetano: allo stesso tempo la reiterazione finisce con l’essere però anche la verifica della validità di queste idee; inoltre, se i brani della Bibbia chiamati in causa sono così pochi, è ovvio che la discussione verterà necessariamente sempre su quelli.

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Per quanto riguarda i due interventi un po’ più "periferici", «Il potere di Dio all’opera nei figli di Dio» di Robert L. Brawley e il già citato testo di Jeffrey S. Siker, benché dal punto di vista esegetico appaiano meno rigorosi, sono senza dubbio un utile approfondimento soprattutto per il credente che, se omosessuale, ha bisogno di argomentazioni anche per se stesso per non cadere nello sconforto di fronte a interpretazioni oscurantiste e fondamentaliste e, se eterosessuale, necessita forse di qualche spiegazione meno "scientifica" e più "umana" per accettare la realtà che un fedele possa essere diverso da lui anche nell’orientamento sessuale.

Detto questo, c’è però anche da aggiungere che da questo punto di vista il commento sicuramente più toccante compare verso la fine di quello che è forse il saggio più specialistico e probabilmente più ostico per chi non è uso a studi filologici complessi: «Arsenokoitês e malakos: significati e conseguenze» di Dale B. Martin. Martin si ispira a una citazione da S. Agostino: «Chiunque, pertanto, pensa di capire le sacre Scritture, o qualsiasi parte di esse, in un modo che non edifica il duplice amore, di Dio e del nostro prossimo, non le comprende affatto». Questa la chiosa dello studioso: «Secondo questa visione, qualsiasi interpretazione delle Scritture che ferisca delle persone, che le opprima, che le distrugga, non può essere l’interpretazione giusta, per quanto sia tradizionale, storica, o esegeticamente rispettabile. È indiscutibile che la posizione assunta dalla chiesa sull’omosessualità ha significato per milioni di esseri umani oppressione, violenza, solitudine; ha indotto milioni di persone a odiarsi, ammalarsi, suicidarsi». Ce n’è a sufficienza per suggerire ai massimi vertici del mondo cristiano un nuovo spunto per chiedere scusa.

di Selene Verri

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