DISSACRAZIONI ‘EN TRAVESTI’

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Tre giovani maschi interpretano le protagoniste di 'Le Presidentesse', dramma di Werner Schwab in scena al Vascello di Roma. Ce ne parla uno degli attori: "E' come svelare...

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ROMA – Tre giovani uomini nei panni di tre anziane donne. È in scena da domani fino al 26 marzo, al Teatro Vascello di Roma, Le Presidentesse di Werner Schwab (1958-1994), dramma che si sviluppa senza azioni concrete, senza sviluppi scenici di particolare rilievo, con la regia, essenziale e graffiante, di Eugenio Sideri. Sono due i momenti di questo dramma: nel primo prevale la cosiddetta realtà, nel secondo il sogno, o, se si vuole, la fantasia ad occhi aperti.
Protagoniste del dramma sono tre donne di mezza età: Erna (drammaticamente interpretata da Ciro Masella) ha un figlio grande, Hermann, alcolizzato; Grete (il provocatorio Marco Sanna) ha una figlia, grande anche lei, attualmente in Australia e che da piccola era stata stuprata dal padre. Poi c’è Maria (un comunicativo Enrico Caravita), che rappresenta il candore, l’ingenuità, addirittura la verginità ed ha una sua specialità: va in giro sturando water intasati e, per questo, si parla continuamente di feci, ovvero di cacca, cioè pupù, anzi di merda. In uguale misura si parla di argomenti elevati, di cose sacre: luoghi di culto tipo Lourdes o Medjugorie, Santo Padre, regno dei cieli, rosario. Il tutto contornato e dissacrato da Come è bello far l’amore da Trieste in giù della Raffa e le mitiche Sorelle Bandiera con Fatti più in là.

In occasione della rappresentazione avvenuta a Perugia al teatro Sant’Angelo nei giorni scorsi, abbiamo posto alcune domande a Ciro Masella (al centro nella foto), che interpreta Erna, il personaggio centrale.
Come mai la scelta di portare in scena un testo di Werner Schwab, uno degli autori più feroci e dissacranti del nostro tempo?
La scelta è caduta su Schwab in modo assurdo e bellissimo. Io ed Eugenio, che cura la regia, pur essendoci conosciuti tempo fa senza esserci detti che lavoravamo in teatro, ci siamo rivisti a Castiglioncello, lui ospite con un suo spettacolo, Ella, io a recitare e dirigere un Amleto che mi produceva la Compagnia Lombardi-Tiezzi. Abbiamo subito avuto voglia di fare qualcosa assieme e, nel momento in cui ci si è chiesti reciprocamente cosa stavamo leggendo in quel momento di veramente bello, entrambi abbiamo risposto: “Schwab! il meraviglioso e assurdo e violentissimo e carnalissimo Schwab!”. Ed entrambi avevamo “puntato” il primo de I Drammi Fecali (così è intitolata la raccolta di questi tre testi sublimi), Le Presidentesse, appunto. Siamo sempre stati d’accordo che Schwab è sicuramente uno degli autori che più hanno segnato il nostro tempo, di quelli che difficilmente si dimenticano, destinato a diventare un classico. Una manna per un attore che confrontandosi con una parola grondante sangue, sudore, carnalità, dolenza, sarcasmo, può ingaggiare una lotta feroce con le parole e col suo corpo, presentarsi finalmente in scena col pericolo di starci e “mettendosi a nudo” con un linguaggio che non dà scampo: ti lascia il segno. E una manna anche per un regista che deve confrontarsi con una materia magmatica e incandescente.
Nelle note di regia, Eugenio Sideri dice: “Uomini che recitano la parte delle donne, ma che restano uomini senza fare le donne. Attori”. Una sorta di ritorno al teatro classico nel quale anche i personaggi femminili erano interpretati da uomini?

Sì, in un certo senso è una sorta di richiamo al teatro elisabettiano o a quello classico, ma è fondamentalmente la scelta di “isolare” i tre personaggi per farne vedere il lucidissimo disegno che l’autore ne fa, l’impietoso ritratto di rara perfezione, di una feroce precisione. Ci serve anche per impedire l’immedesimazione del pubblico con tre povere anziane pensionate, per astrarre le tre figure in tutta la loro ferocia ed esilarante, implacabile autenticità di personaggi, per restituirle integre e soggette al giudizio del pubblico. Se vuoi, è una sorta di effetto di “straniamento”, cioè restituiamo il personaggio ma il pubblico in qualunque momento vede che siamo noi tre, giovani e maschi, a “incarnare” tre donne anziane, apparentemente così distanti da noi eppure così vicine (chissà che qualcuna delle tre non sia una delle nostre madri, uno dei personaggi che hanno costellato la nostra vita…) oppure che questo “gioco al massacro” non sia altro che un tentativo di sopravvivere – come il personaggio di Giorni Felici di Beckett – condannati a ripetere all’infinito una recita, costretti a giocare questo gioco pericoloso. Ecco, siamo tutto questo… E poi ci ha fatto tanto riflettere l’idea centrale di tutto il teatro di Schwab che costruisce scenari credibilissimi e che ti prendono, ti trascinano e ci credi, per poi dirti, di solito nell’ultimo atto dei suoi lavori, che tutto quel che avete visto, atroce e divertente, sanguinario e ridicolo, tutto insomma era teatro, finzione, finzione che si ripete.
I tre personaggi si aggrappano ai sogni per cercare di sopravvivere, regalandosi chi il sogno di un compagno, chi quello di un amante, chi quello di un buon profumo… Pensi che il sogno svolga davvero un’azione salvifica nel quotidiano, permettendo di sopravvivere?

Nel testo di Schwab, ma in tutto il suo teatro, i personaggi si aggrappano ai sogni per costruire una realtà vivibile, una possibilità di umanità in mezzo alle macerie e alle rovine di una vita insignificante e senza senso; costruiscono con le parole dei loro desideri uno scenario di felicità. Questo scenario, però, è sempre destinato a crollare come la scena di cartapesta di un teatrino di burattini, è qualcosa di finto e impossibile da realizzare, un sogno destinato a infrangersi e a ferire coi suoi cocci, coi pezzi di vetro e le schegge chi ha osato costruirlo e alimentarlo. La vita resta un cumulo di macerie, esilaranti e tragicamente comiche, ma pur sempre macerie. Questo, secondo Schwab, l’assunto del suo teatro, la sua visione del mondo.
Riguardo a me, penso, senza arrivare ad affermare una marzullata, che i sogni siano il nutrimento primario di ciascuno di noi, figurati per chi fa questo lavoro; e che l’ideale è riuscire a trovare l’equilibrio fra la capacità di sognare e la capacità di leggere la realtà in modo lucido, senza mentirsi e mentire, senza “fette di prosciutto sugli occhi”, ma senza rinunciare alla follia di voler migliore sia la propria vita che il mondo che ci circonda, senza rinunciare a quella parte irrazionale, utopica, folle che ci distingue dagli animali. La fantasia e un bel sacchetto di sogni in tasca non hanno mai rovinato nessuno… anzi, ci aiutano a sopravvivere a cose che altrimenti sarebbero inspiegabili, insopportabili.
Progressivamente le tre protagoniste passano da discorsi generici a raccontare storie molto personali, come, per fare un riferimento cinematografico, succede nel film In & Out con le signore del paese. Si tratta di una sorta di coming out che invita a togliersi la maschera di “attore” e a non recitare una parte ogni giorno?
È lo “svestimento” di cui parlavo prima: Schwab costringe le tre donne a svelarsi, e quindi convince gli attori a farlo con loro e in loro. Ma a svelarsi in modo complesso e articolato. Solo recitando tutte le sere quelle parole e scontrandosi con l’effetto che ti fanno sulla carne e sul cervello, e con l’effetto che fanno al pubblico, si può veramente capire cosa intende l’autore per svelarsi nella più totale e dichiarata finzione.
Qual è secondo te il punto di forza della rappresentazione?
Credo che tale punto si trovi nella forza del testo, e nell’aver scelto di servirlo con rispetto, divertimento e complicità. Credo poi che la forza dello spettacolo sia quella che regala al pubblico risate che lasciano il segno, una sensazione che più di qualcuno ci ha confidato essersi portata poi a casa per diversi giorni… quella che intorno a noi ci sono centinaia di Erne, Grete e Marie, che in ognuno di noi ci può essere in qualunque momento una scheggia di queste tre figure. È difficile uscire dallo spettacolo indifferenti, credo che chiunque sia cosciente di aver assistito a qualcosa di “vivo”, a un contatto fra platea e pubblico che sta a motivare il perché dopo tremila anni e il cinema e la televisione e i computer e il virtuale ancora sentiamo la necessità di andare a teatro. È un rito collettivo, qualcosa che avviene tra uomini in carne, ossa e sudore, fibre, muscoli, sentimenti, sensazioni.
In quali teatri italiani potremo vedere Le Presidentesse prossimamente?
Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Vascello di Roma dal 22 al 26 marzo, e il 9 aprile a Massalombarda (Ra) Sala del Carmine. Questo per ora, a causa di impegni precedenti con altri spettacoli, poi riprenderà la tournée in estate.
Cosa diresti ai lettori di Gay.it per stimolarli a vedere lo spettacolo?
Se volete divertirvi, se vi interessa sbirciare in quel che di più oscuro, nascosto, indicibile, comico c’è in ognuno di noi, se a uno spettacolo chiedete più che la solita storiella, se vi piacciono le “emozioni forti”, se non arrossite di fronte a parole forti e piccanti e non vi spaventano la crudeltà e un po’ di “sano” sadismo, se “non avete mai veramente visto cosa si cela nel vostro WC”, se volete toccare con mano quanto può essere divertente vedere tre giovani uomini che lottano ferocemente con il loro lato femminile… questo è lo spettacolo per voi!

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di Roberto Russo

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