Ecco il glossario dizionario italiano – gergo gay

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Frocio, checca, ma anche attivo, passivo e così via: ecco il dizionario italiano - gergo gay

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Ecco il dizionario italiano – gergo gay realizzato dal linguista Daniel De Lucia e contenuto nella sua tesi di dottorato intitolata “Il gergo queer nell’italiano novecentesco e contemporaneo tra gergalizzazione e degergalizzazione” (clicca qui per l’intervista). Si ringrazia l’autore per la generosa concessione. Clicca qui per l’intervista a Daniel De Lucia.

Avete una proposta da fare? Una parola da aggiungere? Un qualche suggerimento? Scrivetecelo nei commenti, in fondo alla pagina!

A pelle: attillato, riferito all’abbigliamento molto aderente di coloro che amano esibire i propri muscoli e coloro che hanno gusti leather.
A/P: ‘attivo-passivo’, utilizzato negli annunci per indicare il proprio ruolo sessuale o quello di cui si è alla ricerca.
Aberrante: molto brutto e opponibile per intensità a ‘favoloso’.
Abominevole: sinonimo di ‘deviante’, era esposto a perifrasi: in ambito di omosessualità femminile, una donna che ama il proprio sesso, una donna che commette atti abominevoli, amori anomali od anormali (dal greco ‘anomalos’ che in latino si corruppe in ‘anormalis’; il latino possedeva anche ‘abnormis’ ma non ‘abnormalis’), atti abominevoli (‘abominio’ fu usata nelle traduzioni del Vecchio Testamento come se derivasse dal latino ‘ab’ ed ‘homo’, cioè inumano, disumano, ma la parola latina contiene invece il termine religioso ‘omen’), degenerazioni, innaturale, innominabile, crimine contro natura, variante, aberrazione (in origine usato per le eresie religiose), atti contro natura, comportamenti devianti. ‘Deviante’ secondo Consoli verrebbe dalla bolla di Innocenzo VII del 1484 contro ‘incubi’ e ‘succubi’, persone di ambedue i sessi che si concedevano a diavoli maschi e femmine, e pertanto ‘a fide catholica deviantes’.
Acida: attribuito a uomo omosessuale da un altro omosessuale per evidenziarne l’ironia e il sarcasmo pungenti.
Accattatevello!: (obsoleto) compratelo, prendetelo; da un famoso spot di salumi con Sophia Loren, riferito al proprio corpo in un cruising.
Accettato: ben voluto, non discriminato, per esempio ‘sei stato accettato in famiglia?’
Accigliarsi: applicarsi un paio di ciglia finte.
Accompagnatore: uomo disposto a tenere compagnia a un altro uomo in cene di lavoro, teatro o per far sesso, spesso prenotabili tramite agenzia o internet.
Acquasantiera: persona su cui tutti hanno messo le mani.
Act Up: associazione internazionale glbt celebre per iniziative coraggiose come aver rivestito l’obelisco di Place de la Concorde a Parigi con un preservativo gigante.
Adescamento: l’atto dell’adescare.
Adescare: termine giuridico per chi seduce una persona per soldi, interesse lusingandola.
Adone: bellissimo, ‘quel ragazzo era un Adone’.
Adozioni gay: formula utilizzata per esprimere il desiderio degli e delle omosessuali di poter adottare minori biologicamente non propri che possono essere sia del partner esistente sia orfani in toto. Nonostante trattasi della stessa modalità di adozione già esistente nel modus operandi.
Aeroplano: ‘fare l’aeroplano’ vuol dire avere contemporaneamente un rapporto anale, fare una fellatio e doppia masturbazione.
Affetto morboso: rapporto omosessuale, probabilmente più indicato e usato per l’omosessualità femminile sia nel suo ruolo sessuale insertivo che ricettivo.
Agedo: associazione italiana di genitori di omosessuali che offre aiuto a un genitore che si ritrova ad affrontare l’omosessualità del figlio o della figlia. L’associazione è estesa a parenti e amici.
Aggiuntata: chi porta l’extension nei capelli.
Aids Walk LA: marcia solidale per la raccolta fondi per la lotta all’Aids che si tiene ogni anno a Los Angeles.
Allupato: eccittato.
Ambidestro: bisessuale.
Ambivalente: aggettivo e sostantivo, maschile e femminile per indicare l’omosessualità sia maschile che femminile, sia nei ruoli sessuali insertivo che ricettivo.
Ambranato: fan di Ambra Angiolini.
Amedeo: tipico di Napoli per indicare un gay.
Amichecca: ‘omosorella’, ‘frociarola’, donna solitamente eterosessuale amica di un uomo omosessuale con cui si scambia consigli e racconti di esperienze sessuali e sensuali.
Amichetto: eufemismo per ‘partner’.
Amicizia particolare: Espressione di uso comune, ormai caduta in disuso che indica il rapporto omosessuale sia tra due uomini che tra due donne. Roger Peyrefitte, diplomatico di carriera, nel 1944 scrisse ‘Le amicizie particolari’, un’autobiografia che racconta gli amori tra gli adolescenti di un collegio.
Amico: forma per indicare gergale il rapporto umano tra due uomini in omosessualità maschile sia insertiva che ricettiva.
Ammazzabozzi: romano. Indica lo sfruttamento dell’omosessualità maschile.
Amore morboso: rapporto sessuale tra due o più persone dello stesso sesso. La parola viene usata in prevalenza per indicare l’omosessualità femminile.
Amor lesbico- lesbio: omosessualità femminile dal ruolo sessuale sia insertivo che ricettivo.
Amor platonico: Espressione che indica tanto l’amore asessuato che l’amore tra due uomini. Il richiamo a Platone, che nei dialoghi parla spesso del rapporto amoroso tra uomini, è evidente.
Amor socratico: rapporto omosessuale maschile.
Amstel: quartiere gay e lesbico di Amsterdam.
Andare alla macchia: Ricerca di avventure omosessuali. Come in Machiavelli (Lettere, 1497-1527): “Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia…, per Calimara Francesca si ridusse sotto il Tetto de’ Pisani, dove guardando tritamente tutti quei ripostigli, trovò un tortellino, il quale con la ramata, con il lume, e con la campanella fu fermo da lui, e con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone”.
Andare a trans: indica il fenomeno della prostituzione transessuale e/o transgender nella prospettiva della rispettiva clientela.
Andare a vela e a motore: Essere bisessuali. Il riferimento è alla doppia possibilità della barca che può utilizzare tanto la vela che il motore e all’essere umano che può andare sia con una persona del proprio sesso che con una dell’altro sesso.
Andare in culo: inculare secondo il De Mauro. Penetrare analmente un uomo e/o una donna.
Androgino/a: dal greco ‘andros’ (uomo) e ‘gynos’ (dona), detto delle persone che uniscono gli organi e le funzioni dei due sessi, ‘androgina’ è invece la lesbica dall’aspetto maschile. L’androgino (dal greco ἀνήρ (anèr: uomo) -genitivo ἀνδρός (andròs)- e γυνή (gyné: donna) è colui che quindi partecipa della natura di entrambi i sessi. Androgino è un termine che viene talvolta considerato e usato come sinonimo di ermafrodito. Questa equivalenza tuttavia non è tecnicamente esatta, poiché ermafrodito è il termine tecnico che, in zoologia e in botanica, indica la presenza contemporanea in un individuo di apparati e caratteri sessuali maschili e femminili che produce comportamenti differenti a seconda delle specie in cui si manifesta e la modalità riproduttiva tipica delle specie interessate. L’organizzazione riproduttiva delle lumache e delle ostriche, ad esempio, si definisce ermafroditismo e non androginia. Il termine androgino invece non è usato in ambito scientifico, non fa in alcun modo riferimento alle modalità di riproduzione o all’orientamento sessuale (pertanto non è neanche sinonimo di bisessuale). Viene invece usato per indicare in un individuo la coesistenza di aspetti esteriori, sembianze o comportamenti propri di entrambi i sessi.
Annuncio: inserzione su quotidiano, rivista o chat per gli incontri glbt.
Anormale: insulto discriminatorio verso le persone glbt. Omosessuale inteso come ‘non conforme alla norma, irregolare’. È sicuramente uno dei sinonimi più dannosi, più violenti e più duri a morire. Dal lat. Mediev. Anormale (m) (sec. XII).
Antico: chi non è al passo coi tempi.
Anti-gay: alternativo ad omofobo. Sinonimo per esprimere persona che odia i gay e agisce di conseguenza.
Ape Maia: capelli tinti biondi con vistosa ricrescita nera.
Arare con l’asino: Avere rapporti omosessuali. Il riferimento è biblico e più precisamente al Deuteronomio (22, 10) dove si dice: “ Non arerai con un toro e un asino insieme aggiogati”. Arare con l’asino è dunque considerata una bizzaria come strano, stravagante, ‘anormale’ sarebbe avere un rapporto anale.
Archivio Massimo Consoli: il più grande archivio gay in Europa con oltre 5000 volumi.
Arcichecca: scherzosamente indica un socio dell’Arcigay.
Arcigay: la più grande associazione gay italiana con sedi sparse in quasi tutte le città.
Arcilesbica: la più grande associazione lesbica italiana con sedi sparse in quasi tutte le città.
Arcitrans: associazione nata da una costola dell’Arcigay per la tutela dei diritti dei e delle transessuali.
Arcobalena: gruppo di gay buddisti.
Aretinare: Avere rapporti omosessuali. Il riferimento è a Pietro Aretino (1492-1556), ‘accusato’ da Niccolò Franco di essere omosessuale.
Aristochecca: sinonimo di dandy. Usato per riferirsi a uomini omosessuali di classe alta o di stile e indole sofisticati.
Arte de’ poeti: arcaico dispregiativo eufemistico per designare l’atto omosessuale. L’omosessualità, deprecata da Ludovico Ariosto (1474-1533) come pratica comune dei letterati (vedi anche Artista).
Artista: Fino a metà del ‘900 veniva spesso usato come sinonimo di omosessuale, in ossequio alla convinzione piccolo-borghese secondo la quale gli artisti sono sempre un po’ strambi e spesso omosessuali.
Asessuato: persona non interessata ad avere rapporti sessuali, né con persone dello stesso sesso né dell’altro.
Assatanato: estremamente desideroso.
Asterisco: si usa per non definire il genere sessuale negli scritti, ad esempio: ‘oggi sono stat* attent* a non essere sciocc*’.
Atomo: associazione di tennisti gay con sede a Milano.
Attettarsi: mettersi un paio di tette finte.
Attivo: Nel contesto del comportamento sessuale umano, soprattutto del sesso anale fra uomini omosessuali, il ruolo sessuale attivo (che si riferisce unicamente alla prestazione sessuale, ruolo sessuale, e non ha niente a che vedere con il ruolo sociale di una persona o con il suo ruolo di genere) è quello del partner che penetra, o di quello che preferisce penetrare, ruolo insertivo. La controparte è il ruolo passivo, quello del partner che viene penetrato, o quello che preferisce essere penetrato, ruolo ricettivo. Questi termini vengono frequentemente usati anche in alcuni circoli lesbici, e il loro uso sta aumentando anche tra coppie eterosessuali. Ad esempio, il pegging implica una femmina attiva ed un maschio passivo. Per evitare la connotazione negativa che tali termini stanno assumendo (soprattutto passivo) molte associazioni di omosessuali consigliano l’uso dei termini insertivo per indicare colui che effettua la penetrazione e ricettivo per indicare colui che la riceve. È molto comune cambiare ruolo fra i partner, prestandosi sia al ruolo insertivo che ricettivo, benché molte persone abbiano una preferenza per l’uno o per l’altro. Per estensione, il termine “attivo” è usato anche in contesto BDSM per indicare un partner che stimola l’altro, e che può essere o meno dominante. Nei cartoon nipponici e nella fumettistica anime e manga a tema sessuale, soprattutto shōnen’ai e yaoi, il partner attivo è chiamato seme mentre quello passivo uke, termini derivati dal kabuki e dalle arti marziali.
Aut: mensile gratuito pubblicato dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.
Auto-aiuto: gruppi di persone legate dalle stesse problematiche, spesso sieropositivi o sieropositive.
Autopenetrarsi: introdurre nell’ano oggetti di vario tipo.
Autopenetrazione: l’atto dell’autopenetrarsi.
Avere la vespa: espressione usata per indicare che una persona è omosessuale.
Avere le mestruazioni: rabbia espressa improssivamente da un uomo omosessuale che per analogia appare isterica come la rabbia espressa da una donna con mestruazioni.
Ayor: marchio di moda molto usato dai gay, dall’acronimo A.Y.O.R. (at your own risk) usato nelle guide gay per segnalare un luogo di rimorchio all’aperto e non, dove il cruising è particolarmente pericoloso. Questo acronimo sta per ‘a vostro rischio e pericolo’. Per alcuni la pericolosità potenzialmente insita può essere considerata seducente.
Babele: importante libreria glbt con sedi a Milano e Roma.
Babilonia: storico mensile glbt con redazione a Milano.
Baffa: gay effeminato con baffi. Uomo gay con i baffi. Molto usato negli anni Settanta e Ottanta (quando andavano di moda i baffi) per definire coloro che, nonostante l’apparenza molto virile, poi in fondo rivelavano modi di genere profondamente delicati.
Baffo-checca: termine scherzoso per indicare un gay baffuto dai modi effeminati.
Baffosaffo: lesbica con problemi di peluria.
Bagno di colore: tinta per i capelli.
Bakla: gay in filippino.
Ballerino: chi non è fedele al proprio partner.
Balletti verdi: Nome attribuito a feste private di uomini (per lo più uomini adulti e giovani prostituti) che spesso sfociavano in orge. Il nome viene usato come contrapposizione agli eterosessualismi balletti rosa. Il verde è ritenuto colore omosessuale essendo stato reso famoso da Oscar Wilde (1854-1900) che girava con un garofano appunto verde all’occhiello. Celebre è lo scandalo che, nel 1960, turba la città i Brescia, ‘Balletti verdi- Uno scandalo omosessuale’, Liber Edizioni, 2001. Fu proprio in quell’occasione che il giornale del Partito comunista l’Unità inaugurò per primo l’espressioe applicandola alla cronaca: “I ragazzi, che avevano il compito di provocare negli ospiti virili slanci, venivano definiti con nomi di fiori: ‘margherita verde’, ‘garofano verde’, ecc. Da cui lo scandalo dei ‘balletti verdi’ come già la gente bresciana, venuta a conoscenza dei turpi episodi, indica le riunioni che avvenivano alla villa”. Unità, 5 ottobre 1960.
Bambola: riferito scherzosamente al gay effeminato e tonto, tipico nel napoletano. A Roma l’espressione ‘non stiamo mica a pettinare le bambole’ vuol dire ‘non stiamo mica qui a non fare nulla’.
Bancarella: checca che ama indossare collane, anelli e bracciali falsi.
Bang: dall’inglese ‘to bang’, fare sesso in maniera animalesca.
Bardassa (o bardascia o bagascio; bardasceddu, bardasciari del siciliano): Omosessuale che si prostituisce. Nell’italiano antico veniva usato per denominare un omosessuale dal ruolo sessuale ricettivo. Termine comunissimo nei documenti antichi fino all’Ottocento, ma oggi non più usato. Deriva dall’arabo bardag, “giovane schiavo”, che a sua volta deriva dal persiano hardah, “schiavo”. II significato ufficiale in italiano è oggi quello di “monello”, “ragazzo scapestrato” (giovane che vive impudicamente), che ha riscontro anche in parecchi dialetti italoromanzi, ed ha un parallelo nel siciliano garrusu. Più raramente è usato anche per indicare una prostituta. Nell’italiano antico invece definiva normalmente l’omosessuale che si lascia penetrare analmente o, qualche volta, un prostituto. Un particolare curioso è quello che veniva usato al genere femminile (una bardassa = un sodomita passivo). L’identificazione della “persona priva di potere” (prima lo schiavo, e poi soprattutto il giovane) con il “passivo”, era comune e facilmente comprensibile nella società antica, in cui il comportamento omosessuale era rigidamente ruolizzato a seconda dell’età e della posizione sociale dei partner. Analogo parallelo fra “giovinetto” e “sodomita passivo” era probabilmente contenuto in origine nel siciliano garrusu/arrusu. II riscontro più sorprendente lo troviamo però nell’italiano ragazzo derivante dall’arabo magrebino raqqas, “giovane messaggero”, “paggio”, che di recente è stato messo in relazione con l’evangelico raca (cfr. Matteo, V, 22), interpretato proprio come “sodo- mita passivo”, “rottinculo”24. L’ampia diffusione passata di questo termine è testimoniata dall’esistenza di un corrispondente francese antico bardache (passato poi a indicare i travestiti sciamanici dell’America del Nord) e di uno spagnolo antico bardaje (XVI sec., sodomita). Alcuni esempi d’uso:
Queste bardasse isfondolati e ghiotti vanno scopando il dì mille bordelli e per mostrarci se son vaghi e belli cercando van per chi dietro gli fotti. (Francesco Da Colle, seconda metà sec. XV, in: LANZA, vol. 2, pp. 639-640).
Siena di quattro cose è piena: di torri e di campane di bardasse e di puttane
(Proverbio attestato nel 1566 in ESTIENNE, p. 41)
Bareback (-ing), bare-backing: dall’inglese ‘cavalcare a pelo nudo’ (senza sella) vuol dire fare deliberatamente sesso non protetto. Il barebacking, che in inglese vuol dire letteralmente “cavalcare a pelo”, cioè senza la sella per proteggersi, indica la pratica di rapporti sessuali senza protezioni, soprattutto quelli anali. Rappresenta anche un’ideologia, molto diffusa in USA, Francia e Germania, che rivendica apertamente questa forma di pratica sessuale e condanna il sesso sicuro. Le persone che si dedicano al barebacking sono chiamate barebacker. In Francia ci sono persone famose che affermano pubblicamente di praticare il barebacking, come lo scrittore Guillaume Dustan , Scott O’Hara ed Erik Rémès, autore del libro Serial fucker, diario di un barebacker. Barebacking indica anche un atteggiamento volontario rivendicato da vari omosessuali. Inoltre, la pratica del barebacking non è approvata ovviamente dalle associazioni che sostengono la lotta all’AIDS e dalle organizzazioni a favore del sesso sicuro perché lo scambio di eiaculazioni maschili come quelle femminili, e la presenza di ferite piccole e molto difficili da vedere può provocare il contagio di varie malattie trasmesse con il sesso, ma soprattutto perché non esiste la certezza che la persona conosciuta da poco sia in perfetta salute. I barebacker sono convinti d’altronde che indossare il preservativo può rovinare la qualità delle loro erezioni e riduce notevolmente le sensazioni di piacere vissute durante l’esperienza sessuale. Tra l’altro, le persone contrarie al barebacking affermano che tale pratica è solamente la dimostrazione di edonismo sessuale e che i rischi legati a questo fenomeno aumentano a causa della pubblicità di alcuni siti web che favoriscono l’incontro dei barebacker e/o di alcuni locali che permettono con troppa facilità di praticare il sesso non protetto. I barebacker, di fronte a questi atteggiamenti considerati ostili, spesso rispondono che esiste ancora un concezione della sessualità che assomiglia molto alle affermazioni della Chiesa Cattolica. Per approfondire l’argomento, alcuni mezzi d’informazione gay hanno pubblicato una statistica per verificare la diffusione del barebacking attraverso le risposte di un questionario e soprattutto per comprendere se i barebacker sono a conoscenza di tutti i fattori di rischio. Il rischio di rimanere contagiati da malattie sessualmente trasmissibili come l’Hiv può essere considerato un elemento attrattivo sessualmente, un timore da esorcizzare.
Bare-riding: fare sesso senza preservativo.
Basher: chi assale fisicamente e verbalmente un gay.
Batouage o battuage: luogo di rimorchio. Attività sessuale maschile promiscua, sovente anonima e senza fini di lucro esercitata nei luoghi segretamente deputati (giardini, locali, strade, bagni pubblici, etc…). Il termine imita spudoratamente il francese pur non appartenendogli minimamente, e indica appunto l’abitudine di passeggiare, con l’intento di fare conquiste sessualmente, nei luoghi classici di raduno della popolazione omosessuale maschile. Viene spesso tradotto con battere, termine che fa esplicito riferimento alla prostituzione femminile (ma nell’accezione omosessuale maschile il denaro è elemento del tutto trascurabile). Es.: vado a battere, i luoghi di battuage.
Battabastion: dal lombardo. Indica un omosessuale maschio per l’abitudine di battere degli omosessuali nella zona dei bastioni.
Battere: uscire alla ricerca di qualcuno con cui far sesso; il termine si usa sia per chi lo fa per piacere sia per chi lo fa per soldi. Angelo Pezzana sul battere negli anni Cinquanta e Sessanta in ‘Dentro e Fuori’ (Sperling&Kupfer, 1996): “Per i più giovani, battere in quegli anni significava andare per lo più nei cinema e nei parchi, e lì tutto avveniva in maniera rapidissima, buia e ansiosa. Solo i più adulti ed emancipati possedevano una mansarda, una soffitta, un appartamento dove era possibile organizzare qualche partouze”.
Battone: uomo omosessuale che è solito frequentare luoghi di battuage per conoscere altri uomini omosessuali.
Bazzicare: frequentare qualcuno o qualcuna
BDSM: indica l’insieme delle sessioni di bondage, dominazione, sottomissione e masochismo.
Ben wa: palline orientali che inserite nel modo giusto nella vagina provocano sensazioni erotiche piacevoli, intense e durature
Bent: dispregiativo per ‘gay’, ovvero ‘storto’, non dritto.
Ber fio: bel fico, bel ragazzo in livornese. ‘Bella fia’ al femminile.
Berdache: dal persiano antico ‘berdaj’, termine portato in Europa dai crociati francesi per indicare un individuo molto effeminato nei modi e nell’aspetto; nelle popolazioni indiane era considerato un intermediario tra gli uomini e gli spiriti.
Betty Boop: cartone animato americano con l’inconfondibile Betty paffutella e bassa, i capelli dalle punte ribelli e grandi occhi languidi, modello estetico.
Bezness: uomini tunisini che si prostituiscono per turisti uomini e donne.
Bianco: allude all’omosessualità nell’espressione suicidio bianco, che ricalca l’eufemismo omicidio bianco, per le morti sul lavoro provocate da inadempienze padronali nella prevenzione di incidenti. Si rammenti che tra gli e le omosessuali la percentuali di suicidi è più che doppia della media.
Bi-curioso: Bi-curioso o Bicurioso, spesso noto nella forma anglosassone Bi-curious, è un termine utilizzato per riferirsi a quelle persone che non si identificano chiaramente come bisessuali né come omosessuali, però sentono o mostrano una affinità o una curiosità per una relazione a una attività sessuale con individui del sesso da cui non sono attratti. Il termine può essere applicato a persone che generalmente si identificano come omosessuali, ma sentono o mostrano interesse per un rapporto con persone dello stesso sesso. I termini omoflessibile ed etero flessibile, inoltre, possono essere considerati sinonimi del termine “bi-curioso”.
Bifobia: è un termine usato per descrivere l’avversione verso la bisessualità e i bisessuali come gruppo sociale o come individuo. Le persone di qualsiasi orientamento sessuale può provare tali sentimenti di avversione. Come fonte di discriminazione, la bifobia si basa sugli stereotipi negativi sui bisessuali. Bifobia è un portmanteau del termine “omofobia”. Deriva dal prefisso di origine neoclassico “bi-” (che significa “due”) del termine “bisessualità” e la radice “-fobia” (dal greco antico φόβος, phóbos, “paura”) in “omofobia”. Insieme alla transfobia, l’omofobia e la bifobia fanno parte della famiglia di termini usati quando l’intolleranza e la discriminazione è diretta verso il mondo LGBT. Notare che la bifobia può non equivalere al significato clinico o medico di fobia – un disturbo da ansia. Invece, il suo significato ed uso è tipicamente parallelo a quello di xenofobia. La forma aggettivale “bifobico” è usato per descrivere cose o qualità relative alla bifobia mentre il nome “bifobo” è un’etichetta per le persone che provano bifobia. Due classificazioni di stereotipi negativi sui bisessuali mirano alla credenza che la bisessualità non esista e alla generalizzazione che i bisessuali siano promiscui. La credenza che la bisessualità non esista deriva dalla visione binaria della sessualità: una visione eterosessista o monosessista. Nella prima visione, si presume che le persone siano attratte dal sesso opposto e solo le relazioni eterosessuali esistano veramente. Quindi, la bisessualità, come l’omosessualità, non è una sessualità o un’identità valida. Nella seconda visione, le persone sono o esclusivamente omosessuali (gay/lesbiche), esclusivamente eterosessuali, omosessuali repressi che sperano di apparire eterosessuali, eterosessuali che vogliono provare nuove esperienze, o non possono essere bisessuali a meno che siano attratti da entrambi i sessi. Le massime come “le persone sono o gay o etero o mentono”incarnano questa visione dicotomica degli orientamenti sessuali. Monosessismo è un termine usato per riferirsi a credenze, strutture e azioni che promuovono la monosessualità come l’unico legittimo e corretto orientamento sessuale, escludendo la bisessualità, la pansessualità e la polisessualità. Il termine può essere considerato analogo all’eterosessismo, Liz Highleyman, autore di importanti lavori di studi queer, ha annunciato che i bisessuali non possono indirizzare il monosessismo in un contesto di un movimento LGBT più ampio. Uno studio del 2002 dice che un campione di uomini che si auto-definiscono bisessuali non rispondono allo stesso modo a del materiale pornografico gay e a materiale pornografico lesbo, ma in realtà esibivano una maggiore eccitazione sessuale, nella proporzione di quattro a uno, nei confronti di un genere piuttosto che l’altro. Comunque, la bisessualità non implica uguale attrazione verso entrambi i generi. Lo studio e l’articolo del New York Times nel quale venne riportato nel 2005 furono criticati come imperfetti e bifobici. Lynn Conway criticò l’autore dello studio, J. Michael Bailey, citando la sua storia controversa e facendo notare che lo studio non è dato scientificamente ripetuto e confermato da altri ricercatori indipendenti..
Billy: bambolotto gay disponibile in quattro versioni.
Biondazzurro: ragazzo dai capelli biondi e gli occhi azzurri.
Bio-potere: potere che si vuole esercitare sugli altri legittimato dalla presunta superiorità sessuale biologica.
Bisessuale: o bisex, chi è attratto sentimentalmente e fisicamente sia da uomini sia da donne.
Bisessualità: Orientamento sessuale che porta indistintamente a scegliere come oggetto del proprio desiderio tanto persone del proprio sesso che dell’altro. Comp. Dotto del latino bi- ‘doppio’ e sexuale (m) ‘sessuale’. Il rapporto Kinsey del 1948 è forse il primo studio scientifico che utilizza il termine bisessuale per riferirsi a coloro che hanno comportamenti non esclusivamente etero od omosessuali.
Bisex: bisessuale.
Bisunto: chi esagera nell’uso di creme e gel.
Bizantino: chi ama mettere molto oro addosso.
Blableggiare: chiacchierare a vanvera.
Blowing bubbles: concorso internazionale per video d’autore che si svolge a Bologna in occasione della Giornata Mondiale della lotta all’Aids.
Bollito: dispregiativo per organo genitale maschile.
Bombadeira: chi inietta silicone alle transessuali senza nessuna garanzia medica, soprattutto tra le brasiliane.
Bondage: pratica erotica in cui si lega il proprio partner. Dall’inglese. Lett. Schiavitù, servitù. Pratica sessuale che prevede la restrizione dei movimenti o l’immobilizzazione totale del proprio partner. Implica sempre la dominazione ma non necessariamente il sadomasochismo. Può avvenire attraverso corde, catene, manette, polsiere e cavigliere con chiusure in veltro, foulard, nastro adesivo, pellicola di cellophane, camicie di forza, bracciere di cuoio, sono infiniti gli strumenti usati per legare e immobilizzare.
Bono: attraente, sexy.
Boot sucker: chi ama leccare gli anfibi.
Boots: stivali, anfibi militari.
Bosomy: con le tette grosse.
Botta: ‘farsi una botta’ può voler dire o farsi una striscia di cocaina o fare sesso.
Botti botti: gonfiore del pantalone all’altezza dei genitali in dialetto livornese.
Bottle-bar: bar senza mescita, che somministra solo bevande imbottigliate.
Bottom: ‘passivo’ in inglese. Omosessuale dal ruolo sessuale ricettivo.
Bottom-queen: ironicamente sta per ‘regina delle passive’.
Boulevard Strasbourg: arteria parigina con un alto numero di negozi che vendono parrucche.
Boystown: quartiere gay di Chicago.
Braccobaldo: persona sfigurata dal silicone sceso agli zigomi.
Brighton: zona di villeggiatura inglese privilegiata dalla comunità glbt.
Broccolaro: gay attempato alla ricerca di ventenni.
Broccolona: stupida.
Brodo di giuggiole: perdersi in un brodo di giuggiole, perdersi in un bicchier d’acqua.
Bromance: Un bromance è uno stretto rapporto, non sessuale, tra due o più uomini. Una forma di omosociale intimità, ovvero tutto l’insieme dei rapporti sociali, non erotici, tra persone dello stesso sesso. La parola bromance è portmanteau delle parole bro o brother (fratello) e romance (romanticismo, romanzo, racconto). Dave Carnie coniò il termine nella rivista di skateboard Big Brother nel 1990 per fare riferimento specificamente al tipo di relazioni che si sviluppano tra i pattinatori, i quali trascorrono molto tempo insieme. La descrizione classica di Aristotele viene spesso considerata come ante litteram del bromance. Egli scrisse attorno al 300 a.C. “Si tratta di coloro che vogliono il bene dei loro amici per amore degli amici stessi, che sono veramente più amici, perché ciascuno ama l’altro per quello che è, e non per qualità accidentali.” Sono presenti numerosi esempi di celebri relazioni di amicizie intense tra maschi, durante la maggior parte della storia occidentale.
Bronzoressico: chi non può fare a meno delle lampade solari.
Brsf: famiglie bi-reddito senza figli.
Bsx: diminutivo per bisex.
Buco o Bucaiolo: tipico della Toscana è usato come insulto per indicare un gay. Varianti: buca. Indica contemporaneamente sia ano che uomo omosessuale dal ruolo sessuale ricettivo.
Bue: omosessuale maschile. Non è sicura la provenienza. Forse si riferisce al buco (ano in toscano) anche se è possibile che il richiamo sia proprio quello dell’animale proverbialmente mansueto e paziente (e quindi con l’idea sottostante che l’omosessuale è un passivo, disposto a sopportare tutto, affatto aggressivo).
Bugchasing: Il bugchasing è uno slang che indica la scelta di alcuni individui di praticare sesso non protetto con individui sieropositivi con l’intento di contrarre il virus dell’Hiv. I bugchasers possono cercare di contrarre l’Hiv per diversi motivi. Chi pratica il bugchasing cerca persone sieropositive per avere rapporti sessuali non protetti ed effettuare la sieroconversione; i gift givers sono gli individui sieropositivi che consentono ai bug chasers di infettarsi col virus dell’Hiv. I bugchasers dichiarano diverse motivazioni relativi alla loro scelta: per alcuni il rischio relativo a contrarre il virus dell’Hiv aumenterebbe il desiderio durante l’atto sessuale, anche se questi soggetti dichiarano di non avere necessariamente un vero e proprio desiderio di contrarre il virus. Alcune ricerche dicono che il comportamento potrebbe dipendere da una “resistenza alla morale ed alle norme eterosessuali dominanti” che innescherebbero un meccanismo di difesa negli uomini gay che cercherebbero così tenere lontano la stigmatizzazione ed il rifiuto della società. Può essere quindi il risultato di emarginazione della società eterosessuale ma anche di quella parte del mondo omosessuale incentrato sul materialismo e sul sesso promiscuo. Alcuni considerano l’essere infettati come qualcosa di estremamente erotico, l’ultimo taboo, l’ultimo estremo atto sessuale rimasto da compiere. Altro fenomeno riguarda quello delle coppie discordanti, formate da una persona sieronegativa ed una persona sieropositiva. In quel caso la sieroconversione viene vista come l’unico modo per tenere insieme la coppia perché spesso il partner sieropositivo interrompe il rapporto proprio per paura di infettare il partner.
Buggerone (buzzarone- buggiarone): Altro termine molto usato prima dell’Ottocento ma in disuso ai nostri giorni. Ne è rimasta una traccia solo nel verbo buggerare (che anticamente significava “sodomizzare”) che oggi vuol dire “ingannare”, esattamente per la stessa ragione per cui anche inculare viene ora usato per significare “ingannare”. Deriva dal bu(l)garo (da cui anche il francese boulgre/bougre e l’inglese bugger) con accrescitivo – spregiativo in -one. Indicava l’opposto di BARDASCIA, ossia il sodomita attivo. Lo slittamento di significato si spiega col fatto che la sètta eretica dei càtari o albigesi – che si diceva avesse avuto origine, appunto, in Bulgaria – venne accusata nel XIII secolo dalle autorità ecclesiastiche di darsi, fra altre scelleratezze, alla sodomia. Tanto martellante fu questa propaganda che il nome di bulgaro servì da allora per definire tanto gli eretici in genere che i sodomiti. Col passar del tempo, però, il primo significato andò perso, e rimase solo il secondo. La figura dell’eretico e del sodomita sono state intenzionalmente confuse per ragioni
di propaganda nel 1200-1300, e non è un caso che proprio a quest’epoca risalgano i primi roghi documentati di sodomiti. Tale tattica non è del resto ignota al nostro secolo: si pensi a come, durante e dopo l’ultima guerra, si sostenne la tesi secondo cui il nazismo era “intrinsecamente omosessuale”, oppure come, in ambienti di destra, l’omosessualità sia considerata una tipica “deviazione bolscevica”. Così giù nel fabliau francese Du sot chevalier, che risale proprio ai secoli XIII-XIV, il sodomita viene definito hérite (letteralmente: “eretico”): “Je n’irai mie à cel erite qui en tele oevre se delite: miex valdroie estre en croiz tenduz que je fusse d’omme foutouz” (“Io non andrò da quell’eretico / che si diletta in tale opera: / preferisco essere crocifisso / che fottuto da un uomo”. MONTAIGLON, vol. 1, p. 225). Per dovere di completezza aggiungerò che BATTAGLIA ritiene che l’identificazione fra le due categorie sia invece avvenuta, più semplicemente, “per l’identità della pena”.La prima attestazione nella nostra lingua che abbia trovato risale al 1370, ed è riportata in un processo per insulti: Sozzi bugieroni marci, io sono fuori di presone ad vostro dispecto! (BONGI, p. 114). Ecco altri due esempi d’uso: “Fatevi buggeròn, voi che non sête, e in cul ponete ogni speranza vostra (…) piangete il tempo che perduto avete (…) e queste pote [fighe] siansi sempre a noia, lasciando le morir, crepar di foia.” (MARINO, p. 1). Giunto al cospetto del Culiseo Romano così cantava un buggeròn toscano: “I1 mio genio [gusto] è buggerone, non inclina al sesso imbelle: donerìa cento gonnelle per un lembo di calzone”. (PARINI, p. 491 ). BUGGERONE è stato, nel corso dei secoli, adattato a vari dialetti italiani : lombardo BOLGIRÒN, veneto BUZERÒN e BUZARÒN, siciliano BUZZARRÙNI ecc. Ha paralleli anche con l’antico tedesco puzeron, e con lo spagnolo bujarrón.
Bulicio: romano per omosessualità maschile.
Bulicciu: genovese per omosessualità maschile.
Bukkake: porno giapponese dove più uomini eiaculano sul viso di qualcuno.
Burrnesh: è una donna di un paese balcanico, in genere l’Albania oppure il Kosovo, che si veste come un uomo e viene considerata come tale nella società. Tra i suoi privilegi, si ricorda quello di fumare e consumare alcolici. Nella società albanese di un tempo, una donna non aveva il diritto di vivere da sola. Per farlo lo stesso, aveva in alcuni casi la possibilità di modificare il proprio status davanti alla gente del paese, sottoponendosi ad una cerimonia in presenza degli uomini più influenti del villaggio. Durante la cerimonia, era prevista una vestizione ed il taglio di capelli. La ragazza doveva fare voto di castità. È detta infatti anche vergine giurata. Le ragioni per un cambio del genere potevano essere molteplici: mancanza di figli maschi in famiglia; morte di componenti maschi in famiglia; rifiuto di un matrimonio da parte della ragazza; lesbismo non dichiarato. La tradizione risale a circa tre secoli fa: è in fase di ritiro ed è oramai completamente estinta in Serbia. Anche se non è più praticata nei paesi di lingua albanese, vivono in quella zona ancora parecchie burrnesh anziane. Famoso è il libro di Elvira Dones sull’argomento, vergine giurata.
Busiano: fan di Aldo Busi.
Busone: dall’emiliano. Indica l’omosessuale. L’idea che un omosessuale è un buco (o un grande buco, busone appunto), un recettore, un involucro da riempire è frequente nei dialetti di area italo romanza.
Butch: dall’inglese. Lett. Maschione. Anche donna omosessuale che esprime una forte identità di genere maschile; gay molto virile dall’aspetto perennemente imbronciato. Il termine Butch (dall’inglese “maschiaccio”) o con l’italiano “camionista” viene spesso usato per indicare una lesbica con atteggiamenti ed abbigliamento prettamente mascolini, generalmente in contrapposizione alla femme, una lesbica con atteggiamento ed abbigliamento femminili. In effetti per coloro le quali si definiscono tali Butch definisce più uno stile di vita e una scala di valori che solo un aspetto esteriore. Semplificando si può dire che una butch rappresenti la quintessenza positiva della mascolinità, prima fra tutte forza e cavalleria. Molto utilizzata a partire dagli anni cinquanta, e quindi spesso ridotta ad uno stereotipo, la dicotomia butch/femme fu spesso criticata e rifiutata dalla comunità lesbica come modello di riferimento. Questa vedeva nella dicotomia dei ruoli butch/femme, un perpetuarsi del patriarcato all’interno della comunità lesbica con conseguente discriminazione ai danni di Butches e Femmes. Tra le butch si distinguono stone butch e soft butch. I ruoli butch e femme risalgono almeno all’inizio del XX secolo. Erano particolarmente visibili nella cultura dei locali frequentati dalle lesbiche della classe operaia degli anni ’40, degli anni ’50 e degli anni ’60, in particolare negli Stati Uniti. In quel contesto i rapporti butch-femme erano la norma, mentre quelli butch-butch e femme-femme erano “tabù”. Coloro che attraversavano questi ruoli venivano chiamati “ki-ki”, che era considerato un termine negativo; esse erano spesso oggetto di scherno. Durante gli anni quaranta del XX secolo negli Stati Uniti d’America, la maggior parte delle donne butch si trovava costretta a vestire panni convenzionalmente femminili per mantenere il proprio lavoro, e soltanto il fine settimana si potevano concedere di vestire le loro camicie e cravatte inamidate per andare nei bar o alle riunioni dei loro gruppi. Gli anni 50 hanno visto l’ingresso di nuova generazione di butches che rifiutavano di vivere doppie vite e portavano l’abbigliamento butch a tempo pieno, o il più spesso possibile. Questo solitamente ha limitato il loro accesso solo ad alcuni tipi di lavori, ad es. il lavoro in fabbrica, lavori in ogni caso che non avevano codici di abbigliamento per donne. La loro aumentata visibilità, insieme alla retorica anti-gay dell’era McCarthy, ha condotto ad un aumento delle aggressioni alle lesbiche, mentre allo stesso tempo la cultura più forte e ribelle dei ‘locali’ divenne sempre più disposta a rispondere con forza. Anche se le femmes erano presenti e combattive all’interno di questi scontri, il difendere i locali come spazi di aggregazione lesbica divenne prerogativa del ruolo butch. Mentre negli anni ’40 l’immagine prevalente delle butch era severa ma delicata, questa è diventata sempre più dura e aggressiva poiché il confronto violento si era trasformato in un fattore costante nella vita di tutti i giorni. A cominciare negli anni ’70, alcune teoriche femministe hanno criticato i ruoli butch e femme come politicamente scorretti, sostenevano che tutte le loro dinamiche derivassero dalla necessità di imitare i ruoli di genere eterosessisti, contribuendo a riportare tali rapporti in un ambito underground. Riguardo ai rapporti butch-femme c’era la presunzione che le butch rappresentassero la partner fisicamente attiva e quindi in una posizione di ‘dominio’ nella sessualità. Ma a differenza dalle dinamiche di molti rapporti eterosessuali, il ruolo descritto dalle butch era quello del dare il piacere sessuale alle femme. L’essenza di questa dinamica emotiva/sessuale è ben descritta dall’ideale delle “butch di pietra” o delle butch intoccabili. Essere intoccabile significava avere piacere nel dal dare piacere. Quindi, anche se queste donne hanno assunto modelli della società eterosessuale, hanno trasformato quei modelli in un’interazione autenticamente lesbica”. Le discriminazioni e i pregiudizi verso le butches femminili e le femmes maschili potrebbero essere interpretati come transfobia, anche se è importante notare che le butches femminili e le femmes maschili non si identificano sempre nel movimento transessuale e/o transgender.
Cabina: nelle saune gay indica lo spogliatoio o luogo dove è possibile fare sesso.
Cacavincenzo: gergale interregionale per uomo omosessuale dal ruolo sessuale ricettivo.
Cacciatore: o ‘hunter’, o ‘predatore’, chi ama gli uomini grossi e pelosi. In inglese, Chaser. Ragazzo magro a cui piacciono gli orsi/ chubbies. Solitamente senza barba/baffi e dai modi maschili.
Cache-sexe: slip (dal francese).
Cachet: somma di denaro data a un marchettaro.
Cage aux folles: storico locale parigino con spettacoli en travesti dal quale è stato tratto un celebre musical.
Caghineri: tipico della Sardegna è usato come insulto pesante per indicare i gay.
Caghino: come ‘caghineri’, dispregiativo per ‘gay’ in sardo.
Calcinacci al culo: avere i calcinacci al culo indica scherzosamente chi non lo prende da molto tempo.
California Aids Ride: manifestazione di beneficenza Aids in bicicletta a Los Angeles.
Callboy: chi lavora alle linee telefoniche per gay.
Camionista: scherzosamente indica una lesbica particolarmente mascolina e trasandata. In inglese, Bull Dyke, Diesel, opposto di Femme.
Camizinha: in portoghese ‘camicetta’ ovvero il preservativo.
Camp: gay anni ’70, spesso eccentrico e kitch. In inglese il termine è fonte di irrisolte questioni linguistiche. Alcuni lo fanno derivare da army camp, accampamento militare e grande calamita della prostituzione in entrambi i sessi; altri dall’inglese dialettale kemp, una specie di simpatica canaglia. Secondo la lezione di Susan Sontag che nel 1964 pubblicò prezione ‘Notes on Camp’, la parola descrive un tipo particolare di sensibilità comune a molti gay, quasi una rispsota provocatoria a chiunque pretenda di dettare leggi estetiche soprannaturali. “Il camp”, scrisse la Sontag, “asserisce che il buon gusto non è semplicemente buon gusto; che esiste, infatti, un buon gusto del cattivo gusto”. Nel camp l’oggetto (uomo, donna, film, romanzo, corrente artistica, etc…) magari condannato unanimamente come kitsch, diventa non solo lecito ma bramato. “Il camp”, continua la Sontag, “incarna la vittoria dello stile sul contenuto, dell’estetica sulla morale, dell’ironia sulla tragedia”.
Campanelli cinesi: sono i peli su cui rimangono attaccate le feci al sedere.
Canal Street: via gay di Manchester.
Candelora: festa religiosa del 2 febbraio. Al Santuario di Montevergine, in provincia di Avellino, si regano molti femminielli con canti e tammorriate in omaggio alla Madonna Schiavona.
Candle-light: commemorazione in ricordo di gay, lesbiche e trans uccise dall’Aids o dalla violenza.
Canotto: bocca rifatta con il silicone.
Capocotta: spiaggia glbt poco distante da Ostia dove si fa nudismo, conosciuta anche come ‘buco’.
Capretto: Giovane omosessuale. Deriva forse da capra, prostituta.
Care-giver: termine usato nella moderna pedagogia e psicologia per intendere la migliore figura genitoriale esistente che non considera il sesso biologico e non biologico di una persona ma la sua capacità di dare cura, affetto e amore alla propria prole biologica o non biologica.
Caritas: casa di un gay che accoglie extracomunitari poveri.
Caro/a: viene usato come intercalare vocativo per attirare attenzione con brusca dolcezza.
Carpaccio: sesso al crudo, senza amore o cotte.
Carrabile: chi si lascia trasportare dal talento di Raffaella Carrà.
Casa dell’accoglienza: casa di un gay pronto a ospitare diseredati.
Casalesbica: donna regolarmente sposata, casalinga, che ha incontri lesbici.
Casermaro: gay alla ricerca di militari.
Cassiera: ragazza scialba e superficiale; un ‘trucco da cassiera’ è un make-up veloce e fatto male.
Castro: ampio e popoloso quartiere gay e lesbico di San Francisco.
Castro Clone: Nello slang LGBT, un Castro clone o più semplicemente clone è un uomo omosessuale che appare, nell’abbigliamento e nello stile, simile ad un individuo della classe lavoratrice idealizzato ed ipermascolino. Il termine, originato, alla fine degli anni settanta deriva da Castro, la comunità gay di San Francisco. Tra coloro che adottarono questa moda vi fu Freddie Mercury.
Catafalco: ‘essere un catafalco’ ovvero procedere lentamente.
Catamito: Giovane omosessuale. Deriva la latino catamitus, a sua volta derivato dal greco, Ganymèdes, Ganimede, il bellissimo giovinetto amato da Giove e da lui assunto in cielo quale coppiere degli dei, ufficio ch’era stato, prima, commesso ad Ebe giovane amato da Zeus.
Cazzaro: chi si reca nei luoghi frequentati dalle transessuali solo per perdere tempo.
Cazzuta: lesbica agguerrita, audace.
Cernierato: chi è ricorso al lifting.
Cessaro: dispregiativo per i gay che frequentano gli urinatoi nei bagni pubblici.
Chaps: pantaloni generalmente di pelle senza il cavallo.
Chaser: vedi ‘cacciatore’.
Chattare: dall’inglese ‘to chat’ (chiacchierare), ovvero contattare eventuali partner tramite internet.
Cheap: scontato, banale.
Checca: femminile dispregiativo usato per gli uomini [vedi Desdy, 22 gennaio 2002]. “Recchie” dal 2000 circa, diffuso anche dagli spettacoli del gruppo Spaventapassere.; “Omosessuale di sesso maschile particolarmente effeminato”. La passività nel rapporto sessuale è presunta e spesso non effettiva. Molti fanno derivare il nome da un celebre mulo del Corriere dei Piccoli. Checca è anche un vezzeggiativo del nome Francesca, ma come del resto avviene in molte parole gergali, il passaggio semantico non è chiaro. È tuttora diffuso in molte zone d’Italia (Lazio, Toscana, Lombardia…), di cui esiste anche il maschile Checco. C’è chi crede sia necessario riferirsi al veneziano checa e al toscano cecca, termini che indicano ‘donna volgare, ciarlona, sciammanata’, mentre in Toscana e nel Lazio Sora Checca indica l’organo femminile della riproduzione. Tra i derivati: checcaggine, criptochecca (omosessuale velato), chierichecca (omosessuale cattolico bigotto), scheccare (comportarsi, muoversi da checca) ma anche arrabbiarsi da checca, a tratti concepiti come isterici. L’uso di un vezzeggiativo femminile ha ovviamente, quando riferito ad un uomo, un’intenzione offensiva. Esso ha paralleli “canonici” in altre lingue, come per esempio nell’antico inglese Nelly e Mary-Ann, e probabilmente anche nello spagnolo odierno marica (che secondo RODRIGUEZ CASTELO, pp. 332-333, deriva dal nome “Maria”). Per un parallelo italiano si veda il veneto PEPPIA: “donna lagnosa e noiosa” ed “omosessuale effeminato”, “checca”. CHECCA è molto usato soprattutto nel Lazio e in Lombardia, ma anche, in misura minore, nel resto d’Italia. Oggi comprende almeno tre significati leggermente diversi. Il primo è quello, già enunciato, di “omosessuale effeminato”, in senso spregiativo. Il secondo è quello di “omosessuale” in genere, ancora in senso spregiativo. I1 terzo, tipico del gergo gay, indica (ma senza significato spregiativo) un omosessuale, ed è alla base di numerose espressioni composte (tra le più note: CHECCA FATUA, FRACICA, ISTERICA, MANIFESTA, MARCIA, ONNIVORA, PAZZA, PERSA, SFATTA o SFRANTA, STORICA, VELATA) o ancora di termini composti (come CHIERICHECCA: “omosessuale bigotto”). Ecco alcuni esempi d’uso dei tre diversi significati: (caso I). Nell’omosessualità come mondo monosessuale il maschilismo viene continuamente alimentato. Le caratteristiche di imitazione femminile della “checca” sono solo parzialmente in contrasto con quanto detto. (FORTI, p. I 2 7) (caso 2). Luciano invece è stato sbertulato tutta la sera da questo orrendo, questa orrenda checca. “Marchetta”, lo ha chiamato dall’inizio alla fine, senza carità ne per lui ne per me. (BELLEZZA, p. 52) (caso 3). La mitologia classica, la biologia, la Tunisia, i paragoni zoologici, lo fanno anche certi scimmiotti, ah sì, e pare che ci siano anche delle balene checche, ma no, cosa mi dite mai, cher maître, eppure sì sì, me l’assicurano certi balenieri…(ARBASINO, p. 154)
Checcoiffeur: parrucchiere dai modi effeminati.
Chefi: diminutivo di ‘cafona’ in uso a Foggia.
Chérie: ‘mia cara’, usato come intercalare.
Chiassata: litigio verbale molto sonoro.
Chiassoso: colore acceso.
Chierichecca: persona devota religiosamente ma molto scaltra sessualmente.
Chiodato: chi indossa il ‘chiodo’ (vedi).
Chiodo: giubbotto di pelle corto alla vita.
Chiquita: organo genitale maschile.
Chire: espressione rintraccita su Inter@genda il 5 gennaio 2002 da parte di Ika a Genova, ma il cui significato resta qui non noto.
Christopher street: storica via glbt di New York.
Chubby: orso obeso. Let. Ciccione. I chubbies si differenziano dagli orsi perché hanno grossa corporatura ma non portano né barba né baffi.
Chueca: quartiere glbt di Madrid.
Ciccetti: emorroidi.
Cig: Centro di Iniziative Gay con sede a Milano.
Cineasta: chi frequenta assiduamente cinema a luci rosse.
Cinedo: pederasta. Giovane omosessuale (dal greco kìnaidos, in origine maestro di danza, ballerino e poi giovane prostituto, scostumato, dissoluto- confronta Platone, Gorgia, 494 ed Eronda 2,74).
Cisgender: Cisgender è un aggettivo usato nell’ambito degli studi di genere e del counselling per indicare una classe di identità di genere in cui esiste una concordanza tra l’identità di genere del singolo individuo e il comportamento o ruolo considerato appropriato per il proprio sesso. Secondo Calpernia Addams, cisgender è un neologismo che significa “qualcuno a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato alla nascita”.”Cisgender” viene utilizzato in senso opposto a “transgender”. Questa condizione di concordanza coinvolge il piano biologico (i caratteri sessuali), l’identità personale (come la persona si sente) e il ruolo sociale (come gli altri la considerano). La definizione di cisgender è quindi applicabile alla maggioranza degli individui.
Ciucciare: succhiare, suggere.
Civestitista: feticista dell’uniforme da lavoro.
Clause 28: misura discriminatoria per l’età del consenso ai gay voluta da Margaret Thatcher.
Clitorismo-clitorista: stimolazione erotica tra due donne. Comportamento erotico lesbico che consiste nella penetrazione effettuata tramite la clitoride. All’interno della scelta dell’oggetto sessuale vengono operate distinzioni sulla base del tipo di pratiche preferite. Si distinguevano il ‘tribadismo’, consistente ‘nello sfregamento della vulva d’una donna contro quella d’una compagna’, il ‘clitorismo’, penetrazione effettuata tramite la clitoride ed il ‘saffismo’ o ‘lesbismo’, dicasi ‘quello sconcio atto per cui due donne applicano contemporaneamente la bocca l’una sui genitali dell’altra’ che era però sinonimo di sesso orale in generale, sia tra due donne che tra una donna e un uomo. Se passivo poteva dare luogo alle deformazioni descritte da Martineau, se attivo poteva consistere nella fellatio, chiamata infatti anche amore ‘alla lesbiana’ o ‘alla fenicia’. Un’altra pratica che avrebbe avuto ‘più proseliti che il tribadismo’, era costituita da coloro che ‘erano contemporaneamente tribadi e saffiche…note per la masturbazione della clitoride’. Di clitoridismo parlava anche il ‘padre’ dell’onanismo, Simon André Tissot nel 1758.
Closet (in the): ‘stare nel closet’ è non dichiararsi. Dall’inglese: nell’armadio. Espressione che indica l’omosessuale che non dichiara espressamente di essere tale o che comunque fa di tutto per nascondere il proprio orientamento sessuale fino a fidanzarsi e sposarsi con una persona del sesso opposto al proprio.
Coatto: eterosessuale cafone e poco rispettoso, usato soprattutto a Roma indica per estensione anche gli eterosessuali che vogliono entrare nei locali glbt per divertirsi a sfottere.
Coccinella: simbolo della transessualità, da ‘Coccinelle’ una delle prime transessuali francesi.
Cocco: cocaina.
Cock-ring: anello in metallo, pelle o gomma che viene infilato, che si ‘installa’ attorno ai genitali (pene e scroto) per bloccare l’afflusso di sangue e mantenere a lungo l’erezione. Il fine è aumentare la durezza e la dimensione del pene. E’ molto usato nell’ambiente gay e al di là della sua funzione pratica, costituisce anche una sorta di ornamento sessuale. Si registrano casi in cui l’utilizzo applicato anche in contesti non sessuali, ha comportato un’assenza di circolazione sanguigna ai genitali con conseguente necessità di rimozione chirurgica dei genitali in toto. Dall’inglese ‘anello per l’uccello’.
Cock slip: mutanda con vibratore incorporato usato dalle lesbiche.
Cods: coordinamento degli omosessuali dei Democratici di sinistra, con sedi e rappresentati in molte città italiane.
Colato dentro: chi indossa indumenti particolarmente aderenti.
Collezionista: chi ha numerosi rapporti sessuali con gente di varie nazionalità.
Coming out: (anche Coming Out. Circolo ricreativo-culturale Arcigay di Caserta; e Coming Out come storico locale romano gay-friendly). Il ‘venire fuori’, dichiarare la propria sessualità agli altri volontariamente e spontaneamente. Assume la funzione di un gesto liberatorio in una società che al massimo concede la sopravvivenza al patto del rispettoso silenzio sulla propria identità sessuale e orientamento sessuale. Nel mondo LGBT l’espressione coming out è usata per indicare la decisione di dichiarare apertamente la propria omosessualità o la propria identità di genere. Questa espressione deriva dalla frase inglese coming out of the closet (“uscire dal ripostiglio” o “uscire dal nascondiglio”, ma letteralmente “uscire dall’armadio a muro”), cioè “uscire allo scoperto”. In italiano le espressioni che più si avvicinano alla corrispondente anglofona sarebbero “uscir fuori” (ad esempio: “a che età sei uscito fuori?”) e “venir fuori”, ma queste forme non sono riuscite a prevalere su quella inglese, a differenza di quanto è accaduto con altre lingue come con lo spagnolo salir del armario e il francese sortir du placard. Con questo significato, comunque, è parecchio utilizzato in italiano il verbo “dichiararsi”. L’espressione abbreviata comunemente usata, coming out, ha un contenuto ironico, in quanto era – e in parte è ancora – l’espressione usata per indicare il “debutto in società” di una giovane adolescente, di solito al ballo delle debuttanti. In Italia, l’espressione coming out, che indica una scelta deliberata, è molto spesso confusa con outing, che indica invece l’esposizione dell’omosessualità di qualcuno da parte di terze persone senza il consenso della persona interessata. L’opposto di una persona che ha fatto coming out (“dichiarata”) è indicata nel gergo gay col termine “velato”. Il coming out, per chi lo vive, è un processo generalmente mai concluso, in quanto, nella vita, si conoscono sempre nuove persone e – in una società che considera l’eterosessualità come la ‘norma’ e l’omosessualità come una condizione di diversità – ogni volta si deve decidere se, come e quando esplicitare la propria condizione. Di questo processo si tendono ad identificare due fasi; la prima, chiamata anche coming out interiore, e la seconda, quella più conosciuta, in cui l’individuo si dichiara alla società. Il coming out interiore è la prima fase ed è il momento in cui un individuo si rende conto di avere sentimenti e/o desideri sessuali per persone dello stesso sesso, ne acquisisce consapevolezza ed impara ad accettarli come una parte integrante della propria personalità. Questo primo momento è di solito caratterizzato da una forte carica emotiva ed è fonte di stress. Ciò è dovuto in parte al fatto che si tratta di un momento in cui l’individuo si mette – o rimette – in discussione, ma, soprattutto, perché la nostra società tende alla eteronormatività, tende cioè ad escludere, negandoli o vestendoli di un’immagine negativa, tutti quei comportamenti che si allontanano dalla eterosessualità. Quanto più è forte all’interno di una società questa spinta a negare la legittimità di comportamenti che si allontanano da quelli considerati “canonici”, tanto maggiore sarà lo stress vissuto dall’individuo, anche per la mancanza di esempi positivi da seguire per riuscire ad integrare questi nuovi sentimenti e pulsioni all’interno della propria identità. In una prima fase spesso si cerca ogni indizio che possa dimostrare il contrario di ciò che si sta scoprendo. Una volta che si è preso atto che “non c’è niente da fare” si passa all’accettazione della propria condizione. Questa seconda fase, a meno di non essere famosi e di fare coming out attraverso i media, è un processo graduale e mai concluso. Le ragioni del coming out possono essere politiche, ma anche pratiche: quando si è ormai dichiarato la propria appartenenza ad una minoranza non si ha più lo stress di doversi nascondere e si può godere delle piccole gioie della vita a viso aperto; alcuni studi hanno provato che il grado di visibilità di una persona in un gran numero di situazioni sia fortemente correlato con una mancanza di stress e di nevrosi. Inoltre, la conclusione di questa fase porta generalmente ad una crescita interiore, soprattutto in termini di sicurezza in sé stessi. Per quanto sia chiaro a tutti che il coming out verso la società può avvenire in un qualsiasi momento della vita dell’individuo, cioè quando lo stesso si sente pronto o ne sente la necessità, è meno risaputo che anche il coming out interiore può avvenire in diversi momenti. Contrariamente a quello che si crede non esiste “un’età del coming out“; il coming out interiore può avvenire nell’infanzia (ad esempio durante l’asilo), nell’adolescenza o nell’età adulta ed ogni periodo della vita dell’individuo presenta problemi e caratteristiche proprie. Il momento dipende anche dal grado di omosessualità dell’individuo, cioè se è “completamente” omosessuale, oppure bisessuale. Nell’infanzia, il problema più grande è sicuramente la mancanza di mezzi psichici per affrontare la situazione e generalmente mancano totalmente i mezzi di paragone. Un esempio: in tutte le favole la bella di turno aspetta il cavaliere per godere del “…e vissero tutti felici e contenti”. Eccezioni non ce ne sono, a meno di qualche esempio positivo in famiglia e quindi mancano generalmente persone adulte con cui aprirsi e parlare. Durante l’adolescenza, l’individuo ha più mezzi psichici del bambino per affrontare la situazione ma è anche un periodo molto confuso della vita in cui si va incontro a grandi cambiamenti, sia fisici che psicologici e sociali. Ciò aggiunge stress a stress non facilitando il processo. Una famiglia (e non solo) spesso poco propensa all’espressione libera dell’individuo tenderà a bollare la cosa come “è solo una fase, passerà”, lasciando all’adolescente l’impressione che i suoi sentimenti non siano presi sul serio. Nell’età adulta, il coming out è per certi versi più facile in quanto l’individuo, è generalmente psicologicamente più forte e le motivazioni hanno più spesso a che fare con il vissuto dell’individuo. L’idea del coming out fu introdotta nel 1869 dall’omosessuale tedesco Karl Heinrich Ulrichs, un pioniere del movimento per i diritti di gay, lesbiche e transgender. Dato che egli vedeva nel coming out un mezzo di emancipazione e nell’invisibilità un ostacolo maggiore nel cambiare l’opinione pubblica, esortava altri omosessuali ad “uscire allo scoperto”. Magnus Hirschfeld tratta di nuovo lo stesso argomento nella sua opera principale, The homosexuality of men and women (1914), discutendo le potenzialità legali e sociali di diverse migliaia di persone coming out presso la polizia in modo da influenzare legislatori ed opinione pubblica (Johansson & Percy, p.24). Il primo importante statunitense a fare coming out fu il poeta Rober Duncan. Nel 1944, usando il suo nome nella rivista anarchica Politics, affermò che gli omosessuali erano una minoranza oppressa. Nel 1951 Donald Webster Cory pubblicò The Homosexual in America, una pietra miliare, esclamando: «la società mi ha dato una maschera da indossare… Dovunque vada, in qualsiasi momento e davanti a qualsiasi sezione della società, io fingo». Cory era uno pseudonimo, ma la sua descrizione franca e soggettiva servì come stimolo ad una emergente autocoscienza omosessuale e a un nascente movimento omofilo. (Gross, p. 15) Negli anni sessanta, Frank Kameny fu licenziato dalla sua posizione di astronomo nell’esercito, all’interno del servizio topografico, per comportamento omosessuale. Egli rifiutò di far passare il fatto sotto silenzio e combatté apertamente contro il suo licenziamento arrivando ad appellarsi alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Kameny, uno dei leader del nascente movimento statunitense per i diritti omosessuali, sosteneva un piano d’azione aggressivo. La pietra angolare della sua convinzione era: «we must instill in the homosexual community a sense of worth to the individual homosexual» (noi dobbiamo instillare nella comunità omosessuale un sentimento di autostima nell’individuo in quanto omosessuale), autostima che può essere raggiunta solo attraverso campagne condotte dagli stessi omosessuali. (Gross, p. 18) Il suo motto era: “Gay is good” (gay è buono, positivo). Alcune persone che si identificano come lesbiche, gay, bisessuali, o queer, o che preferirebbero attività sessuali o relazioni con lo stesso sesso, si sono impegnate in rapporti eterosessuali o hanno avuto relazioni eterosessuali di lunga durata, fino al matrimonio (esempi famosi includono Elton John o il defunto Leslie Cheung). Questo comportamento “eterosessuale” apparente di persone, che definirebbero se stesse “gay” o “lesbiche” in altre situazioni, ha spesso fatto parte dell’essere “velati”, creando una finzione tesa all’accettazione dell’ambiente eterosessuale (queste situazioni vanno distinte da quelle dei bisessuali in relazioni eterosessuali di lunga durata). Altre persone “velate” (nascoste) non hanno contatti eterosessuali e semplicemente desiderano proteggersi dalla discriminazione e dal rifiuto non rivelando il proprio orientamento sessuale. Questa pratica sembra in diminuzione di pari passo con l’accettazione sociale dell’omosessualità. È stato osservato l’aumento della frequenza di comportamenti sessuali basati sulla situazione, cioè, praticare attività sessuali al di fuori di quella abituale a seconda della situazione. Per cui, alcuni credono che il fenomeno del coming out sparirebbe con la completa accettazione dell’omosessualità e degli omosessuali se non per scelta personale, nel senso che non sarebbe più necessario. Mentre la maggior parte delle persone si adatta al genere assegnato alla nascita, molte persone transgender o transessuali decidono a un certo punto di vivere secondo il ruolo di genere con cui si identificano maggiormente, e pertanto scelgono di annunciare la propria identità di genere e l’intenzione di cambiare il proprio ruolo di genere. A differenza dell’orientamento sessuale, fare coming out (e rivelarsi quindi come appartenenti a un genere opposto a quello di nascita) non è opzionale. Tuttavia, dopo la transizione, molte persone transgender e transessuali decidono di nascondere il proprio genere d’origine. Quindi una persona transessuale o transgender può dover fare coming out due volte: durante la prima transizione, e poi nuovamente per rivelare la propria passata identità alle persone all’oscuro. Per il coming out ci sono dei veri e propri codici di comportamento, forgiati dalle esperienze di persone che, in tempi successivi, hanno giudicato il proprio coming out non appropriato o più stressante del necessario. Generalmente si sconsiglia di fare coming out durante le vacanze e in momenti di stress, come durante un litigio. Il coming out è un processo spesso graduale. È comune fare coming out prima con un amico o un familiare fidato, e successivamente con gli altri. Alcune persone sono “out” sul posto di lavoro, ma non con le proprie famiglie, e viceversa. Inoltre, il coming out non si fa una sola volta, ma è necessario farlo con ogni nuova conoscente e situazione. Prerequisito al coming out con gli altri, è fare coming out con sé stessi, cioè ammettere di essere gay, lesbiche, bisessuali, transgender o eccitati da forme sessuali non convenzionali. Questo è il primissimo passo nel processo di coming out: spesso richiede una ricerca interiore o un’epifania personale. Molte persone gay, lesbiche e transgender attraversano un periodo prima del coming out durante il quale credono che il loro orientamento sessuale, o i loro sentimenti crossgender siano una “fase”, che siano modificabili, o rifiutano i propri sentimenti per ragioni religiose o morali. Fare coming out con sé stessi termina quel periodo di ambiguità e dà il via al processo di autoaccettazione. Oggi, le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender sono più out che mai, soprattutto nei paesi occidentali più avanzati. La maggior parte ritengono che nascondersi sia una pratica che nuoce alla propria salute e stabilità. Uno dei maggiori periodici gay si chiama Out Magazine. Il coming out nella comunità omosessuale è visto come politicamente sano, persino un dovere o una necessità, argomentando che più le persone gay sono visibili, più è difficile essere oppressi da moralisti e bigotti. Altri credono che fare coming out nel modo tradizionale e “aperto” non sia sempre l’opzione più appropriata dal punto di vista personale o culturale. Un’alternativa potrebbe essere il cosiddetto “coming home” (ritorno a casa), presentare il partner dello stesso sesso a famiglia e amici come un amico stretto, tacendo l’identità omosessuale. Alla fine, è il singolo individuo a dover decidere quale opzione sia più adatta. Judith Butler (1991) critica la metafora dell’in/out (dentro/fuori, nascosto/visibile) perché crea una ambiguità che finge che il cosiddetto armadio (closet, dentro al quale ci si “nasconde”) sia oscuro, marginalizzante, e falso, mentre essere
visibili riveli un’identità vera, essenziale. Diana Fuss (1991) spiega, «il problema, naturalmente, con la retorica dell’in/out[…] è che queste polemiche mascherano il fatto che la maggior parte di noi siamo sia visibili che nascosti allo stesso tempo.» Inoltre, “essere out”, nel gergo gay, è proprio non essere out; essere out significa essere finalmente fuori dall’esteriorità e il senso di esclusione e le deprivazioni che un tale stato impone; oppure, detto in un altro modo, essere out diventa in realtà un essere in – nel regno della visibilità, del parlare liberamente, del culturalmente intelligibile. In altre parole, il coming out costruisce l’armadio che dovrebbe distruggere e la personalità che dovrebbe rivelare, «la prima apparizione dell’omosessuale come “specie” invece che come “aberrazione temporanea” è anche il momento della sparizione dell’omosessuale – nell’armadio.» Lauren Smith (2000) riassume, «essere “fuori dall’armadio”, quindi, sia come gay che come eterosessuale, secondo Fuss e Butler, significa sempre nascondere o coprire un altro armadio.» Tuttavia, Butler si presenta ugualmente come lesbica in occasioni pubbliche e sostiene che, «è possibile affermare che […] rimane un imperativo politico usare questi errori necessari o categorizzazioni sbagliate […] per rappresentare un soggetto politico oppresso.»
Commessa mancata: un’attrice non particolarmente capace.
Comog: motocicli glbt.
Comunità ursina: La Comunità ursina è una cultura basata sul genere e sull’identità sessuale, subcultura della comunità gay che si è sviluppata in maniera trasversale a tutte le nazioni e a tutte le estrazioni sociali. Nella terminologia gay, per orsi si intendono uomini dalla corporatura robusta, spesso pelosi, oppure semplicemente sovrappeso, in genere dall’aspetto mascolino. A differenza degli Stati Uniti, dove si usano definizioni diverse per “Bear” (orso) e “chubby” (cicciotto) in Italia ci si riferisce ad entrambi con il termine “orso”. Per cacciatore invece si intende semplicemente una persona gay attratta dagli orsi. Nonostante si tratti di una comunità molto poco conosciuta, sono dell’ordine delle migliaia (oltre 23.000 persone) le persone che vi partecipano in maniera attiva in Italia. L’identità bear, tuttavia, è diventata nel tempo sempre più inclusiva e piuttosto che delle determinate caratteristiche fisiche, ormai, una delle costanti è la rielaborazione, o a volte il rifiuto, di elementi e di stereotipi dell’immaginario gay maggioritario. Nata attorno alla metà degli anni ’80 del secolo scorso, la ”bear culture” si sviluppa nella comunità di lingua inglese statunitense, anglosassone ed australiana. Il successo repentino di tale cultura gay è legato alla contrapposizione della figura dell’orso (in carne, villoso) a quella del gay stereotipato (magro, muscoloso, depilato). Il propagarsi della sindrome ha contribuito in modo massiccio alla diffusione della cultura ursina che conta comunità in quasi tutti gli Stati in cui l’omosessualità è diffusa, consentita e tollerata ma anche in paesi (come l’area mediorientale) dove l’omosessualità è proibita o repressa. Soltanto all’inizio degli anni ’90 la cultura ursina arriva in Italia ad opera di alcuni pionieri che crearono un gruppo a Milano, “Orsi italiani – Girth & Mirth”, riprendendo l’esperienza dei vari gruppi Girth & Mirth già operanti nel mondo, laddove con il primo termine si intende letteralmente “tronco di albero” e, per estensione, “girovita”, “robustezza”, mentre con il secondo si intende dire “allegria”, “benessere”, “voglia di vivere”. Girth & Mirth quindi inteso come espressione del vivere il proprio fisico oversize con naturalezza e gioia. Grazie all’aumento dei suoi simpatizzanti, il fenomeno degli orsi inizia quindi a farsi notare e a crearsi degli spazi di visibilità durante gli appuntamenti ufficiali del movimento LGBT, quali ad esempio le “Pride Parade” italiane, fin dalla prima storica del ’94 a Roma, in cui per la prima volta apparve uno striscione degli orsi. Da Milano a Roma, la diffusione degli appuntamenti a tematica ursina fu breve, per passare quindi a tutto il resto del paese. Attualmente le più strutturate comunità ursine italiane si trovano a Milano, Roma, Bologna e Palermo, ma praticamente in ogni città si svolgono feste e appuntamenti a tema. Da non sottovalutare il ruolo che Internet ha avuto per la cultura ursina, dove oltre alle decine di siti nati in questi ultimi dieci anni, soprattutto un canale chat di IRC, #orsitaliani, a partire dalla fine del ’96 ha contribuito a diffonderne le idee e a far conoscere fra di loro orsi e cacciatori. La bandiera scelta dalla comunità ursina è un simbolo internazionale, rappresenta l’impronta di un orso su uno sfondo a strisce. I colori delle strisce più in alto sono ispirati al colore della pelle di persone di diverse etnie: neri, mulatti, asiatici, caucasici etc. I colori delle strisce basse sono quelli del “Pelo dell’orso”, nero, grigio o bianco, a seconda dell’età. La bandiera ha un significato di apertura a tutte le etnie, a tutte le età e alla diversità nelle persone e nei gusti. Negli anni la subcultura ursina ha sviluppato un gergo peculiare, alcuni dei termini più comuni sono:
Orso – Un uomo dalla corporatura robusta, dall’aspetto mascolino, spesso peloso o con barba/baffi, o ancora un uomo corpulento, sovrappeso.
Cacciatore – Chi, pur non essendo classificabile come orso, è attratto dagli orsi o da una delle varianti (di seguito), o più generalmente dall’opposto dello stereotipo gay comune.
Cucciolo o cub – Un orso giovane (o dall’aspetto giovanile), tipicamente, ma non sempre, meno corpulento di un orso.
Orsone – Un orso di grossa stazza. Nel linguaggio comune un “ciccione”, termine che ha però legata un’inscindibile intonazione denigratoria, al contrario del termine “orsone”.
Papà orso o Daddybear – Un orso maturo, dall’aspetto rassicurante e dall’atteggiamento paterno.
Orso Koala o Koala bear – Un orso con capelli e peluria bionda.
Orso polare – Un orso maturo e brizzolato o bianco.
Orso lesbico – Un orso a cui piacciono altri orsi.
Muscle bear – Un orso muscoloso.
Lontra o otter – Un uomo molto peloso, in genere con barba o pizzetto, ma non sovrappeso.
Condizione: termine utilizzato per evidenziare contemporaneamente l’orientamento sessuale e/o identità di genere e tutto ciò che ne comporta socioculturalmente. A tratti evidenzia una connotazione negativa.
Condom: preservativo.
Condomerie: negozio specializzato nella vendita di preservativi di tutti i tipi.
Confino: obbligo di dimorare in un luogo appartato e lontano da quella di residenza; durante il ventennio fascista è stato applicato anche per la diversità sessuale.
Confuso: chi ancora non ha capito in fondo i propri gusti sessuali e sentimentali.
Coniglio: chi ha rapporti veloci e frequenti.
Convertire: spingere una persona a far sesso contrario al suo orientamento sessuale.
Convinto: chi è troppo pieno di sé, vanitoso.
Cool: alla moda.
Coordinamento: gruppo formato da più associazioni glbt.
Coppia libera o coppia aperta: unione tra due gay disposti a trovare un terzo partner per fare sesso.
Coriaceo: chi predilige il cuoio nell’abbigliamento.
Costa de Caparica: spiaggia gay portoghese.
Cotica: dispregiativo per l’organo genitale femminile.
Cotton fioc: pene piccolo.
Cozza: lesbica dall’aspetto sgradevole.
Cravattona: Robert Anson Heinlein immaginava che le donne omosessuali del futuro venissero chiamate ‘cravattone’ tra l’ironico e il goliardico (in ‘Non temerò alcun male’ Bompiani). Non si sa se è un termine inventato o di remote origini dialettali- è americano. Forse è sinonimo- analogo all’attuale Taura [Aaynat, 12 gennaio 2002].
Credenti: comunità glbt appartenenti a una religione; in Italia esistono varie associazioni di gay credenti tra cui ‘Nuova Proposta’, ‘Davide e Gionata’ e ‘Il guado’.
Credici: rivolto a chi dice bugie ai fini della propria vanità.
Cripto: usato per indicare chi nasconde volontariamente il proprio orientamento sessuale; ad esempio ‘cripto-checca’, ‘cripto-gay’, etc…
Crisalide: simbolo della trasformazione di una transessuale; è anche il nome di un’associazione per la difesa delle transessuali con sede a Genova.
Crocerossina: scherzosamente indica il gay sempre pronto ad ascoltare le altrui pene d’amore.
Crollo: ‘avere un crollo’, debilitarsi o imbruttirsi rapidamente.
Crossdressing: Il termine crossdressing denota l’atto o l’abitudine di indossare alternativamente vestiti comunemente associati al sesso opposto al proprio. La persona crossdresser o cross-dresser indossa abiti considerati del sesso opposto, pubblicamente e/o in privato, per molteplici motivi. Il termine crossdresser non riguarda l’identità di genere o l’orientamento sessuale, quindi non è sinonimo di transessuale o transgender e non dà indicazioni di sorta sulle preferenze
sessuali. Il termine, che non ha un preciso corrispondente in italiano, tende a distinguersi sempre più dalla dicitura “travestito” la quale a sua volta è erroneamente associata al “feticismo di travestimento”, classificato tra le parafilie.
Cross-dresser: chi usa vestirsi con abiti del sesso opposto. Varianti: travestita, trave, travelona, travesta. Il ‘travestito del sabato sera’ sarebbe un travestito più approssimato. Si parla di travestitismo quando un individuo ha l’abitudine di indossare abiti del sesso opposto. Anche se il termine “travestitismo” è stato coniato intorno al primo decennio del 1900, il fenomeno non è nuovo. Il termine ha subito diversi cambiamenti di significato, da quando è entrato in uso. Tuttora è utilizzato con una varietà di significati o sfumature. Perciò è importante capire, ogni volta che si incontra questa parola, in quale accezione viene usata. Tuttavia, per comprendere i diversi significati è necessario spiegare l’evoluzione del termine. Magnus Hirschfeld coniò la parola travestitismo (dal latino trans-, “al di là, oltre” e vestitus, “vestito”) usandolo per descrivere le persone che abitualmente e volontariamente indossavano abiti del sesso opposto. Hirschfeld osservò un gruppo di travestiti composto da maschi e femmine, eterosessuali, omosessuali, bisessuali e asessuali. Hirschfeld stesso non era soddisfatto del termine: credeva che l’abbigliamento fosse solo un simbolo esteriore scelto sulla base di diverse situazioni psicologiche. In realtà, Hirschfeld aiutò le persone a realizzare il cambiamento del nome e supevisionò il primo intervento noto di Riconversione Chirurgica del Sesso (RCS). Le persone che seguì Hirschfeld, sono state, usando i termini di oggi, non solo travestite, ma persone transgender. Hirschfeld notò anche che l’eccitazione sessuale è stata spesso associata al travestitismo, ma ha anche chiaramente distinto tra travestitismo come espressione di una persona transgender o crossdresser e come espressione di comportamenti e/o sentimenti di tipo feticistico.
Riassunto: L’indossare abiti dell’altro sesso. Il termine fu scelto da Magnus Hirschfeld (1910). A proposito degli omosessuali maschi in Italia sarebbe stata usata fin dal 1500, registrata sul dizionario Zingarelli solo nel 1970. Negli anni Venti la rivista scientifica ‘Rassegna di studi sessuali’ parla di transvestitismo mentre il termine travestitismo (senza la n) appare nel 1948. L’attuale significato specie se applicato agli uomini può però comprendere anche situazioni erotiche transitorie dove la sessualità è invece di tipo eterosessuale. In The Female Husband (1746) lo scrittore inglese Henry Fielding (1707-54) narra e racconta la storia effettivamente accaduta della travestita Mary Hamilton.
Cruising: area dove i gay, per lo più la notte, si incontrano. Esistono luoghi in cui si fa del sesso, altri dove ci si incontra con le auto e altri ancora dove ci si conosce soltanto ma si fa sesso altrove. Battere, rimorchiare, cercare altri partner nei luoghi più o meno deputati (parchi, bagni pubblici, spiagge, zone specifiche, etc…).
Cü alegher: milanese per uomo omosessuale dal ruolo sessuale ricettivo. Probabilmente usato anche per indicare l’uomo omosessuale dal ruolo sessuale insertivo.
Cub: termine usato dagli ‘orsi’ per indicare un giovane ragazzo.
Cuccare: rimorchiare, trovare qualcuno disposto.
Cula e culattone: diminutivo di ‘culattone’, usato soprattutto in area lombarda, è dispregiativo per ‘gay’. Omosessuale maschile di ruolo sessuale ricettivo. Secondo alcuni nella forma di culattone, non si tratterebbe di un semplice accrescitivo di culo, ma di una forma derivata di inculatone.
Culaiolo: toscano interregionale per omosessualità maschile.
Culatta: interregionale per omosessualità maschile.
Culat(t)ino: settentrionale per omosessualità maschile.
Culetteria: dialetto volgare toscano opposto a sodomia per indicare genericamente l’omosessualità maschile attiva e passiva.
Culo allegro: omosessualità maschile.
Culo: Metonimia tra le più diffuse per indicare l’omosessuale in particolare passivo.
Cul-de-sac: scherzosamente indica il bacino di un gay anziano.
Culo chiacchierato: chi ha avuto più rapporti anali.
Culto di Saffo: forma rara e letteraria per indicare l’omosessualità femminile sia insertiva che ricettiva.
Cupio: Omosessuale. Insulto per i gay usato in area piemontese. Dal latino medievale cupa, “botticella”, “recipiente” (che sopravvive anche nell’italiano semicupio, la tipica vasca da bagno in cui ci si lava solo seduti). È termine dialettale piemontese per “omosessuale”. Concepire un uomo omosessuale come un contenitore. La riduzione dell’omosessuale a contenitore” (è facile immaginare di che cosa) ha riscontro in molti dialetti, per esempio nel napoletano VASETTO, nel meridionale LUMINO, nel toscano BUCO e BUCAIOLO, e nell’emiliano BUSONE. Ecco un esempio d’uso: A scuola, in un primo tempo, i compagni mi deridevano perché portavo i capelli tinti sul rossiccio. (…) Mi davano del cupio e mi sfottevano.(BALLONE, p. 111)
Cut: in inglese ‘tagliato’ sta per circonciso.
Cybersex: dall’inglese. Attività erotica soddisfatta attraverso l’uso del computer, dicasi via chat, videoconferenza, etc…
Daddy: (inglese). Lett. Papà. E’ così chiamato chi assume il ruolo di padre/mèntore con un ragazzo più giovane. I rapporti daddy/boy sono generalmente concentrati sulla guida psicologica e sulla cura e le attenzioni che il partner più anziano dedica al partner più giovane. Lo sugar-daddy (il papà-zucchero) designa in particolare l’amante più anziano che mantiene il più giovane.
Dama: Omosessuale passivo.
Dare il culo: Concedersi al rapporto anale. L’espressione ha doppio significato per nulla casuale: uno spregiativo (assecondare servilmente, sottomettersi) e uno strettamente sessuale.
Dare via il culo: praticare l’omosessualità maschile ricettiva.
Da Sodoma a Hollywood: importante rassegna cinematografica a tematica omosessuale che si svolge a Torino.
Dark-room: stanza buia nei locali gay dove si fa sesso con sconosciuti, anonimamente e ripetutamente. Le darkroom ebbero un grande successo negli Usa alla fine degli anni Settanta/ inizio anni Ottanta. Era infatti possibile partecipare ad un’orgia senza preamboli e piena e totale libertà di movimento. L’emergenza Aids ha decretato oltreoceano la morte delle darkroom che invece resistono in Europa anche se periodicamente si riaccendono le polemiche sul rischio di contatti sessuali che avverrebbero per lo più senza considerare le linee guida del sesso sicuro e protetto.
Darling: vocativo per ‘oh mio caro!’.
Dea della Casa: casalinga.
Dee-gay: dj gay.
Definito: un uomo con il fisico scolpito, dagli addominali perfetti.
Degenerato: sinonimo di omosessualità maschile.
Degenero: termine milanese, ‘fare il degenero’ vuol dire andare a fare baldoria in giro.
Democratico: aggettivo per indicare una persona che fa sesso con tutti.
Dental gum: diaframma usato nelle pratiche lesbiche per fare sesso orale sicuro.
Depravato: sinonimo di omosessualità maschile.
Desueto: non più di moda.
Deviata in amore: omosessualità femminile nei ruoli sessuali sia di ricettivo che insertivo.
Dichiarato: chi non ha avuto problemi a rendere pubblica la propria identità sessuale.
DICO: Acronimo italiano indicante “Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”. E’ stata la prima bozza di unioni civili in Italia. L’iter parlamentare è stato bloccato e mai più ripreso a inizio 2008.
Difesa da panico gay: La difesa da panico gay ( in inglese: gay panic defense, che sarebbe meglio tradotto come difesa da panico anti-gay) è una strategia legale difensiva, tipicamente anglosassone, piuttosto rara, utilizzata in casi di accuse per aggressione od omicidio nei confronti di persone omosessuali o scambiate per tali nel compimento del reato. In Gran Bretagna è conosciuta anche come guardsman’s defence. È utilizzata principalmente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma anche in altri paesi della Common law. Gli avvocati utilizzano la difesa da panico gay per dimostrare che l’accusato ha agito in uno stato di infermità mentale temporanea, causata da una non
comprovata condizione psichiatrica chiamata panico omosessuale. Questo tipo di difesa si è finora dimostrato sempre infruttuoso per l’ottenimento di una completa assoluzione dell’imputato, ma è spesso fruttuoso per la riduzione della colpa e la mitigazione del verdetto. Secondo le tesi della difesa da panico gay, le proposte romantiche o sessuali di natura omosessuale possono risultare così offensive e spaventose per certuni individui da indurli in uno stato psicotico temporaneo che può sfociare in una violenza inusuale. Questo tipo di difesa è considerata oltraggiosa dalla comunità LGBT, che la considera come una strategia che mira a ‘colpevolizzare la vittima’. In effetti, nessuna strategia difensiva similare è mai stata tentata relativamente a proposte romantiche o sessuali eterosessuali. La difesa da panico gay è utilizzata principalmente negli Stati Uniti, in particolar modo nelle aree dove l’intolleranza sociale (omofobia e disapprovazione) nei confronti dell’omosessualità è assai diffusa. Occasionalmente, è stata utilizzata anche in casi di violenza contro transgender, transessuali e lesbiche. Anche se non usata diffusamente, la difesa da panico gay è sempre meno applicata a causa della maggior tolleranza nei confronti dell’omosessualità. I giudici permettono questa strategia solo nel caso in cui siano convinti dell’onestà dell’imputato nel credere imminente un’aggressione sessuale da parte della vittima. Le indicazioni date ai legali dal Crown Prosecution Service di Inghilterra e Galles affermano: “Il fatto che la vittima faccia avances sessuali all’imputato non provvede automaticamente, da sola, l’imputato di una difesa o auto-difesa per le azioni che potrebbero avere luogo”. E’ da notare la somiglianza con l’uso nei tribunali, fino a qualche decennio fa, di considerare le vittime di stupro partecipanti alla colpa. Fino a poco prima del ’68, infatti, quando una donna veniva violentata, era diffusa l’idea che essa avesse probabilmente ‘provocato’ il suo aggressore con comportamenti troppo procaci. Uno dei primi e più importanti casi in cui la strategia difensiva fu utilizzata è stato il processo a Jonathan Schmitz, che uccise l’amico Scott Amedure dopo aver scoperto durante la registrazione del Jenny Jones Talk Show del 1995, che Amedure era sessualmente attratto da lui. Schmitz confessò di aver commesso il crimine, ma affermò che le proposte omosessuali di Amedure l’avevano umiliato ed irritato. Schmitz venne condannato per omicidio di secondo grado ad un periodo di detenzione compreso tra i 25 ed i 50 anni. Nel 1999 gli accusati di omicidio dello studente universitario Matthew Shepard affermarono alla corte che le proposte omosessuali di Shepard li avevano ‘incolleriti’ fino al punto di spingerli a torturarlo, rapinarlo e ucciderlo. Il giudice Barton Voigt ricusò questa strategia affermandone l’inapplicabilità nello stato del Wyoming. Dopo la loro incarcerazione, gli assassini di Shepard ritrattarono la loro storia durante una intervista, dicendo che l’omicidio era stato un tentativo di rapina effettuato sotto l’influsso di droghe. Una variante transgender della difesa da panico gay è stata utilizzata nel 2004-2005 dai tre imputati per l’omicidio di Gwen Araujo, che affermarono la loro ‘collera’ alla scoperta che Araujo, una ragazza transgender che viveva come donna, era biologicamente un uomo. Il primo processo si concluse in uno stallo della giuria; nel secondo gli imputati Mike Magidson e Jose Merél vennero accusati di omicidio di secondo grado, ma la giuria si bloccò nuovamente sul caso del terzo imputato, Jason Cazares, successivamente condannato a sei anni di carcere per omicidio volontario.
Di- gay project: associazione glbt con sede a Roma.
Dildo: pene artificiale, vibratore. Fin dall’antichità se ne sono prodotti di tutti i tipi e dimensioni. Il termine inglese probabilmente deriva dall’italiano ‘diletto’, nome che identificava un pene artificiale in vetro soffiato che, riempito di acqua calda, veniva utilizzato dalle donne rinascimentali della penisola nelle pratiche autoerotiche. Prima fabbricati in pelle, o in ceramica o anche in budello essiccato, oggi sono per lo più in latex.
Disarraparsi: perdere la voglia erotica.
Dis-etero: ragazzi eterosessuali che si fingono gay per evitare il servizio militare.
Disciplina del pedagogo: l’omosessualità. Deriva dall’idea forte in Ariosto che i pedagoghi fossero molto e troppo inclini a sottomere gli allievi ai propri desideri sessuali.
Disturbo dell’identità di genere (spesso abbreviato in DIG), detto anche disforia di genere, è un disturbo in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico cioè quello assegnato anagraficamente alla nascita. Il termine disforia di genere venne introdotto nel 1971 da Donald Laub e Norman Fisk. Il DIG è indipendente dall’orientamento sessuale e non va confuso con esso: infatti una transessuale da maschio a femmina (MtF) può essere eterosessuale o lesbica, così come un transessuale da femmina a maschio (FtM) può essere eterosessuale o gay. Alcuni studi hanno trovato un rapporto fra orientamento sessuale e soggetto con transessualismo primario o secondario, tuttavia la stessa definizione di transessualismo primario o secondario può essere discutibile Il DIG è catalogato fra i disturbi mentali del DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), e viene definito transessuale (per l’ottenimento del consenso per il cambio di sesso) solo chi non ha psicopatologia associata, in altre parole, chi non ha un disturbo mentale. Questo è dovuto perché, è classificato come disturbo mentale nel DSM-IV. Esso viene discusso nella stesura della prossima edizione del manuale, il DSM-V (previsto per il 2013). Secondo il DSM-IV, i criteri diagnostici per identificare il disturbo dell’identità di genere sono i seguenti: Il soggetto si identifica in maniera intensa e persistente con individui di sesso opposto (a quello biologico), Questa identificazione non deve essere semplicemente un desiderio di qualche presunto vantaggio culturale derivante dall’appartenenza al sesso opposto (a quello biologico). Deve esserci l’evidenza di una condizione di malessere persistente o di estraneità riguardo al proprio sesso biologico. L’individuo non deve presentare una condizione di intersessualità (es. sindrome di insensibilità agli androgeni o iperplasia surrenale congenita). Deve esserci un disagio clinicamente significativo o compromissione in ambito sociale, lavorativo e nelle relazioni interpersonali. Fonti diverse indicano stime diverse sul numero di individui con distrurbi dell’identità di genere: su 10-12.000 nati maschi e 1 su 30.000 nati femmine su 30.000 nati maschi e 1 su 100.000 nati femmine.
Disturbo postraumatico da stress: disturbo classificato dal DSM-IV tra i disturbi d’ansia e con una specifica sintomatologia, conseguenza di una causa esterna macroscopicamente traumatica. La sindrome del PTSD implica: a) paura intensa e sensazione di essere inerme e vulnerabile: b) riattualizzazione dell’evento traumatico; c) evitamento degli stimoli associati con il trauma e ottundimento della reattività generale; d) sintomi costanti di aumento dell’arousal (stato di attivazione fisiologica e psicologica).
Disturbatore: chi si reca in luoghi di incontro e consumo solo per dare fastidio, per esempio chi usa gli accendini in una dark-room.
Diva: chi si dà delle arie.
Diventare: verbo utilizzato dagli omofobi quando si è convinti che l’orientamento sessuale sia qualcosa di non stabile ma in continuo cambiamento.
Diversità-diversi: omosessualità maschile. Contro l’idea che gli omosessuali siano diversi Moravia e Volponi intervengono in un dibattito televisivo del dicembre 1975. L’uso comunque persiste a lungo ed è ristretto in particolare all’omosessualità maschile.
Divertire: termine utilizzato da uomini omosessuali che vogliono negare a sé stessi il proprio desiderio pulsante verso persone del loro stesso sesso. Serve come una sorta di diversivo linguistico.
Divino: bello, ottimo.
Docciarsi: fare la doccia.
Dolcezza: viene usato come intercalare vocativo per attirare attenzione con brusca dolcezza.
Donna: usato scherzosamente per indicare un gay effemminato e apparentemente solo passivo; si usa ad esempio nella frase ‘ma non lo vedi? E’ tutta donna!’.
Donna mancata: uomo omosessuale che tenta di nascondere la propria evidente effeminatezza.
Donnasessuale: storpiatura coniata sulla falsariga di OMOSESSUALE.
Donna-uomo: nella letteratura medica italiana la dizione ‘donna-uomo’ compare in Arigo e FIorani, 1879 (30, riferita però ad un caso di ermafroditismo anatomico, come era in uso dal 1500. Fu anche usata per indicare casi di ‘passing’ da B.G. Selvatico-Estense nel 1941. Bonnet cita l’uso fatto da Bayle nel 1720, di ‘hommesse’ riferendosi a Saffo.
Donnissima: gay estremamente effemminato.
Double: Italianizzata con “doppia penetrazione”, indica l’atto di essere penetrati contemporaneamente da due persone.
Drag king: re della strada. Donna che si traveste da uomo in eccesso: barba e baffi finti, fallo finto, seni schiacciati da fasce elastiche. Spesso imitano cantanti e attori maschili; la più famosa drag king è Moby-Dick di New York. Drag king è un’espressione in inglese usata per designare persone, in prevalenza (ma non necessariamente) lesbiche o transgender, che si esibiscono su un palco o in un locale interpretando personaggi maschili famosi o anche solo stereotipi maschili, sottolineandone i lati “macho” mediante barbe posticce, abiti tipicamente maschili, “packing”. Lo spettacolo generalmente include parti ballate, cantate e parti interpretate. Il fenomeno, per quanto già presente tra le fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nelle dance hall inglesi, ha iniziato a guadagnare una prima fama negli anni ottanta grazie al noto videoclip musicale “Turn to you” delle irriverenti Go-go’s, (la prima rock band di successo tutta al femminile) per poi svilupparsi negli anni novanta rubando un po’ di terreno alle ormai da tempo famose drag queen, cioè uomini che calcano il palco in abiti femminili. Mentre le drag queen tendono a calcare le scene da soliste, i drag king formano più spesso bands con cui si esibiscono sul palco. Il termine drag king è spesso usato anche per indicare donne che passano per uomini, temporaneamente o stabilmente, per altre ragioni che quelle di scena. Può essere il caso di donne con sentimenti transgender “FtM” (da femmina a maschio) magari come primo passo verso un cambio di genere, o anche di donne che vogliono provare per un tempo limitato (magari anche solo una serata) a vivere in pubblico il loro lato maschile. Riassumendo, chi, in genere omosessuale donna, interpreta in modo volutamente grottesco ed estremizzato gli aspetti e i comportamenti del gender maschile, per motivi di spettacolo, senza mettere più di tanto in discussione il proprio.
Drag Queen: regina del travestimento, lett. Regina della strada. Chi si traveste da donna esasperandone il trucco, l’abbigliamento e l’atteggiamento, spesso si esibiscono in discoteca come animatrici. Drag queen è un termine inglese per definire attori o cantanti (detti Drag singer), in prevalenza (ma non necessariamente) gay o transgender, che si esibiscono in canti e balli, di frequente dai connotati maliziosi, indossando abiti femminili. Le donne che recitano in abiti maschili sono invece dette drag king. In lingua inglese il solo termine “drag”, in questa accezione, significa portare abiti caratteristici del sesso opposto, ed è usato come verbo o come aggettivo, ma non come sostantivo. In Italia il termine “drag queen” è spesso abbreviato semplicemente in “Drag” (esempio: “È una Drag celebre”), cosa non possibile in inglese, dato che la parola “drag” usata come sostantivo ha molti altri significati (“She’s a notorious drag”, in particolare, significa: “È notoriamente una scocciatrice”…). Il termine non si applica alle persone transessuali che hanno effettuato il cambio di sesso, e generalmente neppure ai travestiti che si travestono per fini diversi da quello dell’intrattenimento e dello spettacolo.Un altro significato del verbo “to drag” è: “trascinare”; un’altra linea di pensiero vuole per questo che Drag queen derivi dall’espressione “regina dello strascico”, per i vestiti lunghi che le Drag portavano originariamente. In Italia, si svolge ogni anno il concorso Miss Drag Queen Italia, a Torre del Lago Puccini, in Versilia, presso il locale Mamamia. Concorrenti da tutta Italia che hanno superato le varie selezioni regionali, si contendono la corona di Drag Queen più bella e simpatica d’Italia, tra performance e sfilate. Riassumendo, chi, in genere omosessuale maschio, interpreta in modo volutamente grottesco ed estremizzato gli aspetti ed i comportamenti del gender femminile, per motivi di spettacolo, senza mettere più di tanto in discussione il proprio.
Drag restaurant: ristorante con spettacoli di drag queen.
Drama-queen: travestito oltremodo eccentrico.
Dranny: drag queen anziana, forma contratta di ‘drag’ e ‘nanny’.
Dress-Code o Dress code: codice di abbigliamento; è usato per la pubblicità di locali in cui per accedere bisogna essere vestiti in maniera particolare, ad esempio: leather, fetish, casual, nudi, in mutande, con divisa militare, in cuoio, etc…
Drinkoglionimento: sbronza alcolica con relativo giramento di testa.
Dungeon: sala delle torture nei rapporti sadomaso. Let. Prigione sotterranea. Qualsiasi spazio utilizzato per attività sadomasochistiche sia pubblico che privato e attrezzato con strumenti adatti (gabbie, croci di Sant’Andrea, cavalletti, lettini, etc…).
Dyke: lesbica. Nello slang indica un movimento inerente al lesbismo e alle lesbiche, indipendentemente dalla reale identità sessuale della persona. In origine il termine era dispregiativo e denigrante , etichettava la donna come una camionista (Butch). Tuttavia il termine trova anche dei risvolti positivi, poiché implica l’assertività e la tenacia della persona, o semplicemente neutrali, come sinonimo di lesbica, indipendentemente dal genere di espressione individuale.
Efebo: forma rara e letteraria per giovane uomo omosessuale dal solo ruolo sessuale ricettivo.
Effe: omosessualità maschile nella sola forma di ruolo sessuale ricettivo. Forma usata e divulgata da Pasolini.
Effeminato-Effeminatezza: privo di virilità, chi ostenta femminilità.
Elettrocoagulazione: eliminazione definitiva della barba con ago che emette scariche elettriche nel bulbo del pelo.
En femme: L’espressione en femme viene utilizzata nella comunità transgender, solitamente da crossdresser maschi, per descrivere il vestire con abiti femminili o l’esprimere una personalità femminile. Il termine deriva dal francese, e significa letteralmente “come una donna”. La maggior parte dei crossdresser utilizza anche un nome femme (femminile). Molte organizzazioni transgender tengono eventi en femme, come vacanze e crociere (come l’anniale Tri-Ess “Holiday En Femme”). EnFemme è anche il nome di una rivista per crossdresser che è stata pubblicata tra il 1987 e il 1991.
En travesti: travestito.
Eonismo: travestimento, termine tratto dalla vicenda storica del Cavaliere d’Eon.
Equipaggiato: uno ‘messo bene’, dotato fisicamente.
Ercula: gay muscoloso effeminato.
Ermafrodito: l’essere la cui natura è doppia, contemporaneamente maschile e femminile, dalla figura mitologica greca nata dall’unione di Ermes e Afrodite. Mitico figlio di Venere e Mercurio, si innamora della ninfa della fonte Salmacis, nei pressi di Alicarnasso. La ninfa chiese e ottenne dagli dei di formare con lui un solo corpo che, per la riunione dei due sessi, fu poi chiamato Andrògine, ciò uomo e donna insieme. Fin dal XIV secolo viene usato nella lingua italiana da Sant’Agostino e Ghiberti con riferimenti alla sessualità non propriamente eterosessuale. Marco Antonio Canini del Dizionario etimologico italo-ellenico (1865) fornisce le seguenti definizioni:
Essere mitologico che nato da Venere e Mercurio possedeva doppie parti genitali, di uomo e di donna.
Donna in cui la clitoride è straordinariamente sviluppata e che ha forma, voce, abitudini quasi virili.
Uomo le cui parti genitali sono imperfettamente sviluppate e che nei lineamenti e nel carattere ha qualcosa di femmineo.
Animale in cui i sessi sono riuniti Fiore in cui i sessi sono riuniti.
Ermafroditismo: L’ermafroditismo o monoicismo è un fenomeno col quale un individuo di una determinata specie può produrre, contemporaneamente o successivamente, sia i gameti maschili sia quelli femminili. In alcune specie animali, in particolare invertebrati, il fenomeno è comune o addirittura essenziale per la riproduzione. L’ermafroditismo viene definito: istantaneo o simultaneo quando gli individui presentano contemporaneamente gonadi maschili e femminili oppure una sola gonade in grado di produrre sia spermi che uova (ovotestis); ermafroditismo sequenziale, talvolta indicato come inversione sessuale, se invece cambiano sesso nel corso della loro vita. Quando un individuo è maschio nella prima parte della vita si parla di proterandria (ad es. l’orata), nel caso opposto (come nella donzella) si parla di proteroginia. Il monoicismo si contrappone al dioicismo che caratterizza quelle specie dove i genitori sono di sesso separato, fenomeno comune anche nei vertebrati Storicamente il termine ermafrodito è stato usato, in modo generico ed impreciso, per descrivere individui in particolare nella specie umana che presentano organi genitali (primari e/o secondari) ambigui. Il termine intersessuale, più ampio, è preferito da questi individui stessi e dalla classe medica. Si può distinguere fra ermafroditismo sufficiente ed insufficiente. Gli organismi ermafroditi sufficienti sono in grado di riprodursi in autonomia, mentre gli insufficienti hanno comunque necessità di interagire con un altro individuo della propria specie per completare la riproduzione (fecondazione incrociata). Sebbene l’autofecondazione garantisca ad ogni individuo la possibilità di riprodursi, l’evoluzione ha favorito l’affermarsi dell’ermafroditismo insufficiente in un gran numero di specie ermafrodite. Questo perché la fecondazione incrociata permette una migliore variabilità genetica rispetto all’autofecondazione. Etimologicamente, il termine ermafrodita deriva da Ermafrodito, il figlio di Ermes e Afrodite, personaggio della mitologia greca che, essendosi fuso con una ninfa, risultava possedere tratti fisici di entrambi i sessi. Secondo la terminologia moderna, Hermaphroditus può essere considerato un ermafrodita contemporaneo (o simultaneo). La figura mitologica di Tiresia, che compare nell’Odissea e nell’Edipo re, può essere invece considerata come un ermafrodita sequenziale (o successivo), essendosi trasformato in donna e ritornato uomo per volere degli dei. L’ermafroditismo vero e proprio, nell’essere umano, è descritto come una rara disgenesia gonadica. Più frequenti sono gli pseudoermafroditismi (maschile e femminile) nonché le alterazioni collegate al sistema endocrino, che possono essere virilizzanti (come nel caso della sindrome adreno genitale) o, al contrario, dar luogo ad una insensibilità agli ormoni maschili (come nella sindrome di Morris) e inibendo così lo sviluppo di caratteri sessuali maschili. L’ermafroditismo vero e proprio e gli pseudoermafroditismi rientrano nelle anomalie della differenziazione sessuale.
Ermellinata: impellicciata in senso grottesco.
Es Cavallet: spiaggia glbt sull’isola di Ibiza.
Escort: accompagnatore a pagamento. Equivalente del gigolò in ambito eterosessuale. Non è tenuto ad avere un rapporto sessuale con il cliente, ma solo fargli compagnia durante la vita di tutti i giorni.
Essere dell’altra sponda: essere omosessuali. Indica con sufficiente disprezzo l’idea dell’essere omosessuali, persone cioè che vivono ‘in un altro mondo’, sulla sponda opposta a quella delle persone ‘normali’. Opposto a essere della parrocchia.
Essere di casa: espressione usata per indicare che una persona è omosessuale.
Essere così, essere di quelli: essere omosessuali. L’essenza del non pronunciare il nome rende il disprezzo della società omofoba. Ne dà un bell’esempio e una spiegazione Giorgio Bassani in ‘Storie ferraresi’: “Bastava dire che Fadigati era così che era di quelli. Ma talvolta, come succede a parlare di argomenti indecorosi, e dell’inversione sessuale in ispecie, c’era chi ricorreva sogghignando a qualche parola del dialetto, che è sempre più cattivo, da noi, in confronto alla lingua dei ceti superiori”.
Essere fuori dai giri: espressione utilizzata per negare e autonegarsi di frequentare effettivamente ambienti a maggioranza gay.
Età del consenso: età legale per avere rapporti sessuali.
Etero: 1. forma abbreviata per eterosessuale. 2. sinonimo di omosessualità nel mero ruolo sessuale insertivo. Probabilmente connesso maggiormente all’omosessualità maschile.
Etero-checca: persona eterosessuale che si comporta e parla in modo effeminato.
Etero-integralista: persona eterosessuale che non ammette di avere gay, lesbica o una trans neanche come amico.
Eteromane: eterosessuale con la mania del sesso.
Eterosessista: eterosessuale che teorizza l’inferiorità dei gay e delle lesbiche. Da eterosessismo: sistema culturale ed ideologico che considra naturale solo l’eterosessualità, dando per scontato che tutte le persone siano eterosessuali e rifiutando chiunque abbia comportamenti o identità sessuali diverse.
Eterosessuale: persona attratta fisicamente ed affettivamente da persone del sesso opposto.
Eterosolidale: eterosessuale particolarmente solidale con la causa glbt.
Eterotravestito: chi ama vestirsi con abiti del sesso opposto ma è attratto fisicamente e sentimentalmente dalle donne.
Etz Cahol: letteralmente ‘albero azzurro’ in ebraico. Gruppo gay e lesbico che si ritrova al Tempio di Lev Chadash, associazione per l’ebraismo progressista di Milano.
Europride: ogni anno in una città dell’Europa si svolge il Gay Pride europeo.
Evakant: lesbica fidanzata con una delinquente.
Evitamento: comportamento che consiste nell’evitare volontariamente determinati oggetti, persone o ambienti ritenuti sgradevoli o pericolosi. Per esempio, le persone omosessuali che non hanno compiuto il coming out possono evitare attivamente luoghi o persone gay. L’evitamento si definisce postraumatico quando avviene in relazione a specifici stimoli che rievocano un trauma subito.
Ex-gay: Si parte da una considerazione antiscientifica dell’omosessualità: nello specifico la psicoanalisi di matrice religiosa considera questo orientamento sessuale una patologia che è possibile modificare, in quanto esisterebbe qualcosa, che non viene definito, di danneggiato da riparare.
Extender: strumento usato per stringere e allungare l’organo sessuale maschile.
Fab: diminutivo di ‘fabulous’, favoloso.
Facocero: grasso come un maiale.
Fag-hag: ‘omosorella’, donna eterosessuale che frequenta gay, locali gay, legge libri e predilige film a tematica gay. Dall’inglese. Lett. Strega delle checche. Frociarola ovvero donna eterosessuale che ama circondarsi principalmente di uomini omosessuali dei quali molto spesso e senza risultato si innamora.
Faigin: dispregiativo per definire un gay in ebraico.
Fairy: ‘fata’ in inglese, checca.
Falloplastica: operazione chirurgica per rettificare il sesso da femminile a maschile.
Falsario: chi dà nome o numero di telefono volutamente sbagliato.
Famiglie arcobaleno: indica una pluralità di diversi nuclei familiari con figli, composti in prevalenza da coppie omogenitoriali. Possono quindi essere costituite da una coppia gay di sesso maschile con figli, una coppia gay di sesso femminile con figli, un padre gay single, una madre gay single, un padre gay con il suo nuovo compagno, una madre gay con la sua nuova compagna, etc…ma sempre con prole presente. Questa prole può derivare da precedenti matrimoni eterosessuali tanto quanto da tecniche di fecondazione medicalmente assistita che vanno dall’utero in affitto all’inseminazione artificiale, passando per la prole adottata. Il termine arcobaleno si riferisce al simbolo del movimento omosessuale internazionale (la bandiera arcobaleno) che con la diversità dei colori dell’arcobaleno vuole indicare la diversità delle forme di amore possibile e di famiglia possibile, quindi.
Fandom: gruppo di fan di una serie di manga.
Fare l’uomo, fare la donna: espressione utilizzata da eterosessuali non omofobi per chiedere a tratti in maniera invadente ai due membri di una coppia omosessuale chi abbia il ruolo ricettivo e chi il ruolo insertivo di conseguenza in un rapporto sessuale, escludendo la versatilità.
Farcito: drogato.
Farsi qualcuno: fare sesso con qualcuno.
Fashion-queen: regina della moda.
Fashion victim o Fashion: uomo omosessuale solitamente dai modi femminili appassionato di prodotti di valore e abiti aderenti. Attento molto anche all’immagine del viso non disdegna ‘scolpiture’ delle sopracciglia. Sinonimi sono Dolce&Gabbana e Bimba.
Fata: effeminato, checca.
Fatalona: fata.
Favola: sinonimo di ‘favoloso’.
Favoloso: usato spesso in sostituzione dell’aggettivo ‘bello’.
Felino: che riesce a vedere al buio, assiduo frequentatore di dark-room.
Felpato: oltremodo peloso.
Femme: dal francese. Let. Femmina. Lesbica con atteggiamenti particolarmente femminili (in inglese chiamata anche lipstick lesbian, lesbica con rossetto). Al contrario vedi butch e camionista.
Femmenella: sinonimo di uomo omosessuale dal solo ruolo sessuale ricettivo. Prestito al gergo queer italiano dal napoletano.
Femminiello: gay effeminato, tipico di Napoli.
Ferroviere: gay che frequenta i bagni pubblici delle stazioni ferroviarie.
Fetish: feticista.
Fiancarsi: indossare un paio di collant con i fianchi imbottiti di gommapiuma.
Figliata: rito della comunità omosessuale napoletana in cui si simula la gravidanza e il parto.
Figlio della Pentapoli: omosessuale. Il riferimento è biblico essendo la Pentapoli il distretto amministrativo della Palestina che comprendeva cinque città: Sodoma, Gomorra, Zeboim, Zoar e Adama.
Figone: attraente, sexy; tipico del milanese.
Finocchio: dispregiativo per ‘gay’; al femminile ‘finocchia’ ricorre più in termini scherzosi. Forse nessun termine come questo (ad eccezione di FROClO), ha suscitato ipotesi così contrastanti sull’etimologia. Per fortuna è possibile stabilire alcuni punti fermi, che permettono di arrivare ad una spiegazione soddisfacente. Innanzitutto: l’uso di FINOCCHIO nel senso di “omosessuale” è recente. Prima del 1863, anno in cui apparve nel dizionario del Fanfani, non è rintracciabile in alcun documento. L’unica attestazione precedente, riportata dal Battaglia, appare dubbia, perché si trova in una composizione poetica in cui l’autore, Meo de’ Tolomei, vuole mettere in risalto la stupidità di suo fratello Min Zeppa. Quando Mino entra in chiesa, secondo Meo, è tanto maldestro nel fare il segno della croce da cacciarsi le dita nell’occhio, o così babbeo da salutare Dio dicendo: “Dio vi dia il buon dì, signor Dio”. La conclusione del poeta è quindi “che ben ve sta uma’ dicer finocchio” (Marti: 260), cioè: “ormai ti sta bene se ti chiamano finocchio”. In questo contesto sembra che a FINOCCHIO si adatti meglio il significato di “babbeo”, “stupido”, molte volte attestato in altri scrittori antichi. Del resto nessun vocabolario pubblicato prima del Fanfani registra tale uso della parola, mentre gli antichi scrittori preferiscono usare altri termini derogatori (soprattutto BUGGERONE e BARDASSA) a scapito di questo. Anche negli antichi processi per ingiurie FINOCCHIO è assente. Sulla base di queste considerazioni concluderemo quindi che FINOCCHIO nel senso di “omosessuale” è termine recente, di origine toscana, diffusosi dopo l’Unità nel resto d’Italia (ma più al Nord che al Sud, dove FROCIO e RECCHIONE gli hanno fatto concorrenza), soprattutto grazie a scrittori “realisti” toscani (per esempio Prezzolini). Quanto appena detto dovrebbe essere d’aiuto nel risalire all’etimologia. Le proposte sono molte, ed alcune anche un po’ bizzarre: c’è ad esempio chi propone un lambiccato fenor culi (in latino: “vendita del culo”), e chi lo ricollega all’ortaggio omonimo per varie ragioni. Alcuni perché esso “ha il gambo vuoto” (e qui saremmo nel campo di BUCO o CUPIO), altri perché i finocchi detti “maschi” sono più gustosi di quelli detti “femmine”, altri infine (Consoli: 5), perché “il finocchio è pianta agametica, cioè che si riproduce senza essere impollinata, e quindi non ha bisogno dell’“altro” sesso”. Ma la proposta di etimologia che ha veramente fatto furore negli ultimi anni è quella che ricollega i finocchi ai roghi medievali. Secondo tale spiegazione, per coprire l’odore di carne bruciata sarebbe stato anticamente costume usare legno di ferula (quello spugnoso prodotto dalle piante di finocchio selvatico), oppure fasci di finocchi buttati nel fuoco. A sostegno di tale tesi si cita il parallelo con l’inglese faggot, che significa tanto “fascina di legna” che “omosessuale”. Come accade spesso nelle questioni intricate, la spiegazione è in realtà piuttosto semplice. Innanzitutto non si è finora riusciti a trovare attestazioni dell’uso di gettare finocchi sui roghi. La consultazione di documenti antichi non ha finora permesso di trovarne traccia. Caso mai si saranno usati ginepri, come spinge a pensare il Burchiello: Lascia i capretti e piglia delle lepri se non vuoi fare un dì fumo e baldoria d’odorifera stipa di ginepri. (LANZA, p. 455). Anche Matteo Franco gli fa eco: Al tuo falò s’adoperrà ginepri, perché tu della puccia segui e’ sulci; lascia i caprecti e piglia delle lepri. (FRANCO, p. 17) (Franco ed il Burchiello scrivono tuttavia in “codice”, con un gergo colmo di maliziosi doppi sensi: ad esempio in questi versi i capretti da lasciare sono i ragazzi, mentre le lepri che è opportuno cercare sono le donne). In secondo luogo resterebbe da spiegare perché, se l’ipotesi che lega FINOCCHIO ai roghi è corretta, le altre categorie di persone in passato condannate alla stessa pena non abbiano ricevuto lo stesso nomignolo, sul modello di quanto accaduto con BUGGERONE (vedi). Infine va sottolineato che il parallelo con faggot non regge, perché, come ha dimostrato Johansson 1981, faggot nel senso di “omosessuale” nacque in America alla fine del secolo scorso, derivando da un fagot, antico francese e poi inglese, che significava “carico pesante” (e da qui “fascina”) e poi “donna pesante da sopportare”, “donna noiosa”, in parallelo con il già citato PEPPIA nostrano. L’etimologia più corretta sarà quindi senza dubbio quella che mette in relazione il significato odierno di FINOCCHIO con quello che la parola aveva nel medioevo, e cioè “persona dappoco, infida”, “uomo spregevole”. In questo senso lo troviamo ad esempio già in un apocrifo dantesco: E quei, ch’io non credeva esser finocchi, [traditori] ma veri amici, e prossimi, già sono venuti contra me con lancie, e stocchi. E quegli, ch’era appresso a me più buono, vedendo la rovina darmi addosso, fu al fuggir più, che gli altri, prono (SETTE SALMI, p. 49). A sua volta tale uso traslato della parola deriva probabilmente dall’uso di semi di finocchio per aromatizzare la carne ed “infinocchiare” la salsiccia. Essi ovviamente non avevano alcun valore, sia al paragone con le costosissime spezie che venivano dall’Oriente, sia per il loro costo molto moderato. Si confronti il modo di dire toscano “essere come il finocchio nella salsiccia”, ossia: “non valere nulla”. Quindi: da “cosa o persona di nessun valore”, la parola finocchio è passata a indicare “uomo spregevole” e poi, in senso più restrittivo, “uomo spregevole in quanto si dà alla sodomia”. (Per un’evoluzione analoga vedi FROCIO). Data l’enorme diffusione di questo termine oggi, si ritiene superfluo dare esempi del suo uso.
Riassunto: Sta per un generico uomo omosessuale. Voce toscana entrata in italiano con la letteratura neorealistica. Difficile è affermare con certezza il passaggio semantico. L’interpretazione più corrente riguarda l’abitudine che si aveva un tempo di spargere semi di finocchio sui roghi sui quali venivano immolati i peccatori sodomiti, per attenuare l’odore nauseabondo della carne umana bruciata.
Per alcuni (Panzini, Dizionario, 1923) la metafora si spiega col fatto che ‘il finocchio è tutto un buco’. Per altri col fatto che il finocchio non fa semi quindi non figlia. A. Menarini ritiene che il nome possa riferirsi all’omonima maschera popolare (che tuttavia non aveva nessuna caratteristica legata all’omosessualità): “la figura di Finocchio, per la sua attività di imbroglione e di mezzano prezzolato, e soprattutto per i suoi modi leziosi ed effeminati” si sarebbe dunque “prestata a una similitudine che corrisponde pienamente ai gusti e alla mentalità delle platee popolari”. Lo stesso autore ritiene che forse è più interessante risalire in blocco al finocchio vegetale (finocchi are ‘ornare i propri discorsi’, finocchiata ‘cicalata’, vender finocchio ‘dare a intendere’, infinocchiare ‘dar a intendere fandonie’, e simili), la quale potrebbe, almeno in parte, avere più di un debito verso la nostra maschera. Altri ipotizzano che la metafora possa nascere dal modo di dire. Di per sé innocente ma suscettibile di interpretazioni maliziose, il finocchio fra le mele. Il Pescetti (Proverbi italiani, Venezia, 1629) lo spiega così: si usa quando si vuol mostrare che due cose stanno bene insieme perché il finocchio si suol mettere insieme con le mele a tavola dopo pasto e nel capitolo ‘Dispregio e suo contrario’ annota ancora: “Io t’ho tra ‘l e le mele. Il medesimo [cioè uguale al modo dire: Io t’ho dove si soffian le noci]. Perché il finocchio e le mele si danno infine e de’ dietro”. In alcuni autori (ad es. nel Varchi, Cap. del Finocchio), finocchio indica l’organo maschile della riproduzione. F. Mosino suggerisce un’ipotesi più debole: Tra Otto e Novecento la moda maschile degli effeminati, dei gagà, suggeriva l’uso del bastone e del bastoncino, come indispensabile complemento dell’eleganza raffinata, e il leggero bastoncino di bambù era chiamato finocchio o finocchietto. Ma c’è anche un’altra interpretazione che merita di essere presa in considerazione e che viene fatta risalire al Medioevo e alle streghe la cui attività era violentemente perseguitata e punita con il rogo. Contro di esse ci fu anche la battaglia silenziosa della confraternita dei ben andanti costituita esclusivamente da uomini di cui si sospettava un’intensa e altrettanto segreta attività omosessuale. Il loro scopo era quello di combattere, utilizzando le stesse armi (sortilegi, pozioni magiche, etc…), le streghe maledette. I ben andanti (che si riteneva fossero tutti ‘nati con la camicia’, e cioè partoriti con la placenta ancora addosso) utilizzavano rami di finocchio per fronteggiare le streghe armate di canne di sorgo. Derivazioni: FINOCCHIA (Lesbica, omosessuale maschile passivo).
Fiocco rosso: dall’inglese ‘red ribbon’, è il fiocchetto che si indossa con una spalla per la lotta all’Aids e la solidarietà con i sieropositivi e le sieropositive.
Fist-fucking o Fisting: penetrare il proprio compagno con la mano. Dall’inglese. Let. Scopare con il pugno. Pratica sessuale che prevede l’introduzione del pugno e anche dell’intero braccio nell’ano del partner.
Flabby: fiacco, moscio.
Flag/flagging: dall’inglese. Let. Bandiera/sbandieramento. E’ l’uso ancora molto in voga in alcune comunità gay americane di fazzoletti colorati, appunto flags o hankies, secondo un codice preciso che esplicita il gusto sessuale di chi li porta. Il fazzoletto viene di solito inserito in una delle tue tasche posteriori dei pantaloni. Sussiste una differenza a seconda di quale tasca viene usata.
Flobert: omosessuale maschile dal ruolo sessuale ricettivo (dal nome di un fucile a retrocarica).
Florido: paffuto.
Fonato: indica il gay con la mania dei capelli sempre a posto.
Fondista: sessualmente resistente.
Fotomodello: gay che a letto non si muove, non collabora. Si usa anche l’espressione ‘sembrava Cristo in croce’.
Fottografo: fotografo che con il pretesto di fare un servizio fotografico ci prova con il modello.
Fracosce: atto sessuale senza penetrazione che consiste nello strofinare l’organo sessuale sulle cosce del partner.
Freak: 1. persona che fallisce nell’aderire alle norme convenzionali di apparenza. 2. In inglese è anche sinonimo di uomo omosessuale.
Fregagnolo o Fregagnuola: Omosessuale maschile. Da ‘fregare’ inteso come fornicare.
Fregatrice/ subigatrice: Fregatrice sembra parola poco usata in italiano. Insieme a ‘subigatrices’ Mantegazza la fa derivare dal latino, ma nelle traduzioni da Tertulliano (300-400 d.C.) ‘frictix’ sarebbe stata tradotta come strega o ingannatrice. Per Donoghue ‘fricarelle’ sarebbe parola specifica del francese del 1500.
Fricatrice: lesbica. Dal latino fricatrix, colei che sfrega.
Friendly Versilia: imponente calendario di manifestazioni, spettacoli, dibattiti e cultura ad agosto a Torre del Lago in Toscana.
Frocia: femminile dispregiativo usato per gli uomini [vedi Desdy, 22 gennaio 2002]. “Recchie” dal 2000 circa, diffuso anche dagli spettacoli del gruppo Spaventapassere.
Frociamente: avverbio di modo usato per riferirsi ai connotati di genere che tradizionalmente e per stereotipo distinguerebbe un uomo omosessuale da un uomo bisessuale ed eterosessuale. Generalmente ci si riferisce ad un uomo effeminato, non necessariamente omosessuale, che ‘sculetta’.
Frociarola o Frociara: indica le donne eterosessuali che prediligono la compagnia di gay. donna eterosessuale che ha come amici stretti uomini omosessuali. L’amicizia ruota prevalentemente intorno ai medesimi gusti sessuali che attraverso la natura intima della discorsività potenziale conduce ad un rapporto umano più autentico teoricamente. Dall’inglese fag hag. Nel circondarsi di uomini omosessuali, spesso la donna eterosessuale si innamora.
Frociera: crociera gay.
Frocio o froscio: tipico di Roma e del Lazio, ma ora usato su tutto il territorio, è usato come insulto per indicare un gay. Varianti: frocia, frocione, probabilmente dal latino ‘flaccus’ ovvero flaccido, molle. Nonostante gli sforzi fatti, si può ancora definire “oscura” l’etimologia di questa diffusissima parola. Essa ha avuto origine in un àmbito – quello gergale/dialettale (di Roma) – che normalmente non lascia di sé tracce scritte. Ciò rende molto difficile, se non impossibile, verificarne l’evoluzione servendosi di documenti storici. Le etimologie proposte per FROCIO sono davvero numerose. Consoli ne registra addirittura tre: la prima da feroci, epiteto lanciato contro i lanzi- chenecchi che misero a sacco Roma nel 1527 e che nella loro furia stuprarono indistintamente uomini e donne. La seconda fa riferimento ad una non meglio identificata “fontana delle froge” (narici) presso cui anticamente si sarebbero riuniti gli omosessuali romani. La terza infine si richiama a floscio (a sua volta dallo spagnolo flojo) con la tipica rotacizzazione del romanesco (in cui altra volta diviene artra vorta, e floscio, froscio), e che indicherebbe sia l’incapacità dei froci ad averlo “tosto” con le donne, sia la loro mollezza, socioculturalmente concepite. In generale, l’etimologia più diffusa (proposta da Chiappini, accennata anche nel Battaglia ed accettata da de Mauro) mette in relazione con FROSCIO/FROCIO i perversi costumi (sessuali e non) dei lanzichenecchi del papa, che fra l’altro sarebbero stati spesso e volentieri ubriachi, ed avevano quindi le “froge” (narici) del naso rosse e gonfie. Da qui l’epiteto di frogioni/frocioni che nella seconda forma è ancora in uso (seppur con il nuovo significato) a Roma. Entrambe le forme meno diffuse che seguono fanno riferimento all’uso antico (vale a dire dell’inizio del secolo scorso) di questa parola, che era (si veda Battaglia sub voce) termine spregiativo per definire i francesi (un po’ come oggi si usa crucco per definire ironicamente un tedesco). Non esistono infatti attestazioni antiche dell’uso odierno di FROCIO: la prima risale alle schede che Filippo Chiappini lasciò inedite alla sua morte, avvenuta nel 1905. Si tratta comunque di un uso ancora dichiaratamente dialettale/gergale romano, per di più giudicato recente dallo stesso Chiappini. La diffusione del termine in Italia è addirittura più recente di quella di FINOCCHIO, ed è avvenuta solo dopo la seconda guerra mondiale grazie soprattutto al cinema ed ai romanzi “neorealisti”. Escluderei insomma anche in questo caso un largo uso antico della parola nel significato di “omosessuale”: anche qui essa è giunta fino a noi attraverso un progressivo slittamento di significati. Delle due ultime etimologie, la prima suggerisce una derivazione diretta da français, attraverso una storpiatura satirica che su bocca romana ha riprodotto come “fronsce” quello che su bocca francese suonava come “fronsé” (l’abbondare nel fonema “sc” sarebbe tipico di chi imita burlescamente la pronuncia francese).La seconda, rifiutando la tesi dell’evoluzione satirica da français, propone una derivazione dal tedesco frosch (“ranocchio”), che ha un interessante parallelo nell’inglese frog (“ranocchio” e “francese”). Che pure il “livello basso” della lingua possa arricchirsi di prestiti da altri idiomi lo dimostrano innumerevoli esempi, a cominciare dal diffusissimo “brindisi!” (dal tedesco (ich) bring dir’s, “bevo alla tua salute”) per finire proprio col già citato crucco, che ci viene addirittura dal serbocroato. Proprio come brindisi! e stato introdotto in italiano dai mercenari svizzeri presenti nel Cinque-Seicento, nulla impedisce che le loro ironie su qualche frosch siano state imitate dagli italiani, pur senza capire il significato originario della parola, proprio come crucco è stato usato senza preoccuparsi dell’etimologia, che aveva a che vedere col “pane” (kruh). Necessaria resta la consultazione con un germanista. Ciò impedisce di verificare quanto di vero può esserci in quest’ultima proposta. Potrebbe a sua volta trattarsi (come suggerisce Rassegna: 374) d’una “etimologia popolare” o d’una storpiatura burlesca di
qualche nome di popolo, ad esempio Friese, “frisone”, passato a indicare spregiativamente gli stranieri in genere. Quale che sia l’origine della parola, è comunque possibile seguire buona parte della sua trasformazione successiva. Le prime attestazioni risalgono all’inizio del secolo passato, durante l’occupazione di Roma da parte dei francesi. Contro di loro furono prodotti stornelli, pasquinate e sonetti, come ad esempio quello che dichiara: Bigna davvero, che ‘sti froci matti che da tutti son detti sanculotti pensino che de stucco semo fatti
che vonno venì a Roma a fà scialotti. (DEL CERRO, p. 76). Che a quell’epoca i “froci” fossero sì francesi, però “normali”, lo rivelano tre versi di uno stornello antifrancese degli stessi anni: Fiore de pera sto frocio che a mia fija fa la mira, ha voja de cenà l’urtima sera. (DEL CERRO, p. 79). Come si noterà, qui ad essere presa di mira è la fija (e non il fijo) dello stornellatore. Dopo solo un quarto di secolo ritroviamo questa parola con un significato più largo, che comprende indistintamente tutti gli stranieri (“svizzeri” del Papa inclusi, ovviamente; e forse fu proprio la presenza di questo visibilissimo contingente di lingua tedesca a dare a frocio il significato antonomastico di tedesco, che è quello conosciuto da Chiappini). In una pasquinata, scritta durante il conclave del 1823 contro il cardinale bavarese Höfflin, si legge infatti: Non ve fidate tanto de sti froci: so de fà bene ar prossimo incapaci: so a pagà tardi, ed a piglià veloci (RASSEGNA, p. 374). Va incidentalmente aggiunto che non sarebbe senza importanza lo stabilire se più antiche attestazioni di questa parola (se esistono) usano frocio nel significato generico di “straniero”, oppure nel significato particolare di “francese” o di “tedesco”. Riuscire a verificare simile priorità aiuterebbe a privilegiare una delle etimologie proposte piuttosto che l’altra. Ad ogni modo è certo che verso la metà del secolo scorso “frocio” veniva usato genericamente contro tutti gli stranieri. Non tardò a manifestarsi un ulteriore allargamento di significato. Dopo l’attestazione appena riportata, FROCIO entrò infatti nella crisalide del gergo della malavita, dove fu ulteriormente rielaborato. E’ facile intuire che durante questa fase FROCIO assunse dapprima il significato di “uomo spregevole” in genere (spregevole come uno straniero, evidentemente), e poi (abbiamo già visto questa evoluzione in FINOCCHIO), l’uomo spregevole per eccellenza: l’omosessuale passivo. Nel 1910 uscì dal bozzolo con quest’ultimo significato: Mirabella registra nel gergo dei criminali questo termine (oscillando tra la grafia frocio e quella froscio) e lo glossa come “effeminato”. Da qui al significato odierno il passo è ormai brevissimo, e l’attuale enorme diffusione della parola rende inutile riportare l’ampia gamma di esempi.
Riassunto: In origine il termine indicava comunque lo ‘(svizzero) tedesco’ (confronta i sonetti 53, 135, 375, 1010, 1496 di G. Belli). Il perché di questa attribuzione ai cittadini della Confederazione elvetica di lingua tedesca non è stato mai sufficientemente chiarito. Alcuni sostengono che il legame passi attraverso il significato di froce intese come ‘narici’, particolare anatomico particolarmente accentuato negli svizzeri tedeschi, in particolare nelle guardie svizzere papali., in quanto noti per essere dei grandi bevitori (il che, con il tempo, avrebbe provocato una crescita sproporzionata del naso) e per non essere particolarmente attratti dalle donne. Lo slittamento, fa notare Tullio de Mauro (Lessico dell’omosessualità, in ‘Pratiche innominabili’ di R. Reim, L. Di Nota, A. Veneziani, Mazzotta, 1979) può essere stato favorito dal nesso con il naso che, soprattutto nel dialetto romano, allude al ‘dubbio’ e al ‘sospetto’ (in romanesco me puzza significa ‘mi insospettisce’). Tra i derivati: froceria (l’essere froci, il consenso omosessuale), frocia (anche donna omosessuale o uomo omosessuale dal ruolo sessuale ricettivo).
FTM, FVM: acronimo per ‘female to male’; indica il percorso transessuale dal femminile al maschile. FtM o F2M (Female to Male) è un acronimo inglese indicante una persona che opta per una transizione del proprio corpo da femmina a maschio. In inglese viene anche usato il termine transman o trans man, cioè uomo trans. Gli FtM sono persone geneticamente di sesso femminile (aventi cromosomi sessuali XX) che si identificano e si sentono uomini, desiderando di vivere nel ruolo di genere maschile; questa condizione è causata dalla disforia di genere. Attualmente esistono terapie ormonali principalmente a base di testosterone e di altri androgeni steroidei, oltre alle terapie chirurgiche quali: mastectomia, isterectomia e interventi demolitivi/ricostruttivi dei genitali a cui possono sottoporsi le persone trans*, seguendo così un percorso di transizione per adeguare il proprio corpo all’identità di genere sentita. Alla fine di tale percorso, secondo la legge del 164/82, è possibile rettificare sui documenti di riconoscimento il genere sentito/raggiunto e il nome maschile prescelto. La casistica è molto varia e le condizioni possono variare da persona a persona, ma molti uomini transessuali preferiscono essere considerati uomini a tutti gli effetti, in particolar modo quando la loro transizione è ultimata, perciò preferiscono venir chiamati semplicemente uomini, senza l’aggettivo transessuale. Così come gli uomini nati tali, anche l’orientamento sessuale degli uomini trans può essere diverso da individuo a individuo, perciò un FtM può essere: un uomo eterosessuale (a cui piacciono le donne) oppure omosessuale (a cui piacciono altri uomini) o bisessuale, comprendendo tutte le altre sfumature intermedie di preferenze sessuali. Secondo il DSM-IV, la maggior parte degli uomini trans è “sessualmente attratta dalle femmine”.
FUORI: una delle prime associazioni gay italiane attiva negli anni ’70.
Futanari: è un termine giapponese composto che significa “due metà” o “nuova metà” in giapponese, ed è un genere di manga o anime giapponese pornografico (comunemente detto hentai in occidente) i cui protagonisti sono ermafroditi o femmine con genitali maschili, spesso esagerati oltre le dimensioni normali. Con futanari ci si può anche riferire ai protagonisti del genere stesso, piuttosto che al genere. In occidente (particolarmente in paesi di lingua inglese) ci si può riferire a questo termine anche utilizzando i termini dickgirls (eufemisticamente ragazze con il pene, dick è una forma molto volgare di pene) o shemales (dove she è il pronome per la terza persona femminile dell’inglese e males significa “maschi”) sebbene siano generalmente considerati volgari. Recentemente (in occidente) si è anche iniziato ad utilizzare il termine Newhalf per indicare personaggi con corpo femminile e soli genitali maschili, ed ad utilizzare ‘Futanari’ per riferirsi specificatamente agli ermafroditi. Si può pensare che il futanari sia una derivazione dello yuri o dello yaoi, dato che le storie sono più vicine a questi due generi che non alle storie hentai regolari. Secondo altri è una derivazione più mondana dello youkai, che alle volte rappresenta creature o personaggi mitologici.
Gaio: gay, ‘atmosfera gaia’.
Gaius vivendi: modo di vivere dei gay.
Gamasixsualist: omosessuale in lingua russa traslitterata.
Gamberone: gay dal bel fisico ma con un viso poco attraente.
Ganimede: giovane coppiere greco, amato da Giove che lo rapisce trasformandosi in aquila.
Garofano Verde: 1. importante rassegna teatrale a tematica omosessuale a Roma. 2. noto prostituto omosessuale passivo coinvolto nello scandalo dei Balletti Verdi negli anni Sessanta.
Garruso: tipico della Sicilia è usato come insulto per indicare i gay. Varianti: Iarruso, garrusa. (ma anche le varianti ARRUSU, IARRUSU, GARRUSUNI, JARRUSU). Indica l’omosessuale maschile passivo. Sembra che una volta di più ci troviamo di fronte all’equiparazione fra il giovane e l’omosessuale passivo (cfr. BARDASSA). L’etimologia, proposta da Pellegrini, fa infatti riferimento all’arabo (c)arùs, “fidanzata”, “giovane”, “ ragazzo” e potrebbe essere la stessa del controverso carusu, “ragazzo”. Del resto, secondo Consoli, il termine indica a Messina (proprio come BARDASSA in italiano) anche un ragazzo fin troppo vivace, un monellaccio. Un’attestazione di tale parola troviamo già in una legge del XIV secolo: Hai iniuriato ad alcuna fimina bagaxa, o i garzuni karrusu scassatu… (PELLEGRINI, vol. 1, p. 211). Quindi: Garrusìa indica l’essere, il praticare l’omosessualità mentre garrusiari ha tre significati: 1. Scherzare, 2. Sbavazzare e 3. Essere omosessuale. Garrusignu, Garrusiscu stanno invece a significare dinoccolato, lezioso, sdolcinato.
Gaya: eufemismo segnalato su Inter@genda da Nuit, Jodie, nel gennaio 2002.
Gay: è un termine importato dalla lingua inglese ed è sinonimo di omosessuale. La radice di questa parola è quella dell’antico francese (più esattamente, provenzale) gai: “allegro”, “gaio”, “che dà gioia” (come “lo gai saber”, “la gaia scienza”, che per i trovatori è la scienza d’Amore) che passò in inglese come gay. In questa lingua la parola acquisì nel Settecento il senso di “dissoluto”, “anticonformista” (come in “allegro compare”). Il significato peggiorò ancora nell’Ottocento, fino a voler dire “lussurioso”, “depravato”. Ecco perché, nell’Inghilterra dell’Ottocento, una gay woman era “una donnina allegra” cioè una prostituta, mentre una gay house (letteralmente “casa allegra”) era un bordello. La connotazione omosessuale della parola, in questa fase, non era ancora presente. La connotazione dell’omosessualità si ha solo nell’inglese parlato negli USA, prima del 1920, anno dal quale iniziano a moltiplicarsi le attestazioni dell’uso del termine gay col significato di omosessuale (riferito ai soli uomini, e non senza un beffardo parallelo con la gay woman), nel gergo della sottocultura statunitense, in cui oggi viene usato anche il sinonimo faggot, considerato però con un’accezione molto volgare. Un esempio dell’uso popolare di tale termine si ha nella versione originale del film del 1969, Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy) in cui l’attore Dustin Hoffman critica l’atteggiamento del coprotagonista, Jon Voight, con la frase “That’s faggot stuff!” (Questa è roba da gay!). Negli anni trenta il termine “gay” era già compreso dalla massa dei parlanti americani col senso di “omosessuale”: lo rivela un film del 1938, Susanna, nel quale l’attore Cary Grant è sorpreso, per un malinteso comico, in vesti femminili. A chi gli chiede il perché, risponde stizzito: “Because I just went gay all of a sudden!”, “Perché sono appena diventato gay tutto d’un tratto!”. Il “grande salto” nell’uso di questo termine avvenne comunque solo nel 1969, con la nascita negli USA del nuovo movimento di liberazione omosessuale. I nuovi militanti rifiutarono i termini usati fin lì, come omosessuale e soprattutto omofilo. Non volendo più essere definiti con le parole usate dagli eterosessuali, spesso ingiuriose, la comunità omosessuale scelse di auto-definirsi (come già avevano fatto i neri, che avevano rifiutato nigger preferendogli black) usando un termine del loro stesso gergo, cioè appunto gay. Era nato il Gay Liberation Front (GLF). Sull’esempio americano, gay si diffuse nel mondo ovunque esistesse un movimento di liberazione omosessuale. La diffusione in Italia di questa parola attraverso il movimento di liberazione gay, dal quale passò al linguaggio generale, data dal 1969-1971. Non senza qualche protesta iniziale in Piemonte, dove sono diffusi i cognomi, di origine provenzale, “Gay” e “Gai”. Dal significato originario di “omosessuale orgoglioso e militante” (contrapposto all'”omosessuale” vecchio stile) oggi gay è passato a indicare semplicemente la persona omosessuale in quanto tale, indipendentemente dalle sue idee politiche. Si noti che negli anni settanta in Italia il movimento lesbico-separatista italiano scelse la parola lesbica come preferibile al generico (e “maschile”) “gay”.Una chiara conseguenza di tale proposta si ha nell’esistenza, in Italia, di un ARCI gay (oggi Arcigay) e di un’ARCI lesbica (oggi Arcilesbica) separati anche dal punto di vista della terminologia. La scarsa conoscenza delle origini del movimento gay da parte della generazione più giovane di omosessuali, ha favorito la diffusione negli Usa di una leggenda urbana secondo cui gay nascerebbe come acronimo (cioè sigla) delle parole Good As You (“buono/valido quanto te”), che sarebbero state utilizzate, per la prima volta, attorno agli anni venti del secolo scorso, in California, in una manifestazione di omosessuali. Questa spiegazione è del tutto fantasiosa e, come si è visto, non ha nulla a che vedere con le reali origini della parola e del suo uso. Nonostante tutto, in Italia, questa sigla è stata utilizzata come titolo d’uno spettacolo teatrale, oltre che di una trasmissione televisiva settimanale romana indirizzata soprattutto ad un pubblico gay. L’uso di gay come sinonimo di omosessuale, ha sottoposto questa parola alla stessa usura che in Italia ha trasformato alcuni eufemismi, come “finocchio” o “invertito”, in insulti. Ed oggi “gay” viene usato, nei Paesi esteri, anche come insulto. Negli USA, tale scivolamento di significato, è stato particolarmente accentuato al punto che “gay” è diventato sinonimo colloquiale di lame, boring, bad, cioè di “mediocre”, “noioso”, “brutto”, “schifoso/cattivo”. “Il film che ho visto ieri sera is so gay”, cioè “fa schifo, è noioso”.Quest’uso gergale è talmente comune che spesso è applicato senza nemmeno pensare a cosa si riferisca la parola, con esiti anche comici: “My computer is acting gay”, “Il mio computer funziona male” (ma letteralmente: “Si comporta da gay”). Alcuni esempi di tale scivolamento di significato possono essere considerati gli Anal cunt, un complesso grindcore non gay, i quali in numerosi titoli delle loro canzoni insultano come “gay” tutti coloro o tutto ciò che non amano (da Bill Gates, alla ceramica, fino ai loro fans), oppure Frank Zappa, di cui nel 1997 fu pubblicata una canzone satirica intitolata appunto “He’s so gay”. Tolte queste eccezioni, in Italia il termine “gay” continua ad essere sinonimo di omosessuale, senza assumere particolari connotazioni negative. Secondo un’altra interpretazione etimologica in parte diversa, il termine inglese comincia a diffondersi nel mondo anglosassone all’inizio del ‘900 mentre in Italia il primo ad utilizzarlo è Alberto Arbasino in ‘Super-Eliogabalo’ (1969). Avendo tutti ormai scartato l’ipotesi risibile che si tratti di un acronimo (Good As You, buono, bravo come te) c’è chi (Lotti-Borneman) fa risalire il termine al provenzale gai visto che nelle corti dell’epoca l’omosessualità era pratica diffusa e condivisa. Geoffrey Chaucer (1340 ca.-1400) utilizzò per primo il termine gay come sinonimo di happy, felice. Nell’inglese del XVII sec. gay indicava il libertino mentre due secoli dopo la prostituta. Nella prima metà dell’Ottocento una gay house era il bordello e gay chi si prostituiva. Nel 1922 Gertrude Stein in Miss Furr & Mrs Skeen, apparso su Vanity Fair, ne fa uso (“They were gay, they learned little things that are things in being gay, […] they were quite regularly gay) ma non è certo che per un gay intendesse omosessuale. Nel 1933 l’aggettivo fu usato come aggettivo che indica un omosessuale (gay cat era fino a quel momento un ragazzo vagabond, iniziato alla malavita) e nel 1938, Cary Grant nel film ‘Bringing up baby’ (in italiano ‘Susanna’), cerca di giustificare il atto di essere vestito da donna dicendo: “Because I just went gay all of a sudden”, perché son diventato gay tutto d’un colpo. Nel 1941 Gershon Legman e G.V. Henry (‘Sexual variations’) confermano che la parola gay indica nello slang una persona omosessuale. In americano la parola ha diversi significati (alcuni dei quali non proprio lusinghieri). Oltre che omosessuale, gay significa infatti: 1. Intossicato dall’alcool. 2. Strano, indesiderabile (in particolare nel linguaggio giovanile).
Gaydar: Sintesi inglese di due parole (gay e radar) e indica quella particolare capacità ce avrebbero molti omosessuali nel riconoscere i propri simili in qualsiasi situazione. Gaydar, radar gay o Gayradar è una parola macedonia composta da gay e radar che indica la presunta abilità di capire l’orientamento sessuale di una persona attraverso l’intuito e il linguaggio non verbale. Capire l’orientamento sessuale di una persona è piuttosto difficile poiché questo è completamente scollegato dall’apparenza, dai modi e dal comportamento, che ricadono invece nel campo del ruolo di genere. Risulta così difficile capire che sia omosessuale una persona gay che non si comporta secondo lo stereotipo o l’immaginario comune. Allo stesso modo è facile confondere le persone comunemente definite metrosessuali, ovvero eterosessuali che rispondono invece a quello stereotipo gay di persona estremamente attenta alla moda, all’aspetto esteriore e alla cura del proprio corpo, per omosessuali. Nalini Ambady dell’università di Tufts, Massachusetts, ha tentato più volte di dimostrare che il gaydar avrebbe dei fondamenti scientifici. Se un primo studio nel 1999 avrebbe dimostrato che il gaydar sarebbe uno strumento soprattutto omosessuale perché i gay si sarebbero dimostrati più capaci di individuare da foto e video muti altri omosessuali, a partire dal 2004 le ricerche si son basate soprattutto sul riconoscimento in base al volto, uno dei punti focali dell’interazione umana. Per farlo la Ambady ha raccolto in rete una serie di scatti di persone etero e omosessuali e ha chiesto ad alcuni suoi studenti di indovinarne entro dieci secondi l’orientamento. Al termine dell’esperimento più della metà degli studenti hanno dato oltre il 65% di risposte esatte, percentuale che sale sensibilmente se la foto veniva osservata e valutata con più tempo. Il risultato che esclude la pura casualità e che la ricercatrice ricollega all’istinto animale, che l’uomo ancora conserverebbe, e che gli consentirebbe di individuare i partner migliori e gli eventuali rivali.
Gay for pay o gay-for-pay: indica attori pornografici o professionisti del sesso sia donne che uomini che si identificano come eterosessuali ma che vengono pagati per praticare sesso con persone del loro stesso sesso.
Gay friendly: luogo non esclusivamente gay ma ospitale.
Gay Games: competizioni atletiche tra gay.
Gay Lib: associazione gay italiana con simpatie verso la destra politica.
Gay Parking: aree di sosta di incontro gay, spesso sulle autostrade.
Gay Pride: sfilata glbt tra giugno e luglio per le rivendicazioni e i diritti della comunità glbt. Con l’espressione inglese Gay pride (letteralmente: “orgoglio gay”) si indicano in Italia due concetti distinti: L’orgoglio di essere quel che si è, da parte delle persone omosessuali. La resa del termine inglese pride ha creato in italiano numerosi equivoci attraverso la traduzione più usata, “orgoglio” (che in italiano è anche sinonimo di “superbia”), mentre la traduzione più corretta sarebbe semmai “fierezza”, cioè il concetto opposto alla vergogna, vista come la condizione in cui vive la maggior parte delle persone omosessuali. L'”orgoglio gay” si basa su tre assunti: che le persone dovrebbero essere fiere di ciò che sono; che la diversità sessuale è un dono e non una vergogna; che l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono innati o comunque non possono essere alterati intenzionalmente. L’uso più diffuso affermato in Italia è però quello come abbreviazione di “Gay Pride parade”, cioè “marcia” (o “manifestazione”) “dell’orgoglio gay”. In questo senso nel linguaggio colloquiale “Gay Pride” indica normalmente la manifestazione e le iniziative che si svolgono ogni anno in occasione della “giornata dell’orgoglio LGBT”, nei giorni precedenti o successivi alla data del 28 giugno, che commemora la rivolta di Stonewall di New York del 1969, data simbolica di inizio del movimento di liberazione omosessuale. La prima manifestazione pubblica di omosessuali in Italia ha luogo il 5 aprile 1972 a Sanremo, per protesta contro il “Congresso internazionale sulle devianze sessuali” organizzato dal Centro italiano di sessuologia, di ispirazione cattolica. Alla manifestazione parteciparono una quarantina di persone appartenenti alle associazioni omosessuali aderenti: il Front homosexuel d’action révolutionnaire (FHAR) francese, il Movement Homosexuel d’Action Révolutionnaire (MHAR) belga, il Gay Liberation Front britannico, l’Internationale Homosexuelle Révolutionnaire (IHR), di recente costutizione, ed il Fuori! italiano.[1] Tra gli esponenti italiani figurarono Angelo Pezzana, Mario Mieli ed Alfredo Cohen. Vi partecipò anche Françoise d’Eaubonne. Nel 1978 furono organizzati a Torino i primi eventi specificamente correlati alle celebrazioni internazionali del gay pride: il sesto congresso del Fuori! ed una settimana del film omosessuale, tra il 19 ed il 25 giugno dello stesso anno. Nel 1979, il collettivo Orfeo organizzò a Pisa il primo corteo in Italia contro le violenze subite da persone omosessuali. Episodi di violenza contro omosessuali erano frequenti e nell’estate del 1979 due ragazzi gay erano stati uccisi a Livorno. Il 24 novembre parteciparono circa 500 gay e lesbiche alla manifestazione, che rimarrà la più partecipata fino al 1994. In Italia, il primo Gay Pride nazionale ufficiale si svolge nel 1994, a Roma, dopo un difficile accordo fra l’associazione nazionale, Arcigay, e il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, a cui fu affidata l’organizzazione. Una delle organizzatrici fu Vladimir Luxuria. Vi presero parte la parlamentare europea tedesca Claudia Roth, promotrice della risoluzione europea per i diritti degli omosessuali, ed esponenti del Partito Radicale, tra cui il sindaco di Roma Francesco Rutelli. La marcia, andando oltre le aspettative, vide la partecipazione di oltre diecimila persone. Per il movimento italiano, abituato a manifestazioni di alcune centinaia di persone, fu un successo, che confermò la giustezza dell’approccio unitario. Il giornalista Gianni Rossi Barilli così ha scritto a proposito della manifestazione: « Stupisce la varietà della partecipazione, il vedere una accanto alla’altra realtà che normalmente non fanno politica insieme e spesso, quando la fanno, si combattono aspramente. » (Gianni Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, p. 223). L’anno seguente l’iniziativa si ripeté a Bologna, e nel 1996 a Napoli, con “Iesce sole”. Nel 1995, durante una manifestazione nazionale di protesta a Verona, “Alziamo la testa”, Franco Grillini dal palco lanciò l’idea d’una manifestazione nazionale anticlericale a Roma in occasione del Giubileo, che fu approvata da tutti i gruppi. I successivi Pride avrebbero dovuto essere le “prove generali” per una manifestazione d’imponenza mai vista prima in Italia. Purtroppo però nel 1997 iniziarono i problemi. Il Mieli, in parte esaltato proprio dal successo dei Pride, nel 1994 aveva lanciato la federazione Azione omosessuale (che sarebbe durata fino alla fine del 1997), col dichiarato intento di “”rompere il monopolio politico esistente all’interno del movimento omosessuale italiano”, ossia in funzione anti-Arcigay. Il tentativo del Mieli di assumere l’egemonia del movimento gay italiano non fu ovviamente preso bene da Arcigay: le tensioni crebbero di anno in anno finché nel 1997 si andò a due Pride separati: uno a Roma guidato dal Mieli ed “Azione Omosessuale”, l’altro a Venezia, con la presenza dei circoli Arcigay e Arcilesbica. I due Pride, complessivamente, ebbero un’affluenza inferiore a quella del primo Pride del 1994, invertendo al tendenza al graduale ma costante aumento dei partecipanti che aveva caratterizzato i Pride unitari. L’anno precedente il Giubileo, il 1999, i due Pride separati (Arcigay a Como, Mario Mieli a Roma) toccarono in assoluto il punto più basso della partecipazione: la comunità lgbt non capiva la ragione del contendere fra gli organizzatori ed espresse il suo dissenso disertando entrambi i Pride. Resisi conto della situazione, gli organizzatori fecero un passo indietro (una mossa resa più facile dallo sbandamento di Azione Omosessuale, discioltasi per dissensi interni nell’ottobre 1997). Arcigay annunciò che nel 2000 non avrebbe organizzato alcun Pride, invitando tutti a convergere su Roma, dove il Mieli stava organizzando un World Pride per la settimana dal 1° al 9 luglio 2000. Anche così le tensioni non furono però superate: in particolare creò problemi la proposta che ogni associazione contribuisse al Pride in proporzione al numero dei soci, ma che le votazioni concedessero un voto ad ogni associazione. Arcigay, come federazione di gruppi, aveva da sola più militanti di tutte le altre associazioni sommate, e si sarebbe trovata così a pagare la maggior parte dei costi, potendo però contare nelle decisioni su un unico voto. Arcigay nazionale pertanto decise di uscire dall’organizzazione dell’evento, lasciando libertà di rimanervi per tutti i singoli circoli lo desiderassero. A poco a poco però anche i circoli più vicini al Mieli uscirono dall’organizzazione, e a pochi mesi dall’evento sembrava quindi profilarsi un disastro. La situazione fu salvata dall’attacco mosso dalla Chiesa Cattolica all’idea del Pride, motivata dall’intento di mettere in crisi l’alleanza fra cattolici e laici nel Pd e favorire il ritorno al governo di Berlusconi. Gli attacchi mediatici del cardinal Ruini misero in enorme imbarazzo il centrosinistra, permettendola alla Curia d’ottenere quanto si prefiggeva alle elezioni del 2001, ma causando non solo un inatteso compattamento all’ultimo minuto di tutte le realtà lgbt italiane, ma anche una partecipazione straordinaria che andò oltre il mezzo milione di persone (la presidentessa del Mieli, Imma Battaglia, dal palco gridò “Siamo un milione!), e che non era stata prevista né dai porporati, né dagli stessi organizzatori dell’evento. Enorme fu l’afflusso all’evento di persone eterosessuali che parteciparono per solidarietà. Nel 2000, dal 1° al 9 luglio, si svolge a Roma il World Gay Pride, la manifestazione internazionale dell’orgoglio gay. L’evento, cui presero parte molti personaggi noti anche internazionali (tra cui Gloria Gaynor, i Village People, RuPaul e Geri Halliwell), vide la partecipazione di oltre cinquecentomila persone. L’esperienza del World Pride dimostrò ancora una volta che il movimento lgbt otteneva risultati ogni volta che si presentava unito, mentre la divisione causava la diserzione dei partecipanti. Negli anni successivi è così proseguita sì una certa tensione fra i gruppi romani (che sostengono che il Pride nazionale spetti “naturalmente” a Roma in quanto capitale) e il resto del movimento lgbt italiano (che ha optato per la scelta di un solo Pride nazionale “itinerante”, assegnato di anno in anno ad una città diversa, accanto a vari Pride cittadini o regionali). Ciononostante, le tensioni di sono mantenute sempre sotto il livello di guardia, e la regola dei Pride nazionali unitari non si è più interrotta. Molto partecipato fu in particolare quello del 2007, in risposta al Family day, che si svolse nella stessa piazza e richiamò molte più persone del Family day stesso (le stime arrivano fino a mezzo milione di partecipanti). Anche qui fu determinante la partecipazione di innumerevoli persone eterosessuali, che individuarono nelle richieste del movimento lgbt l’ultimo bastione della laicità in un’Italia sempre più decisamente clericale. I simboli del “gay pride” sono la bandiera arcobaleno, anche nota come Rainbow Flag, e il triangolo rosa, riscattato dall’uso fattone dai nazisti ai danni degli omosessuali.
Gay skin: gay dall’aspetto esteriore di uno skin-head; dai capelli rasati, giubbotto e anfibi militari. Indica quegli skinhead dichiaratamente gay.
Gay street: strada caratterizzata dalla presenza di più realtà gay; in Italia sono la Gay strett di Roma e via Sammartini a Milano con locali e librerie.
Gay target: marketing che strizza l’occhio alla capacità d’acquisto della clientela glbt.
Gay Tv: tv satellitare glbt.
Gay Village: spazio estivo al quartiere Testaccio di Roma con discoteca, teatro e cinema.
Gay watch: titolo di una rubrica che curava Daniele Scalise sul settimanale L’Espresso.
Gay.it: il più visitato sito internet rivolto alla comunità glbt.
Gayroma.it: sito internet per la comunità glbt legato a Rifondazione Comunista.
Gaysbico: forma contratta di gay e lesbico.
Gay-swopping: scambio di fidanzati per atti sessuali tra coppie.
Gayweb: l’insieme dei siti internet indirizzati all’utenza glbt.
Gender-bender(ing): disubbidiente alle costrizioni anagrafiche. È un termine specifico della teorizzazione cosiddetta queer del mondo anglosassone. La definizione (che in inglese significa letteralmente “piegatrice/tore del genere”, con un gioco di parole sul gergale e denigratorio “bent”: “uno che pende”, “uno che è invertito”) indica la persona che trasgredisce al comportamento previsto dal ruolo del suo genere sessuale (ad esempio, attraverso il travestitismo). Nel quadro generale della teoria queer, il definirsi “gender bender” è considerato “una forma di attivismo sociale in risposta ai presupposti o alle generalizzazioni circa i generi”. Alcune/i gender bender si identificano con il genere (maschio o femmina) assegnato alla nascita, ma ne sfidano le norme di comportamento con comportamenti androgini e con ruoli atipici. Le/i gender bender si possono auto-identificare come transgendered (cioè transessuali) o genderqueer, ritenendo che il genere assegnato loro alla loro nascita sia una descrizione inesatta o incompleta di se stessa/o; alcuni sono transessuali e desiderano cambiare il sesso fisico, altri/e infine sono intersessuali dalla nascita.Altri/e ancora si possono poi identificare come “two-spirit” cioè membri di un terzo genere. Come tutto quanto attiene alla teoria queer, il concetto di “gender bender” è assai legato alla critica e alla produzione letteraria. Nella critica letteraria del romanzo, il termine “gender bender” può riferirsi, secondo un’analisi a partire dalla teoria queer, non solo ai personaggi descritti sulle basi delle vite delle persone, ma anche a coloro che subiscono cambiamenti di sesso fisico (magicamente o in altro modo) durante la narrazione. Un esempio di questo è rappresentato da Ranma Saotome nel manga ed anime Ranma ½
, in cui tale personaggio, per una maledizione, passa da uomo a donna e viceversa a seconda della temperatura dell’acqua con cui viene bagnato, creando tutta una serie di situazioni di gag. Nella serie televisiva Futurama, uno dei protagonisti, Bender, viene costretto a vestirsi da donna e prendere il nome The Gender Bender (nell’edizione italiana reso con Transbender, fusione tra il nome Bender e la parola transgender) per un incontro di lotta.
Genderqueer: è l’identità di genere che indica la persona che non si riconosce nel binarismo di genere uomo/donna. Questa persona può considerare la propria identità di genere come qualcosa di “altro” (una sorta di terzo genere), identificarsi con entrambi i generi, con nessuno dei due o con una combinazione di entrambi. In genere, le persone genderqueer rifiutano la nozione che nel mondo esistano solo due generi, determinati sulla base del sesso della persona (la combinazione di cromosomi, genitali e ormoni sessuali in base alla quale si viene classificati in “maschi” o “femmine”). Molte persone genderqueer si identificano anche come transgender, un termine onnicomprensivo che include un’ampia gamma di persone che intendono il proprio genere come diverso da quello loro assegnato alla nascita in base al sesso fisico. Le persone genderqueer possono transizionare fisicamente tramite operazioni chirurgiche, ormoni e altro ma possono anche decidere di non alterare i loro corpi. Possono anche solo transizionare di genere, assumendo in società abbigliamento e atteggiamenti di un genere diverso da quello a loro assegnato.
Gerentofilo: chi prova attrazione fisica e sentimentale verso persone anziane.
Gergo queer, Slang LGBT, linguaggio LGBT o slang gay: in linguistica gay, sinonimo di linguistica queer o linguistica lavender, si riferisce a una forma di slang in lingua inglese utilizzato
prevalentemente da persone lesbiche, gay, bisessuali e Transgender (LGBT). Questo linguaggio è stato utilizzato in varie lingue, come inglese e giapponese, sin dai primi del 1900 come metodo per identificarsi con il resto della comunità LGBT e come modo di parlare brevemente e velocemente con il resto della comunità.
Gestapo: vicini di casa che non si fanno gli affari loro.
Gettone: pasticca di ecstasy.
Ghettizzarsi: chi tende a vivere una vita ‘omocentrica’ rifiutando tutto il resto: compagnie eterosessuali, libri che non parlino di gay, etc…
Ghirba: segnalati da Etcetera per Reggio Emilia su Inter@genda il 3 febbraio 2002. Il significato resta qui non noto.
Ghirbina: segnalati da Etcetera per Reggio Emilia su Inter@genda il 3 febbraio 2002. Il significato resta qui non noto.
Ginandra-ribalda-ginecerasta: altri termini desueti sono: ‘ginecerasta’, ‘disordinata ed amante delle donne’ (dalla biografia di Saffo trovata tra i papiri di Ossirinco), ‘hetairai’ (compagne, intime amiche; Saffo chiama così le allieve del suo tiaso quando ancora ‘etera’ non significava ‘cortigiana’), ‘hetairistriai’ (Platone le cita nel ‘Simposio’: ‘le donne formate dalla sezione di una dona non prestano per nulla attenzione agli uomini, ma si rivolgono piuttosto verso le donne, e da questo genere nascono le hetairìstriai; per Forberg le ‘hetairistries’ sono donne che cercano le etere per il commercio carnale, come gli uomini. ‘Ribaude’ compare poi in un dizionario francese/inglese del Hirshfeld nel 1914 distingue a seconda delle preferenze rispetto all’età delle donne amate. Abbastanza raramente si trova ‘ginandra’, usato da Krafft-Ebing.
Gineceo: locale per solo donne.
Giaguara: termine utilizzato privatamente e segnalato su Inter@agenda da Nuit, Jodie, nel gennaio 2002. Il significato di questa parola resta qui non noto.
Giocattolo: oggetto stimolante in un rapporto sessuale, vibratore.
Gioco dei frati: arcaico dispregiativo eufemistico per designare l’atto omosessuale. L’omosessualità. Si allude chiaramente alle abitudini omosessuali del clero cattolico.
Giovanna Dark: scherzosamente per chi è un assiduo frequentatore di dark-room.
Girarsi: indica chi fa capire di volere avere un ruolo passivo in un atto omosessuale maschile.
Giro: indica anche al plurale, ambienti vari frequentati da persone prevalentemente dichiarate come omosessuali sia in famiglia che tra amici e colleghi o comunque persone prevalentemente consapevoli di essere omosessuali. Il termine contrappone questa categoria di omosessuali ad ambienti frequentati prevalentemente da omosessuali sposati o fidanzati con donne, padri e nonni che non hanno mai dichiarato di essere omosessuali o hanno in qualche modo negato anche a sé stessi di essere omosessuali, ricorrendo ad espressioni terze che rendono quando richiesto il proprio orientamento sessuale indefinito e poco chiaro al proprio interlocutore. Il primo gruppo inoltre considera in negativo il secondo gruppo e gli ambienti frequentati da questo secondo gruppo, contrapponendo nettamente l’ideale dell’amore al primo gruppo rispetto a quello del sesso al secondo, considerato essenzialmente squallido.
Girl: sinonimo di uomo omosessuale dal solo ruolo sessuale ricettivo. Prestito al gergo queer italiano dallo slang inglese.
Girlfriend: sinonimo di uomo omosessuale dal solo ruolo sessuale ricettivo. Prestito al gergo queer italiano dallo slang inglese.
Girlfriendly: gay amico e solidale con le donne.
Girth & Mirth: uomini grossi e pelosi, vedi ‘orso’.
Giurassico: di mentalità chiusa.
Giusto: adatto, che si presenta bene.
Glam-rock: il rock i cui leader si contraddistinguono per il trucco e l’ambiguità sessuale, come David Bowie, Lou Reed, Elton John.
Glbt: acronimo per ‘gay, lesbiche, bisessuali e transessuali’.
Glisa: Gay and Lesbian International Sport Association.
Glory Holes: fori nelle toilettes maschili di alcuni locali gay dove si inserisce il pene per un rapporto orale con chi sta nell’altra toilette. In inglese indica specificatamente un piccolo buco
ritagliato nella parete divisoria dei bagni maschili per favorire l’introduzione del pene da una parte e il rapporto orale dall’altra.
Gnegnè: snob e stupido.
Go go boy: ragazzo prestante che si esibisce come strip-teaser o cubista in un locale gay. Sinonimo di go go dancer, ma in italiano vengono spesso chiamati ‘cubisti’.
Gol-star lesbian: lesbica che non avrà mai rapporti sessuali con uomini.
Gomma: preservativo.
Gomorrita: insulto per i gay, ispirato alla città biblica di Gomorra, punita da Dio insieme a Sodoma per le pratiche omosessuali diffuse dei loro abitanti (cfr. Genesi, 19). Omosessuale maschile.
Goretti: indica scherzosamente il gay o la lesbica dediti alla castità.
Gorgeous: meraviglioso, sfavillante.
Graffi: colpi di sole molto sottili ai capelli.
Grand-Hotel: pettegolo.
Grilliniano: sostenitore dell’on. Franco Grillini, attivista, teorico del movimento glbt ed ex parlamentare.
Guanto: preservativo.
Guarire: termine utilizzato dagli omofobi per sostenere la tesi antiscientifica di una patologizzazione dell’orientamento sessuale, tale per cui un orientamento sessuale non sarebbe una variante umana del comportamento sessuale ma una patologia psichica su cui intervenire per dirottarla verso l’eterosessualità.
Guide: importante rivista mensile glbt distribuita gratuitamente nei locali.
Handigay: coordinamento all’interno del gruppo Ora dell’Arcigay che tutela i diritti e la qualità della vita dei gay disabili.
Happy gays: vignette umoristiche create da Giuseppe Fadda.
Happy Hour: orario nel quale è consentito l’ingresso gratuito o quando i drink costano meno.
Hard-on: stato di eccitazione sessuale.
Hate crime: ‘crimine dettato dall’odio’, delitto ai danni di un gay.
Heel sucker: chi ama leccare il tacco.
Hentai: cartoni animati porno giapponesi dove alcune ragazze vengono violentate da lucertole giganti.
Hero: festival gay che si tiene a febbraio in Nuova Zelanda.
Hijra: transessuale indiana.
Homo monument: monumento per ricordare le vittime gay del nazismo ad Amsterdam.
Homoless: dall’inglese homeless, ‘senza tetto’. Si riferisce a uomini e donne omosessuali, solitamente giovani senza tetto a causa del rifiuto familiare una volta scoperta o rilevato il loro orientamento sessuale; così tale scoperta ha causato automaticamente la loro cacciata e/o fuga di casa. Fenomeno molto diffuso nel Nordamerica.
Hot-pants: pantaloncini corti e attillati.
Hu Tianbao: Dio cinese dell’omosessualità.
Huevo: organo genitale maschile nel gergo gay del Venezuela.
Humpty: gay robusto senza capelli.
Hunk: termine inglese che indica un ragazzo attraente e con fisico atletico.
Hvar: isola croata con spiagge nudiste frequentate da gay.
Iacuzzi: idromassaggio nelle saune.
Icona o Icona gay: personaggio dello spettacolo amato dalla comunità glbt: Mina, Patty Pravo, Judy Garland, etc…il personaggio diventa così un punto di riferimento per l’immaginario della cultura lgbt.
Identità di genere: Il concetto di identità di genere, in alcune correnti della sociologia sviluppatesi negli Stati Uniti d’America a partire dagli anni settanta, viene utilizzato per descrivere il genere in cui una persona si identifica (cioè, se si percepisce uomo, donna, o in qualcosa di diverso da queste due polarità). L’identità di genere non deriva necessariamente dalla biologia, e non riguarda l’orientamento sessuale. Attualmente non si è giunti ad una piena comprensione dello sviluppo dell’identità di genere, sono stati suggeriti molti fattori che potrebbero avere un ruolo nella sua formazione. I fattori biologici che possono influenzare l’identità di genere includono i livelli ormonali sia in fase prenatale che successivamente, e la loro regolazione da un punto di vista genetico. Mentre i fattori sociali che possono influenzare l’identità di genere includono le informazioni relative al genere portate da famiglia, mass media, e le altre istituzioni. Non si è definita con precisione l’età entro la quale l’identità di genere si sia definitivamente formata e risulta molto variabile anche l’età in cui potrebbero sorgere eventuali problemi legati all’identità di genere. Nella maggioranza della popolazione, l’identità, il ruolo di genere e il sesso biologico corrispondono (persone “cisgender”). Ad esempio, una donna cisgender: ho gli attributi femminili (sesso); mi sento donna (identità); gli altri mi percepiscono donna (ruolo). Idem nel caso di un uomo cisgender, dove però ovviamente sesso, identità e ruolo di genere saranno al maschile.L’identità di genere è il modo in cui un individuo percepisce il proprio genere: questa consapevolezza interiore porta a dire “io sono uomo” o “io sono donna”. Esistono persone nelle quali l’identità di genere e sesso biologico non corrispondono (le persone transgender, transessuali e diversi individui intersessuali): questa discordanza provoca una serie di conflitti interiori e di sofferenze e prende il nome di “disforia di genere” o viene diagnostica come disturbo dell’identità di genere (DIG). Oltre a queste difficoltà individuali, le persone disforiche subiscono ulteriori complicazioni e sofferenze (tra cui mobbing, discriminazione, violenza) in quelle società o ambienti sociali in cui non vengono ammessi o accettati degli atteggiamenti di espressione sociale (ruolo di genere) differenti dal sesso biologico dell’individuo (transfobia). La formazione dell’identità di genere è un complicato processo che inizia col concepimento e coi diversi fattori biologici durante la gestazione. Si sviluppa quindi durante le esperienze dei primi anni di vita sotto l’infuenza dei fattori socio-culturali in cui nasce l’individuo.Alcune ricerche indicano che l’identità di genere si consolida nella primissima infanzia e in seguito resta stabile. Queste ricerche si svolgono generalmente chiedendo a persone transessuali quando si erano rese conto, per la prima volta, che il ruolo di genere impostogli dalla società non combaciava con la loro identità di genere. Questi studi stimano che l’identità di genere si formi all’età di circa 2-3 anni. Durante gli anni cinquanta e sessanta, gli psicologi iniziarono a studiare lo sviluppo del genere nei bambini, in parte nel tentativo di determinare le origini dell’omosessualità (che all’epoca era ancora vista come un disturbo mentale). Nel 1958, all’UCLA Medical Center, venne avviato il “Gender Identity Research Project” (Progetto di ricerca sull’identità di genere) per lo studio sugli intersessuali e transessuali. Lo psicoanalista Robert Stoller riportò molti dei risultati della ricerca nel suo libro Sesso e genere (1968). A lui è attribuita anche l’introduzione del termine identità di genere, durante il Congresso internazionale della psicoanalisi del 1963. Anche lo psico- endocrinologo John Money ebbe un ruolo importante nello sviluppo delle prime teorie sull’identità di genere. Fondò nel 1965 all’interno della Johns Hopkins University la “Clinica per l’Identità di Genere” per pazienti con sintomi transessuali. Il suo lavoro alla clinica sviluppò e rese popolare la teoria interazionista, la quale implica che, dopo una certa età, l’identità di genere è relativamente fluida e soggetta a costanti aggiustamenti. Il suo libro, Uomo, donna, ragazzo, ragazza (1972) divenne un testo universitario, sebbene in seguito la sua teoria si sia rivelata scientificamente errata. Il caso più famoso studiato da Money fu quello di David Reimer.
Iena ridens: chi, dietro a un sorriso, nasconde una grande cattiveria.
Iglhrc: International gay and lesbian human rights commission.
Ilga: associazione lesbo-gay internazionale.
Imbalsamato: privo di inziativa o stimolo erotico.
Imbalsamatore del sesso: bigotto.
Imbotulinata: chi ha fatto iniezioni di botulino.
Impaillettato: di abbigliamento con paillettes.
Imparruccarsi: mettersi la parrucca.
Incastonato: in un linguaggio snob ‘situato, collocato’, ad esempio: ‘mi trovo incastonato tra due boutiques’.
Incertezze terminologiche: fino alla fine del 1800 c’era una grande incertezza terminologica anche tra gli scienziati, dato che si poteva parlare di ‘saffismo’ o di ‘tribadismo’ riferendosi anche agli uomini. Esiste dunque anche il saffismo maschile, ma come sostiene Moraglia, le ‘saffiste muliebri’ sono ‘più lubriche di quelle che si danno con gli uomini alle medesime pratiche’ (saffismo è qui sinonimo di cunnilingus, ma Gian Pietro Lucini, in una recensione su ‘La Giovane Italia’ de L’eredità di Saffo nel 1909, chiama le tribadi ‘fellatrici’). Per Giuseppe Avenali, 1909 “[nei carceri minorili maschili] la sodomia è frequentissima e vi regna anche una specie di tribadismo maschile”; e si poteva usare ‘pederastia’ per il ‘sesso gentile’: Cesare Lombroso ci informa che “un vizio tutto speciale, sul quale non ho veduto richiamata l’attenzione degli altri alienisti, è quello del ‘tribadismo. Questa orribile pratica, che è una pederastia del sesso gentile…”. Ma ‘pederastia’ poteva significare solo coito anale, ad esempio per I. Callari, 1903, che sostiene che la prostituta siciliana non si dà a questo vizio se non costretta.
Incipriare: falsare.
Inciuciare: confabulare, chiacchierare, spettegolare.
Inciucione: chi chiacchera, spettegola.
Inchiappettare: avere un rapporto anale attivo. Da chiappa.
Inclinazione: termine utilizzato con fini negativi per delineare cognitivamente gli orientamenti sessuali non eterosessuali.
Inculare: Come inchiappettare. Anche qui è forte il doppio significato che rimanda all’idea di farsi fregare, imbrogliare, appunto buggerare. Deriv. inculata.
Indunarsi: andare dietro le dune di spiagge per incontrare gay.
Infinocchiare: usato dagli eterosessuali per ‘imbrogliare’.
Informagay: associazione glbt con sede a Torino.
Infrattarsi: cercare un posto nascosto all’aperto per fare sesso.
Ingresso degli artisti: espressione scherzosa che indica l’ano alludendo anche alla presunta diffusione delle abitudini omosessuali maschili nel mondo dell’arte. Si ricordi che il primo zanni dell’Arte si chiamò Finocchio.
Ingroppare: sodomizzare.
Inospitale: detto di luogo ostile alla comunità glbt o anche area geografica senza alcun servizio, locale o associazione glbt.
Insaccato: persona grassa che usa indumenti aderenti.
Insospettabile: di qualcuno che non avresti mai dubitato potesse essere gay (lo stesso al femminile vale per la lesbica).
Intersessualità: è un termine usato per descrivere quelle persone i cui cromosomi sessuali, i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili. Un individuo intersessuale può presentare caratteristiche anatomo-fisiologiche sia maschili che femminili. Le cause di tali anomalie possono essere varie, sia congenite che acquisite (come nel caso di alcuni disturbi ormonali) e possono intervenire sia a livello cromosomico che ormonale che morfologico. Le anomalie vanno dai soli eterosomi allo sviluppo dei genitali, con una sintomatologia molto varia. L’ISNA (Società Intersessuale del Nord America), sulla scorta di una ricerca effettuata dalla professoressa di biologia e di studi di genere, Anne Fausto-Sterling, include queste variazioni sessuali, con le seguenti approssimazioni statistiche. Dibattuta la definizione precisa di intersessualità. Anche le condizioni elencate nello studio di Anne Fausto-Sterling, da lei tutte catalogate come condizioni “intesex”, non sono riconosciute universalmente come tali, in particolare la sindome di Klinefelter, la sindrome di Turner e la sindrome adrenogenitale ad insorgenza tardiva. Secondo lo psicologo Leonard Sax il termine intersessualità è da usarsi: « …in quelle situazioni in cui il sesso cromosomico è in contraddizione con il sesso fenotipico o nelle quali il fenotipo sessuale non è classificabile come maschile o femminile ». Le associazioni di intersessuali si battono contro la prassi di sottoporre individui appena nati che presentano anomalie genitali ad operazioni chirurgiche e cure ormonali per omologare queste persone ad uno dei due sessi accettati, senza dare una possibilità agli stessi di esprimere la propria opinione in un campo così importante per la salute anche mentale dell’individuo. Sono noti infatti casi di bambini intersessuali operati a pochi mesi dalla nascita e assegnati al sesso femminile, che, una volta raggiunta l’età adulta, hanno mostrato caratteristiche sessuali secondarie e comportamentali marcatamente maschili (o viceversa) con costi umani, sociali e sanitari altissimi. Il termine intersessuale è usato Edward Stevenson (alias Xavier Mayne) in ‘The Intersexes’ (1908) e diffuso in Italia negli anni Venti e Trenta.
Intortare: rimorchiare qualcuno con la parlantina veloce.
Intostato: eccitato.
Intruso: maschio eterosessuale che vorrebbe far sesso con due lesbiche.
Invertito-contrario/a-perversa: dispregiativo per ‘gay’. Questo è un termine per cosi dire “artificiale”, quello che i linguisti chiamano un “calco”, nato nel 1878 per iniziativa di Arrigo Tamassìa, che cercava un corrispondente adeguato del tedesco Conträrsexuale (tradotto poco elegantemente da qualcuno come sessual-contrario o contrarsessuale). Gli scienziati della fine dello scorso secolo – e Tamassia con loro – ritenevano infatti che l’omosessualità fosse una condizione in cui nell’organismo di un determinato sesso si osserva un atteggiamento tipico dell’altro sesso, ovvero, per l’appunto, invertito. Oggi le persone che Tamassia descrive nel saggio in cui conia la parola INVERTITO sarebbero classificate come “transessuali”, ma all’epoca si riteneva che costoro fossero i più rappresentativi esempi (o esemplari…) della “categoria” dei “diversi”.Questo neologismo ebbe un tale successo che non solo sopravvive ancor oggi, seppure come termine ingiurioso o comunque sprezzante, ma è stato ripreso da altre lingue (per esempio nell’inglese invert, francese inverti, ecc.). Traduzione dell’espressione inglese tendenza invertita che a sua volta aveva tradotto il tedesco sensibilità sessuale contraria, per opera del dottor Tamassia (1878). Tamassia era convinto che “l’omosessualità fosse una condizione in cui nell’organismo di un determinato sesso si osserva un atteggiamento tipico dell’altro sesso, ovvero, per l’appunto, invertito. Oggi le persone che Tamassia descrive nel saggio in cui conia la parola invertito sarebbero classificate come ‘transessuali’, ma all’epoca si riteneva che costoro fossero i più rappresentativi esempi (o esemplari…) della ‘categoria’ dei diversi”. Anche il termine “inversione” ebbe notevole successo in campo giornalistico. Nel 1948 ad esempio un articolo di Le Vie Nuove, un settimanale comunista italiano, così descriveva e commentava la vita omosessuale caprese: “ A Capri gli invertiti vanno alla messa alle 13 in punto”. Il pezzo descriveva, acidamente, uomini borghesi che “si chiamano Giangi, Fofo e Fizi, hanno lunghi riccioli sul collo, metalli preziosi che incatenano loro polsi e caviglie, collane […] né maschi né femmine […] siamo convinti che la spinta di un dito li farebbe rotolare a terra”. Ogni riferimento non è puramente casuale e nel nostro paese abbiamo udito echi del termine invertito con accezione chiaramente sprezzante fino agli anni Settanta. Un altro esempio in Curzio Malaparte: “ L’internazionale degli invertiti, tragicamente spezzata dalla guerra, si ricomponeva in quel primo lembo d’Europa liberato dai bei soldati alleati”, (La Pelle, 1949).
Vedi anche TAMASSIA.
Inversione sessuale- invertito sessuale: In biologia l’inversione sessuale è il fenomeno per cui un individuo di un dato sesso, ad un certo momento della sua vita, si trasforma acquistando i caratteri e le capacità funzionali proprie dell’altro sesso. Tale condizione si riscontra in molte specie di pesci e in alcuni anfibi, i quali conducono una parte dell’esistenza da maschi ed un’altra da femmine, in alcuni il periodo maschile e femminile può alternarsi più volte. A cavallo fra il XIX e il XX in sessuologia fu indicata per molti decenni con tale definizione, in base alla teoria del terzo sesso, la condizione degli individui, soprattutto transessuali ma anche omosessuali, che manifestavano desideri sessuali e a volte comportamenti esteriori tipici del sesso opposto a quello a cui appartenevano dal punto di vista biologico. Questa seconda accezione è quella di gran lunga più nota al di fuori del campo della biologia, e viene usata colloquialmente anche come insulto o come definizione denigratoria per l’omosessualità, derivandone il termine “invertito” quale sinonimo pseudoscientifico di “omosessuale”. Questo uso fu proposto nel 1870 da Arrigo Tamassia come traduzione del tedesco “Konträre sexualempfindung” (reso in modo insoddisfacente fino ad allora come “sentire sessual-contrario”) ed ebbe successo in italiano, ma fu adottato anche in francese ed inglese.
Ipsillon: vagina, dalla forma della lettera ‘Y’.
Irriducibile: l’ultimo ad andar via da un locale o da un luogo di ‘cruising’.
Iyot: fare sesso in filippino.
Jack: uomo dal fisico muscoloso per un lavoro faticoso da lui svolto.
Jacobe: gay black dai modi effeminati (dal personaggio del cameriere nel Vizietto).
Juchitan: città messicana abitata dagli indiani Zapotec, molto tollerante verso gli omosessuali.
Kadesh: termine biblico per ‘sodomita’.
Karada: tecnica di ‘bondage’, legare qualcuno con un’unica corda di sera di color bianco o nero, disposta in modo tale da disegnare una ragnatela sul corpo del partner. La forma più celebre è la corona di diamanti e la collana di perle. Ci sono forme particolari di karada per realizzare le quali si impiegano ore intere.
Katei: gay in thailandese.
Key West: isola della Florida molto frequentata da gay e lesbiche.
Khawal: gay in arabo.
Khawalat: travestiti ballerini arabi del diciannovesimo secolo e del ventesimo fino al 1952.
Kiki: organo sessuale femminile in filippino.
Kimonarsi: indossare il kimono.
Kreutzberg: quartiere gay-lesbo a Berlino.
L’altro martedi: trasmissione glbt in onda su Radio Popolare network.
La: nel nord si usa come articolo prima di un nome proprio per indicare una persona che si conosce, ‘la’ Maria, ‘la’ Francesca.
Labrador: che ha i capelli biondi e ordinati all’eccesso.
Lalla: lesbica.
Lamanicatagliata: associazione con sede a Modena che cura una prestigiosa rassegna teatrale nazionale a tematica omosessuale.
Lambda: undicesima lettera dell’alfabeto greco simbolo della lotta glbt, il numero 11 è considerato il numero della trasgressione poiché superiore al 10, il numero dei Comandamenti.
Largo: chi non ha problemi a farsi penetrare anche da un pene di grosse dimensioni.
Latente: gay nascosto, non dichiarato.
Latex: in inglese indica il lattice di gomma e i suoi prodotti che assieme al cuoio costituisce materiale molto amato dai feticisti.
Latino: ragazzo dai tratti somatici mediterranei.
Leather swing: altalena fatta di pelle e catene sulla quale si fa sesso.
Leather: dall’inglese ‘pelle’, indica un gay amante dell’abbigliamento in pelle, borchie e stivali. Questo look è obbligatorio per accedere ai locali ‘leather’. Lett. ‘cuoio’. Fa riferimento al gusto omosex (ma non solo) nei confronti dell’abbigliamento di cuoio legato per lo più alle pratiche sadomasochistiche.
Legame morboso: omosessualità femminile sia nel suo ruolo sessuale insertivo che ricettivo.
Lella: definizione bonaria di gay a Roma; indica anche una ragazza omosessuale. Usato dalla fine degli anni ’90 in particolare tra le iscritte alla mailing.-list LLI.
Lesa Maestà: offesa.
Lesbica: donna attratta fisicamente e sentimentalmente da altre donne. Dal nome dell’isola greca di Lesbo, patria di Saffo, e dove si vuole che l’omosessualità femminile fosse molto diffusa. La parola ‘lesbienne’ era diffusa in Francia fin dal XVI secolo ma solo con la condanna per oltraggio delle poesie di Baudelaire (1857) divenne patrimonio linguistico diffuso. Tracce di ‘lesbians’ come sostantivo è stato rintracciato in un poemetto del 1732 (The Toast di William King). Derivati: amore lesbico, lesbismo, lesbiano.
Lesbico: il lesbico è un orso a cui piacciono gli orsi.
Lesbismo: è il termine con cui si indica l’attrazione affettiva, sentimentale e sessuale tra donne. Con il termine lesbica si indica una donna con orientamento sessuale e affettivo nei confronti di altre donne. Il termine deriva dall’isola di Lesbo, dove visse la poetessa Saffo nel VII secolo a.C., che nei suoi versi esaltò la bellezza della femminilità e dell’eros tra donne. In origine il termine fu usato in senso dispregiativo; in seguito, tuttavia, le lesbiche se ne sono riappropriate in termini di rivendicazione e di orgoglio (pride). Uraniste, tribadi, saffiche, urninghe… dal 1886, anno di pubblicazione della Psycopathia Sexualis di Richard von Krafft-Ebing, i nomi che definiscono le lesbiche si sono moltiplicati e, per certi versi, sprecati. Si deve a Charlotte Wolff, una psichiatra di origine tedesca, che nel 1971 pubblica Amore tra donne, il primo studio del lesbismo che utilizzi come oggetto della ricerca donne non portatrici di patologie psichiatriche particolari, lo sdoganamento del termine lesbismo per definire quelle donne che preferiscono a livello emozionale, amoroso, affettivo e sessuale le relazioni con altre donne. Dagli anni ’70 in poi si afferma sempre di più l’idea che “lesbica” sia una definizione che sta alla donna stessa adottare o rifiutare: lesbica è ogni donna che si definisca tale, a partire dal proprio oggetto del desiderio, ma riconoscendo altresì nel lesbismo un tratto importante della propria personalità, identificandosi con le altre lesbiche e riconoscendosi nella cultura lesbica. Per Monique Wittig l’esistenza stessa delle lesbiche, il cui desiderio non è funzionale all’uomo, né alla riproduzione della specie, evidenzia come i concetti di donna e di uomo siano costruzioni sociali e ideologiche. Le lesbiche, sfuggendo “all’eterosessualità obbligatoria” creano una nuova prospettiva sociale, un linguaggio e un sistema di relazioni nuovi e diversi. In quest’ottica, le lesbiche non rappresentano più l’alterità dominata che il sistema di potere identifica come “donna”. Le lesbiche, quindi, non sono donne. La cultura lesbica comincia a svilupparsi nei primi decenni del 1900 soprattutto attraverso la produzione letteraria di alcune scrittrici e intellettuali lesbiche. A partire dagli anni settanta le lesbiche all’interno del movimento femminista hanno sviluppato momenti di aggregazione che successivamente hanno trovato forme di espressione politica autonoma.
Lesbo-chic: donna dall’aspetto saffico e lussuoso.
Lesbofobia: odio e paura nei confronti delle persone lesbiche.
Leshom.it: sito italiano glbt per chi offre o cerca camera in affitto.
Letterina: indica il gay iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia.
Lezbo: eufemismo segnalato su Inter@genda da Nuit, Jodie, nel gennaio 2002.
LGBT: acronimo di origine anglosassone che indica “Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender”. Esistono numerose varianti come LGBTQ (che include anche il termine ‘queer’), LGB (che esclude i trans gender sosnendo che la loro causa sia diversa da quelli di gay, lesbiche e bisessuali), LGBU (dove la U indica gli ‘unsure’, ossia gli insicuri) e via ditescorrendo. Comunque la precedenza tra gay e lesbiche in questo agronomico viene data alle donne omosessuali.
Life Ball: grande evento di beneficenza contro l’Aids che si tiene annualmente a Vienna con stelle della moda e dello spettacolo.
Ligurino: Giovane omosessuale. Dal nome del giovane a cui Orazio ha dedicato un celebre carme (IV, 10).
Lillina: Usato dalla fine degli anni ’90 in particolare tra le iscritte alla mailing.-list LLI.
Lilly: fumetto tedesco del 1955 con protagonista una ragazza dalle gambe lunghe e affusolate, coda di cavallo e tacchi alti.
Linea: numero telefonico a disposizione di chi ha bisogno di aiuto, c’è la linea-gay, la linea- trans e la linea-lesbica.
Lipsynging: cantare in play-back, soprattutto nelle esibizioni delle drag queen.
Lisbijànka: lesbica in lingua russa traslitterata.
Liturgico: lento e noioso.
Lobby gay: insieme di persone potenti economicamente.
Localato: chi frequenta locali quasi tutte le notti.
Lontra: gay magro e peloso.
Loretto: fan della soubrette Loretta Goggi.
Lori: diminutivo di Loredana Berté.
Losco individuo: sinonimo di uomo omosessuale.
Luan: unguento per allievare il dolore della penetrazione subita.
Lumino: nel meridione italiano indica spesso l’omosessuale maschile. Letteralmente lumino sta a indicare ‘un piccolo lume ad olio, con luminello galleggiante, tenuto acceso davanti a immagini sacre o impegnato per attenuare l’oscurità nella camera da letto; poi sostituito da un cilindretto di cerca inserito in un apposito bicchierino di vetro, e oggi da una piccola lampadina elettrica’ (Devoto- Oli). Insomma, la fantasia popolare è sempre la stessa: gli omosessuali sarebbero dei contenitori e basta.
Lustrinato: abbigliato con lustrini.
Macho: robusto, virile.
Mademoiselle: sinonimo di uomo omosessuale dal solo ruolo sessuale ricettivo. Prestito al gergo queer italiano dall’argot francese, che usa m. per pédé e/o homosexuel.
Madonnaro: fan sfegatato di Madonna della quale possiede tutte le foto, tutti gli album e i video. Spesso tende a imitarla nel ballo e nell’abbigliamento.
Malattia: termine utilizzato in maniera inappropriata per discriminare persone omosessuali e bisessuali sostenendo che questi orientamenti sessuali sono delle forme di patologia psichica su cui intervenire, contrariamente a quanto riconosciuto ormai da lungo tempo dalla scienza ufficiale.
Mammafondaio: chi rimane attaccato alle vesti della mamma.
Mammo: termine usato in senso dispregiativo come forma maschile della parola mamma, da coloro che sono contrari a riconoscere l’esistenza di una genitorialità omosessuale o anche solo la progettualità di un’esistenza genitoriale gay.
Mandingo: uomo di colore muscoloso e dotato.
Manga: fumetto giapponese, anche erotico. Letteralmente vuol dire ‘immagine in movimento’.
Mano: in alcune posizioni renderebbe evidente la propria omosessualità maschile; ad esempio: ‘mano spezzata’, ‘mano alla dolce vita’ oppure ‘mano per evitare che si sfilino le perle’, ‘mano ad anfora’, ‘mano alla vita’, etc…
Mano pendula: tendenza di uomini effeminati e uomini effeminati con omofobia interiorizzata a condurre delle pose in cui una mano pende apparentemente senza alcun motivo nel vuoto come stereotipo di genere femminile solitamente connotava le donne, in particolare nell’Ottocento e in Occidente.
Man to man: sito internet per incontri gay.
Manzo: uomo robusto e sexy.
Marais: quartiere glbt di Parigi.
Marcare: rendere riconoscibile la propria omosessualità con l’atteggiamento o la voce. In piemontese indica lo scheccare, marcare appunto, con atteggiamenti volutamente eccessivi, la propria omosessualità, incarnando gli stereotipi sui gay a uso e consumo di un pubblico eterosessuale (per strada, in locali ‘misti’, etc…).
Marchetta, Marchettone o Marchettaro: chi si prostituisce con uomini, che sia eterosessuale o omosessuale. Marchetta stava anche per prostituta, abbreviazione della locuzione far marchette che significa più precisamente: ‘fare la prostituta in una casa chiusa, dove per ogni prestazione la donna riceve dalla maitresse un gettone o marchetta’ nelle parole della Vaccaro. La prostituzione omosessuale maschile è la vendita di servizi di tipo sessuale (prostituzione) da parte di una persona di sesso biologico maschile ad una del medesimo sesso. Nella prostituzione maschile fra persone dello stesso sesso, parte dei prostituti esercitano un ruolo di tipo attivo mentre l’altra parte assume un ruolo passivo e quindi subisce una penetrazione anale. Altri ancora vengono definiti “versatili” in quanto possono essere sia attivi che passivi, a seconda delle richieste del cliente. Alcuni arrivano alla prostituzione come mezzo temporaneo o occasionale di guadagno, altri lo fanno una volta o comunque poche volte nella vita; altri ancora esercitano la prostituzione per un lungo periodo di tempo. In molte nazioni in cui la pornografia è legale, alcuni prostituti lavorano anche come attori pornografici oppure come modelli, altri esercitano inoltre prestazioni lavorative come massaggiatori, ballerini erotici in spettacoli a tema ed altri ancora gestiscono siti internet erotici a pagamento. Il tornaconto economico può essere la ragione principale per cui un prostituto intraprende questo lavoro, ma spesso non è l’unica. La prostituzione è stata a lungo considerata il rifugio estremo di gruppi marginali in condizioni di estremo bisogno economico. Spesso prostituirsi è un modo alternativo al vivere di espedienti. Le persone che si trovano in questo tipo di situazione in genere abbandonano la prostituzione non appena riescono a trovare una sistemazione di qualsiasi tipo. La prostituzione da parte di persone straniere, specialmente extracomunitarie ha superato numericamente quella “italiana”. Si tratta in genere della tradizionale prostituzione da “ultima risorsa”. Un fenomeno in cerescita è l’arrivo di prostituti provenienti dall’America Latina. In Italia i termini per indicare il prostituto vanno dal colloquiale, e non necessariamente insultante, “marchettaro”, al decisamente insultante “puttano”, fino ad eufemismi presi in prestito dall’inglese, come escort (oggi molto usato anche per indicare le prostitute) e la sua traduzione “accompagnatore”. Un eufemismo a volte adoperato per definire un prostituto giovane è “ragazzo di vita”. Per indicare i prostituti specializzati nella clientela femminile è comune il francesismo “gigolò”. Per la prostituzione dei travestiti è molto usato, anche sulla stampa, il termine brasiliano viado, che però è in origine un termine insultante (da desviado: “deviato”, “pervertito”) e che quindi può risultare offensivo nei confronti dei diretti interessati. Clienti e prostituti si incontrano in diversi modi. Una spiegazione possibile in aree prima famose (ad esempio Polk Street a San Francisco) può essere il facile incontro online con i professionisti del sesso. I prostituti professionali sono soliti pubblicare annunci su siti web di prostituzione maschile, oppure mediante agenzie di “escort“. Gli accompagnatori a tempo pieno o i professionisti tendono ad aumentare il prezzo rispetto ai “nuovi arrivi” o a quelli che lavorano occasionalmente. Probabilmente perché conoscono meglio il prezzo di mercato e quali sono i posti dove farsi pubblicità.
Mardi gras: sfilata gay in occasione del Carnevale a Sidney.
Margherita Verde: noto prostituto omosessuale passivo coinvolto nello scandalo dei Balletti Verdi negli anni Sessanta.
Maricao: finocchio, usato come dispregiativo tra le transessuali brasiliane.
Masaro: lesbica (dal dialetto veneto ‘maschio dell’anatra).
Maschia: lesbica dall’aspetto maschile.
Maschiaccio: Il termine maschiaccio è solitamente utilizzato per indicare una ragazza che si comporta come si ritiene che si debba comportare un ragazzo durante l’infanzia e/o l’adolescenza. Solitamente, questo implica: vestire abiti non femminili, sia perché ci si sente a proprio agio sia col fine di nascondere le proprie “forme” femminili; provare interesse per giochi e attività spesso ritenute più adatte al ruolo di genere maschile; preferire materie scolastiche considerate, in passato, appannaggio degli uomini, quali la matematica, le scienze e così via; preferire amicizie maschili ad amicizie femminili; l’utilizzo di un linguaggio esplicito, considerato spesso più adatto al ruolo di genere maschile. In passato il termine “maschiaccio” era maggiormente usato in quanto la distinzione tra l’abbigliamento femminile e maschile erano distinti nettamente, e oggi l’uso di questa espressione è più difficile da attribuire in quanto molti indumenti ritenuti in passato di puro appannaggio maschile (quali i pantaloni, le camicie, le giacche) sono comunemente indossati dalle donne. Inoltre, l’aumento della partecipazione femminile agli eventi e le attività sportive ha reso ancora più difficile l’attribuzione immediata dell’appellativo. Fra le “maschiaccie”, alcune figure sono particolarmente note nell’immaginario collettivo. Ricordiamo, ad esempio, Jo March da Piccole donne, Oscar François de Jarjayes da Lady Oscar, Haruka Tenoh da Sailor Moon, ma anche Piperita Patty dei Peanuts o Velma Dinkley da Scooby-Doo.
Masciara: nel Sud indica la checca che si occupa di occulto.
Mascula: insulto per lesbiche, usato soprattutto nell’Italia del Sud. Usato già da Orazio (Epistole, I, 19) per definire la poetessa Saffo è probabilmente ancora usato nel Sud Italia. Troviamo questo appellativo in Sir Richard Francis Burton, ‘Termianl Essay: Section D: Pederasty’, nella sua traduzione de Le mille e una notte. In lingua italiana ad esempio in ‘La contessa d’Amalfi’ II cap (Le novelle della Pescara, 1902) e ne Il piacere, 1889.
Maso: masochista, chi prova piacere nel subire sofferenze fisiche durante il rapporto sessuale.
Masseur: massaggiatore.
Master: padrone, in un rapporto sado/maso. In inglese sta per chi, nel rapporto sadomasochistico interpreta il ruolo del padrone, con pieno controllo e dominio del partner, noto come slave, schiavo, servo.
Matrimonio gay: formula utilizzata per esprimere il desiderio degli e delle omosessuali di potersi sposare nonostante trattasi della stessa modalità di matrimonio civile già esistente nel modus operandi.
Ma va a carbonia: Espressione usata in Sardegna che sottintende l’omosessualità della persona a cui viene riferita. Dal nome della città in provincia di Cagliari costruita nel 1936 durante il regime fascista per facilitare l’estrazione dal bacino carbonifero del Sulcis.
Max: ‘massimo’ negli annunci. 605. Mec: ragazzo giovane, in francese.
Meccanismi di difesa: processi psichici, spesso seguiti da una risposta comportamentale, che ogni individuo mette in atto più o meno automaticamente per affrontare le situazioni stressanti e mediare i conflitti che generano dallo scontro tra bisogni, impulsi, desideri e affetti da una parte e proibizioni interne e/o condizioni della realtà esterna dall’altra. I meccanismi di difesa possono
essere classificati lungo un continuum gerarchico che va dalle difese più mature e adattive a quelle meno mature. L’uso di strategie difensive appartiene alla vita di tutti i giorni e il ricorso a uno stile difensivo piuttosto che a un altro dipende in gran parte dalle caratteristiche strutturali della personalità.
Melochecca: gay amante della musica lirica, in particolare della Callas.In inglese Opera Queen.
Men only: ingresso riservato solo a uomini. 609. Ménage à trois: triangolo.
Messaggiarsi: inviare SMS l’uno/a con l’altro/a. 611. Metrosessuale: traduzione di Metrosexual.
Metrosexual: termine coniato nel ’94 dal giornalista inglese Mark Simpson, per indicare l’individuo eterosessuale che adotta comportamenti, gusti e modi femminili.
Mettere, metterlo in culo: inculare secondo il De Mauro. Penetrare analmente un uomo e/o una donna.
Mezzafemmina: dispregiativo per gay.
Mieli: Circolo di cultura omosessuale ‘Mario Mieli’ con sede in Roma, prende il nome da Mario Mieli, intellettuale milanese autore di Elementi di critica omosessuale.
Mignolo: organo sessuale maschile di piccole dimensioni.
Mignone: ragazzo omosessuale passivo. Dal francese mignon, grazioso, gentile. 618. Mignotto: prostituto.
Militante: membro di un associazione e attivo nelle battaglie glbt. 620. Minato: fan di Mina.
Mirror room: letteralmente ‘stanza degli specchi’, una stanza per fare sesso e guardarsi a specchi posizionati in vari punti.
Miss in piega: assiduo frequentatore di coiffeur.
Miss Lesbo: la lesbica più bella dell’anno eletta in un concorso.
Miss Trans: la transessuale più bella dell’anno eletta in un concorso.
Missionaria: avere un rapporto ‘alla missionaria’ è essere penetrati frontalmente con le gambe alzate verso le spalle.
Missionario: uomo eterosessuale che si crede capace di ‘redimere’ una lesbica, la missionaria è invece la donna eterosessuale che vuole ‘convertire’ un gay.
Mister Gay (Europe): il gay più bello dell’anno eletto in un concorso.
Mistress: nel mondo del feticismo e del BDSM indica una donna dominatrice. Il termine può essere italianizzato come ‘padrona’.
Mit: Movimento Italiano Transessuali, la cui sede principale è a Bologna; si occupa di garantire la tutela dei diritti dei o delle transessuali e garantisce un supporto medico e psicologico per chi intende rettificare il sesso.
Mituscio: forma genovese per omosessualità maschile nel suo solo ruolo sessuale ricettivo. 631. Modaiolo: indica il gay ossessionato dalle mode e dalle firme, in inglese ‘fashion victim’. 632. Moira: chi eccede nel trucco, con riferimento alla famosa Moira Orfei.
Mondo squallido: forma usata nel Nord-Est per indicare l’insieme degli uomini omosessuali.
Monnezzaro: tipico del centro-sud d’Italia indica chi fa sesso anche con quelli brutti, i rifiuti umani.
Moroso/a: usato in Emilia Romagna per fidanzato/a. 636. Mosceria: noia.
Moscio: riferito all’organo sessuale maschile in detumescenza.
Movimento omofilo (=omofilia)- omotropia-omotropo-omotropico: Con la definizione dei Movimento omofilo si indica la fase del movimento di liberazione omosessuale che va grosso modo dalla seconda guerra mondiale fino ai moti di Stonewall e alla conseguente nascita del movimento gay, nel 1969. Il nome deriva dalla preferenza accordata dalle organizzazioni omosessuali di questo periodo per il neologismo “omofilia” al posto di “omosessualità”, a loro parere connotato troppo negativamente per la presenza al suo interno del termine “sessualità”. Per questo preferirono sostituire il termine greco φιλία (filìa), che indica l’amore fraterno e asessuato, a quello
latino sexualitas, per cercare di dare di sé un’immagine meno scioccante e più accettabile da parte della società perbenista. Ovviamente il tentativo di promuovere la liberazione sessuale nascondendo il suo elemento più rilevante, la sessualità, era come minimo contraddittorio, come avrebbe dimostrato lo sviluppo successivo. Ciò non toglie che il movimento gay, che nelle sue prime fasi condannò il movimento omofilo come una banda di perbenisti, sbagliò nella sua condanna acritica di questa fase. Infatti, se il movimento omofilo fallì quasi ovunque nell’ottenere quanto chiedeva (principalmente l’abrogazione delle leggi antiomosessuali), esso svolse anche un’azione di preparazione, educazione, coordinamento, “coscientizzazione”, acculturazione, senza le quali non si spiegherebbe l’improvvisa nascita contemporanea in tutto il mondo del movimento gay, nel giro di pochi mesi. La differenza fondamentale tra il movimento omofilo e quello gay fu che il primo chiedeva l’integrazione degli “omofili” nella società così come essa era, mentre il movimento gay chiese il cambiamento della società in modo tale da poter integrare anche coloro che erano giudicati “marginali” (sintomatico il titolo di un film militante di Rosa von Praunheim, del 1970: Non è l’omosessuale ad essere perverso, ma la situazione in cui vive. Non fu differenza da poco, tuttavia proprio per il cambiamento progressivo della società, col passare dei decenni e lo smorzarsi dei toni, le richieste dei due movimenti sono diventate straordinariamente simili (dalla richiesta di abolire le leggi antiomosessuali, fino alla richiesta del matrimonio omosessuale). La nascita del movimento gay ha portato allo scioglimento di una buona parte dei gruppi del movimento omofilo (soprattutto negli Usa), mentre il resto ha aderito, magari dopo esitazioni, al movimento gay, come è accaduto in varie nazioni europee quali l’Olanda o le nazioni scandinave (che vantano per questa ragione alcune delle più vecchie associazioni gay del mondo). In Scandinavia “homofil” è tuttora un termine colloquiale normalmente usato per indicare la persona omosessuale. In alcuni casi, come il Regno Unito e gli stessi Usa, vecchie sigle di movimenti “omofili” diffusi un tempo su scala nazionale soppravvivono ancora oggi, ma si tratta ormai di realtà di ambito locale (in genere in un’unica città), spesso convertite a un’azione più di tipo culturale che politico. L’Italia, anche a causa del fascismo, nonostante gli sforzi pionieristici di Aldo Mieli non conobbe mai un movimento di liberazione omosessuale prima della seconda guerra mondiale. Non solo: dopo la caduta del fascismo il pesante clima culturale creato dalla guerra fredda e dalla polarizzazione (sentita in modo particolare in Italia) fra moralismo cattolico e moralismo comunista non permise la nascita di un movimento omofilo italiano. Il tentativo compiuto verso il 1954 dal conte e teosofo Bernardino del Boca, dopo aver contattato i gruppi svizzeri, olandesi e francesi, fallì per mancanza di adesioni. Per questo motivo in Italia il movimento di liberazione omosessuale ha inizio (nel 1971) solo con il movimento gay vero e proprio. Questo fenomeno ha avuto per molti anni come conseguenza uno scollamento. Da un lato una élite di militanti gay, su posizioni culturali e politiche omogenee a quelle del movimento gay internazionale, ma di dimensioni straordinariamente esigue. Dall’altro, la massa del mondo omosessuale, nel quale si faceva sentire in modo plateale la mancanza del lavoro di coscientizzazione e acculturazione che in altre nazioni era stato svolto dal movimento omofilo. Questo scollamento ha iniziato a chiudersi solo a partire dal World Pride 2000 a Roma, ed ha sicuramente avuto conseguenze politiche rilevanti, che si riscontrano, ad esempio, nella difficoltà estrema che si rileva in Italia ogni volta che sia necessario approvare una legge che tuteli una parità di diritti fra cittadini eterosessuali ed omosessuali. Non solo: nel momento in cui il movimento gay ha cercato di dare prova di realismo, evitando le “fughe in avanti” rispetto alla realtà del mondo omosessuale italiano, le sue posizioni si sono avvicinate in modo straordinario a quelle del movimento omofilo, a parte l’uso della parola “omosessuale” al posto di “omofilo”.
Motss: acronimo di ‘member of the same sex’ (membro dello stesso sesso).
MTF o MVF: acronimo per ‘male to female’; indica il percorso transessuale del maschile al femminile. MtF o M2F (Male to Female) è un acronimo inglese che indica una persona che transiziona con il suo corpo da maschio a femmina. In inglese si dice anche transwoman o trans woman, cioè donna trans. Talvolta in italiano viene usato anche il termine ‘neodonna’ (nuova donna), per riferirsi a trans operate. Esiste anche il caso inverso, da donna a uomo, FtM. Le donne transessuali sono persone a cui, alla nascita, viene attribuito il sesso maschile, ma che poi risultano mostrare un’identità di genere femminile. Queste persone si sentono e si identificano donne e vogliono vivere nel ruolo del genere di cui sentono far parte. Questa condizione causa un forte disagio e sofferenza (disforia di genere), ma attualmente per le donne trans esistono terapie ormonali e chirurgiche a cui possono sottoporsi (oltre alla rimozione dei peli corporei in eccesso tramite depilazione, laser o elettrocoagulazione), per adeguare il proprio corpo alla propria identità di genere. Inoltre, alla fine del percorso di transizione, è possibile adeguare anche i propri documenti. Così come le donne nate tali, anche l’orientamento sessuale delle donne MtF può essere diverso da persona a persona, perciò una MtF può essere: una donna eterosessuale (a cui piacciono gli uomini) oppure lesbica (a cui piacciono le altre donne) o bisessuale e tutte le altre sfumature intermedie e casi minori. In genere la casistica è simile a quella delle donne nate tali e la maggior parte delle donne MtF è eterosessuale. La casistica è molto varia e le cose possono variare da persona a persona, ma molte donne transessuali preferiscono essere considerate donne e basta e quindi venir chiamate semplicemente donne e non trans o donne trans, in particolar modo quando la loro transizione è già stata ultimata. Alcune preferiscono dimenticare il loro passato e vivere come donne a tutti gli effetti, ma in generale quello di transessuale viene visto solo come un aggettivo indicante una condizione, non la propria identità di genere, che è semplicemente donna, come quella delle donne nate tali. Nell’uso popolare sono presenti diversi termini più o meno correlati, talvolta ritenuti erroneamente sinonimi, che hanno invece una diversa accezione o significato. L’utilizzo a sproposito di questi termini e il modo con cui discostano dalle definizioni mediche e scientifiche, sono anche un esempio (insieme ad altri luoghi comuni) delle distorsioni presenti nella credenza popolare riguardo al transessualismo, causa spesso di incomprensioni e disagi fino a discriminazioni o perfino transfobia; Shemale (she = lei + male = maschio), spesso usato in lingua inglese in un contesto volgare, non rappresenta la realtà di molte di queste persone: il termine sottolinea un’ambiguità, che può attrarre un certo pubblico, soprattutto in ambiente pornografico; mentre gran parte di queste persone disforiche soffrono proprio per il conflitto verso la propria fisicità e pertanto desiderano risolverlo ed adeguare il più possibile (nei limiti delle possibilità offerte dalla medicina) il proprio corpo alla loro interiorità, possibilmente fino ed essere donne a tutti gli effetti, anche da un punto di vista legale ed anagrafico, senza ambiguità. Il termine “shemale”, facendo leva proprio su aspetti che causano conflitto e rifiuto, può essere ritenuto offensivo dalle MtF che non si riconoscono in questa definizione; Dickgirls (dick = volg. pene + girl = ragazza) ha accezione volgare e, sebbene una ragazza in transizione (o anche in pre-transizione) possa essere in un certo senso una “ragazza col pene”, di fatto la transizione include anche la riassegnazione chirurgica dei genitali (vaginoplastica). Per diversi motivi, in particolare di salute, non sempre la persona giunge ad operarsi dopo la terapia ormonale e gli interventi estetici, ma in ogni caso una buona parte di queste persone ha un rifiuto per i propri genitali o si adatta considerandoli diversamente (es. “un grosso clitoride”), perciò non accetta questa definizione; Futanari = due metà è un termine giapponese che si riferisce ad un genere di manga dal contenuto pornografico, in cui vengono rappresentate storie puramente fantasiose e personaggi femminili con peni giganti: anche in questo caso, quando si associano questi personaggi al transessualsimo, si mette in risalto un attributo (qui esagerandone le dimensioni), che invece al contrario è spesso rifiutato. Inoltre una MtF ancora con gli attributi maschili e in terapia ormonale (e quindi con una quantità di testosterone ridottissima o praticamente assente), avrà difficilmente anche solo buone erezioni, oltre a non avere (ovviamente) un pene gigante. Un’altra caratteristica di questi personaggi (non sempre presente) è la contemporanea presenza di un pene e una vagina al posto dei testicoli: una situazione ben diversa rispetto al transessualismo, che potrebbe invece trovare ispirazione nell’intersessualità.
MTS: malattie veneree, sessualmente trasmissibili.
Muccassassina: storico evento in discoteca glbt romano.
Multisessuale: ambiente formato da persone dai diversi orientamenti sessuali. 644. Myconos: isola greca molto frequentata dalla comunità glbt.
Naked: nudo.
Naotto: forma milanese per omosessualità maschile professionale.
Narciso: mito greco studiato da Freud per i suoi presunti legami con l’omosessualità.
Nasa: Omosessuale. Adoperata soprattutto in ambito settentrionale, in origine indicava il sedere e per estensione l’omosessuale. C’è chi invece lo fa risalire al naso inteso come metafora fallica. Sinonimo di culo e di omosessualità maschile.
Nascosto: chi vive clandestinamente la sua omosessualità.
Nefandezza (vizio o piacere nefando): Allusione all’omosessualità. (“Vizio nefando vuol dir l’istesso che la sodomia”, De Luca, Dottor volgare, XV, II, 329, Roma, 1673).
Neodonna: chi è diventata donna con un’operazione chirurgica. 652. New Entry: persona che frequenta per la prima volta la realtà glbt.
No pants day: il primo venerdi di maggio ad Austin, in Texas, si festeggia la giornata dedicata a girare ‘senza pantaloni’.
Non conformista: forma ironica per omosessualità.
Non si accetta!: ‘ è impossibile’, ‘non mi piace’, in uso a Bari.
Nong Toom: Nong Toom, il cui vero nome è Parinya Charoenphol, si è guadagnato il successo in Thailandia lavorando come boxeur travestito. Il 5 dicembre 1999 è diventata donna.
Nonna Papera: pasticcere gay o lesbica.
Normale: termine frequente e negativo per delineare gli e le eterosessuali che vengono così considerati ‘normali’ rispetto al queer che per opposti significati viene concepito come ‘l’anormale’.
Notturbino: chi vive solo la notte.
Numeromane: chi raccoglie numeri di telefono di vari amanti senza mai telefonare. 661. Nuoro: il fidanzato del figlio.
Nurzia: usato a Bologna ed ufficializzato nel 2002 grazie al titolo del libro di Paola Cavallin nel libro: Nespole, nurzie e camionare: il lesbismo a Bologna anni ’70 e ’80. Edizioni BLI (Biblioteca Lesbica Inevitabile): Roma e Firenze.
Occhio fino: Gioco linguistico in anagramma che inverte le due parti della parola finocchio. Usato spesso nel linguaggio infantile e adolescenziale o, sempre con intenzioni derisorie, sulla stampa quando si voleva evitare la parola diretta ritenuta brutale.
Ogay: forma contratta di ‘it’s ok to be gay’, ovvero ‘va bene essere gay’.
Ogieou: sinonimo milanese di omosessualità maschile nel solo ruolo sessuale ricettivo. Sta per ‘occhiello’.
Ombrellonata: chi porta un cappello a larghe tese.
Omino: simbolo dell’artista Keith Haring.
Ommo ‘e mmerda: sinonimo napoletano di omosessualità maschile nel solo ruolo sessuale insertivo.
Omo: abbreviazione di omosessuale, usata per indicare generalmente gli uomini omosessuali che sessualmente prediligono il ruolo sessuale ricettivo. Dal greco antico homos, uguale.
Omoaffettività-omoaffettivo: affetto omosessuale. Indicato per sottolineare l’aspetto sensuale piuttosto che il mero aspetto sessuale. Sinonimo di omosessualità. L’utilizzo ruota intorno al desiderio del parlante di evidenziare non solo la mera sfera sessuale dell’orientamento omosessuale ma anche la sua sfera sensuale, quindi affettiva e amorosa.
Omocausto: la strage di gay e lesbiche nei campi di concentramento durante il nazismo. 672. Omocentrico: imperniato attorno all’omosessualità.
Omocidio: omicidio di un gay.
Omo-detector: chi riesce a distinguere un gay dagli altri con grande abilità.
Omoerotismo-omoerotico: Sostantivo ibrido composto dall’aggettivo homòs (uguale, simile) e èros (amore) indica l’omosessualità. Nell’arte indica l’espressione di amore e desiderio non esplicito e quindi priva di sesso fra persone dello stesso sesso all’interno di un’opera figurativa o letteraria. sinonimo di omosessualità. L’utilizzo ruota intorno al desiderio del parlante di evidenziare non solo la mera sfera sessuale dell’orientamento omosessuale ma anche la sua sfera sensuale, quindi affettiva e amorosa.
Omofilia: piacere di stare tra persone dello stesso sesso. 2. Omosessuale. Dal greco homòs (uguale, simile) e filos (amico). È spesso usato nei testi scientifici. Karl-Gunther Heimsoth parla di homophilie, termine che sarebbe stato presente nella Germania degli anni ’20. Tra il 1950 e la fine degli anni Sessanta si diffonde in Olanda tanto da far considerare questi anni come il primo, significativo periodo omofilo della storia contemporanea.
Omofobo: chi disprezza i gay, chi ne ha paura irrazionale.
Omofobia: patologia che prevede l’odio nei confronti dell’omosessualità. Può essere definita come una paura e un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT), basata sul pregiudizio ed analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo. Con il termine “omofobia” quindi si indica generalmente un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all’omosessualità o alle persone omosessuali. L’omofobia non è inserita in alcuna classificazione clinica delle varie fobie; infatti, non compare né nel DSM né nella classificazione ICD; il termine, come nel caso della xenofobia, è solitamente utilizzato in un’accezione generica (riferita a comportamenti discriminatori) e non clinica. Omofobia deriva dal greco homos (stesso, medesimo) e fobos (paura). Letteralmente significa “paura dello stesso”, tuttavia il termine “omo” è qui usato in riferimento ad omosessuale. Il termine è un neologismo coniato dallo psicologo clinico George Weinberg nel suo libro Society and the Healthy Homosexual (La società e l’omosessuale sano), pubblicato nel 1971. Un termine precursore è stato omoerotofobia, coniato dal dottor Wainwright Churchill nel libro “Homosexual behavior among males” (Comportamento omosessuale tra maschi), pubblicato nel 1967. Il termine è utilizzato con diversi significati, Le definizioni di omofobia esistenti possono essere sintetizzate in tre principali prospettive: accezione pregiudiziale, accezione discriminatoria e accezione psicopatologica: l’accezione pregiudiziale considera come omofobia qualsiasi giudizio negativo nei confronti dell’omosessualità. In questa definizione vengono considerate manifestazioni di omofobia anche tutte le convinzioni personali e sociali contrarie all’omosessualità come ad esempio: la convinzione che l’omosessualità sia patologica, immorale, contronatura, socialmente pericolosa, invalidante; la non condivisione dei comportamenti delle persone omosessuali e delle rivendicazioni sociali e giuridiche delle persone omosessuali. Non rientra in questa accezione la conversione in agito violento o persecutorio nei confronti delle persone omosessuali; l’accezione discriminatoria considera come omofobia tutti quei comportamenti riconducibili al sessismo che ledono i diritti e la dignità delle persone omosessuali sulla base del loro orientamento sessuale. Rientrano in questa definizione le discriminazioni sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nella cultura, gli atti di violenza fisica e psicologica (percosse, insulti, maltrattamenti). Questa definizione – che comprende anche l’acting out del sentimento discriminatorio – può essere considerata più pertinente al costrutto di omofobia in senso ristretto; l’accezione psicopatologica considera l’omofobia come una fobia, cioè una irrazionale e persistente paura e repulsione nei confronti delle persone omosessuali che compromette il funzionamento psicologico della persona che ne presenta i sintomi. Tale valutazione diagnostica includerebbe quindi l’omofobia all’interno della categoria diagnostica dei disturbi d’ansia e rientrerebbe all’interno dell’etichetta di fobia specifica. A differenza delle prime due accezioni, l’omofobia come fobia specifica non è frutto di un consapevole pregiudizio negativo nei confronti dell’omosessualità quanto piuttosto di una dinamica irrazionale legata ai vissuti personali del soggetto. Quest’ultima definizione, per quanto più attinente alla radice etimologica del termine, ad oggi non è sostenuta da una letteratura sufficiente da farla inserire nei principali manuali psicodiagnostici. È stato infatti riscontrato da decenni il fatto che tendono all’omofobia le “personalità autoritarie”, rigide, insicure, che si sentono minacciate dal “diverso da sé” (ovviamente non solo omosessuale). Alti livelli di omofobia sono stati riscontrati anche in persone in lotta con una forte omosessualità latente o repressa. In questo secondo senso l’omofobia può trarre nutrimento e soprattutto legittimazione da condanne ideologiche, religiose o politiche. Per omofobia si può intendere anche la paura dell’omosessualità, ed in particolare la paura di venire considerati omosessuali, ed i conseguenti comportamenti volti ad evitare gli omosessuali e le situazioni considerate associate ad essi. L’omofobia consiste nel giustificare, condonare o scusare atti di violenza o di discriminazione, di marginalizzazione e di persecuzione perpetrati contro una persona in ragione della sua reale o presunta omosessualità (si pensi ai soggetti bisessuali o anche semplicemente a persone che hanno un atteggiamento o un aspetto che non rientra nel comune stereotipo di genere sessuale, ad esempio le persone definite “effeminate”). Probabilmente l’omofobia è correlata al timore di essere considerati omosessuali. Questo timore, dice Erich Fromm, è più frequente negli uomini che nelle donne, perché dal punto di vista culturale il maschio omosessuale viene considerato una “femminuccia”. L’omofobia interiorizzata consiste nell’accettazione da parte di gay e lesbiche di tutti i pregiudizi, le etichette negative e gli atteggiamenti discriminatori verso l’omosessualità. Questa interiorizzazione del pregiudizio è per lo più inconsapevole e può portare a vivere con difficoltà il proprio orientamento sessuale, a contrastarlo, a negarlo o addirittura a nutrire sentimenti discriminatori nei confronti degli omosessuali. L’omofobia può diventare causa di episodi di bullismo, di violenza o di mobbing nei
confronti delle persone LGBT. Secondo l’Agenzia per i diritti Fondamentali (FRA) dell’Unione Europea l’omofobia nel 2009 danneggia la salute e la carriera di quasi 4 milioni di persone in Europa. L’Italia è il paese dell’Unione Europea con il maggior tasso di omofobia sociale, politica ed istituzionale.
Omogenitorialità: tradotto erroneamente dal francese e dall’inglese in origine come omoparentalità, indica sia il desiderio per molti uomini e donne omosessuali di essere genitori sia l’effettiva esistenza già concreta anche in Italia di uomini e donne omosessuali già genitori per passate relazioni eterosessuali o per tecniche varie di fecondazione assistita.
Omointellettuale: intellettuale gay.
Omologa: tecnica di riproduzione tra persone dello stesso sesso. 682. Omoprostituto: omosessuale che si prostituisce.
Omorevole: onorevole omosessuale.
Omosessuale (omosessualità): Sostantivo ibrido composto dall’aggettivo greco homòs (uguale, simile) e dal sostantivo latino sexus. La parola ‘omosessuale’ fu utilizzata per la prima volta nel 1869 dal tedesco Kàroly Mària Benkert (1824-1882) il quale scrisse al Ministro della Giustizia prussiano per protestare contro l’estensione a tutta la Germania dell’articolo 175 (ex paragrafo 143) che puniva i rapporti sessuali tra uomini. Lo stesso Benkert creò anche ‘normalsessualità’, cioè l’eterosessualità, e doppelsexual. Furono gli studi del 1890 a riportare in auge la parola ‘omosessuale’ grazie a medici e psichiatri che avevano direttamente o indirettamente letto le tesi di Benkert. Nel suo famoso testo Psychopathia Sexualis, Krafft Ebing (1840-1902) qualifica l’omosessualità come una categoria. In Italia la parola si affermò dopo il 1920 anche come ‘omosessualismo’. Deriv.: omo, omosex.
Approfondimento:
Forse molti di quelli che oggi vorrebbero abolire questa parola non ci crederanno, ma essa era nata originariamente come eufemismo. Fu infatti coniata nel 1869 da un militante tedesco di origine ungherese, Karol Maria Benkert (o Kertbeny), (che era “dottore” perché era laureato, e non perché fosse un medico, come si legge spesso!). Benkert creò Homosexuel da una non troppo elegante mescolanza grecolatina di òmoios = “affine”, “analogo” e sexualis (“che ha a che vedere col sesso”) per indicare una persona che pur essendo in tutto uguale alle altre, sperimenta un’attrazione per individui del suo stesso sesso. In questo neologismo, apparso in un pamphlet che chiedeva l’abolizione delle leggi antiomosessuali prussiane, e nella sua voluta “asetticità” (che l’ha fatto ritenere da molti erroneamente un termine d’origine medico-psichiatrica) c’è un’intenzione polemica nei confronti del quasi coevo URNINGO/ URANISTA (vedi), che invece sottendeva un intrinseca “differenza” di chi amava persone del suo stesso sesso, anche nel senso di una certa qual effeminatezza. Benkert al look virile ci teneva, e non poteva quindi che contrapporre un “suo” neologismo a quello di Ulrichs. I due termini si fecero, all’inizio, concorrenza, e fino alla fine del secolo scorso sembrò che URNINGO/URANISTA l’avesse vinta. Ma verso il 1890 OMOSESSUALE iniziò ad apparire in pubblicazioni scientifiche per “merito” di medici e psichiatri (soprattutto di Krafft-Ebing) che avevano direttamente o – più spesso – indirettamente letto le tesi di Benkert. Furono però i grandi scandali d’inizio secolo (Wilde, Krupp, Molthe-Eulemburg) a renderlo noto alla popolazione generale come termine nuovo e “discreto”, adatto anche ai giornalisti…Dalla letteratura scientifica lo prese poi la psicoanalisi, che rifiutava a priori l’idea di una “causa organica” dell’omosessualità, come quella sottintesa in URNINGO. Con il trionfo della psicoanalisi sùbito dopo la seconda guerra mondiale, URNINGO fu anzi completamente spazzato via. In Italia OMOSESSUALE apparve1894, ripreso direttamente dal tedesco (e non tramite il francese, come ipotizza il Battaglia) in un manuale di psichiatria di Enrico Morselli, che scriveva: “Sono una sopravvivenza od un ritorno dell’immoralità primitiva tutte le forme più o meno mostruose di relazione carnale fra individui omosessuali” (Morselli, p. 681). Nel 1896 riapparve nella traduzione di un saggio di Hans Kurella. Per ulteriori informazioni su questo termine e sulla personalità del suo creatore, non si può non fare riferimento agli splendidi saggi che sull’argomento hanno scritto Jean- Claude Feray e Manfred Herzer.
Omosessuale liberato: uomo omosessuale dichiarato e solitamente molto noto in epoca in cui il coming out non era atto frequente. Freddy Mercury ne costituisce un’icona in tal senso negli anni Settanta.
Omosorella: traduzione di ‘fag hag’.
Omotropia: inclinazione, attrazione verso persone dello sesso. Termine introdotto da van de Spijker nel 1966 per intendere l’inclinazione verso lo stesso sesso.
Onanista: per chi ancora basava la propria classificazione sul tipo di atti sessuali e non sul sesso della persona oggetto d’amore di una donna nel caso dell’omosessualità femminile, il discrimine era la penetrazione: se questa era assente qualunque pratica poteva essere ridotta ad ‘onanismo’ o ‘masturbazione’ che diventava ‘reciproca’ se vi partecipavano più persone. Così per Moraglia il tribadismo non è altro che una specie di ‘onanismo vulvare’ (a meno che la clitoride non venga introdotta nella vagina della compagna ‘ottenendo così una specie di coito’, cioè il ‘clitorismo’); e cita Krauzold, per il quale nelle carceri le donne ‘annodano soventi amicizie che, quando è possibile, vanno a finire in iscambievole masturbazione’. La stessa valutazione è quella di Rivotto Peccei che a proposito di due ‘urningo-femmina’ parla di ‘masturbazione orale reciproca’. Garnier nel 1884 distingue l’onanismo in base alle parti del corpo produttrici di piacere: 1) vulvo- vaginale (tribadia e clitorismo); 2) della bocca (saffismo); 3) mammario; 4) anale. Precedentemente J. Christian aveva proposto una classificazione della masturbazione basata però sull’organo agente: 1) mano o bocca (clitoridea); 2) dita o strumenti (vaginale); 3) clitoride (clitoridismo).
One night stand: far sesso con una persona solo per una notte.
Opera-queen: chi si traveste da personaggi femminili del mondo della lirica, da ‘Tosca’ a ‘Madama Butterfly’, etc…
Orecchio polveroso: dispregiativo per gay.
Oreggiat: formulazione lombarda di recchione.
Orgoglio gay: indica il bisogno e il desiderio da parte di gay, lesbiche transessuali e bisessuali di affermare il proprio diritto di esistere.
Orientamento sessuale: l’indirizzo prevalente dell’attrazione affettiva psichica e sessuale di una persona verso altre. L’orientamento può essere eterosessuale, omosessuale o bisessuale.
Orlando: personaggio letterario di Virginia Woolf sessualmente mutevole. 696. Ormonata: pazza, squinternata.
Orrida: brutta.
Orso: gay caratterizzato da una corporatura robusta tendente al grasso ricoperta di peli. Gli ‘orsi italiani’ sono un’associazione orgogliosa del proprio aspetto esteriore. Uomo molto peloso e spesso di corporatura robusta.
Ortofilo: chi usa ortaggi a scopo sessuale.
Osceno: disgustoso ad esempio ‘questa pettinatura è oscena!’.
Outing: Il dichiarare omosessuale un personaggio per lo più noto nonostante lui non lo voglia. Pratica politica molto utilizzata dai gruppi estremisti americani per ‘stanare’ i propri nemici nella Chiesa Cattolica e nell’establishment. Dichiarare la sessualità di un’altra persona contro la sua volontà. L’atto di rivelare l’orientamento sessuale di una persona non visibile, contro la loro volontà, è chiamato outing. A volte viene utilizzato come arma politica, o per sottolineare la differenza tra lo stile di vita personale e pubblica. Rivelare l’orientamento sessuale può trovare seguito penale. Ad esempio, nel 1957 Liberace denunciò il Daily Mirror per aver insinuato che fosse gay. L’outing, per la comunità gay, è giustificato solo quando la persona in questione è una figura pubblica coinvolta attivamente nell’opprimere o nel negare i diritti proprio del gruppo di persone a cui loro stessi appartengono. In tali casi la “violenza” dell’outing può essere giustificata dal fine. Durante l’Affare Eulenburg, Brand, il fondatore del primo periodico omosessuale, Der Egene, stampò un pamphlet che descriveva come il cancelliere imperiale era stato ricattato per la sua sessualità e aveva baciato Scheefer a incontri esclusivamente maschili ospitati da Eulenburg, e perciò, essendo gay, era moralmente tenuto a opporsi pubblicamente al paragrafo 175, che ufficializzava la persecuzione degli omosessuali.
Ovaie: testicoli.
Oxa: slip o perizoma ‘alla Oxa’, che fuoriesce dai pantoloni o dalla gonna, dal look esibito dalla celebre cantante in un’edizione di Sanremo.
Pacco: la protuberanza in un pantalone attillato all’altezza dell’organo genitale maschile. 705. Pacs: patti di convivenza sociale sull’esempio francese.
Pacsarsi: unirsi tramite Pacs.
Padrone: in un rapporto sado-maso chi impartisce ordini, chi domina. 708. Palestrato: chi ha un fisico muscoloso da palestra.
Panetto: forma romana per omosessualità maschile nel solo ruolo sessuale ricettivo.
Pansessualità: (dal prefisso greco pan-, “tutto”) è un orientamento sessuale caratterizzato da una potenziale attrazione (estetica, sessuale o romantica) per qualcuno indipendentemente dal suo sesso biologico o identità di genere. Questo include una potenziale attrazione per persone che non rientrano nella concezione binaria di maschio/femmina, implicita nell’attrazione bisessuale, come ad esempio gli individui transessuali, sia da maschio a femmina (MtF) che viceversa (FtM). La pansessualità è a volte definita come la capacità di amare una persona indipendentemente dal suo genere. Alcune persone pansessuali sostengono anche che sesso e genere sono insignificanti per loro. In Italia, la teoria della pansessualità è stata sviluppata nel 1977 da Mario Mieli nel suo Elementi di critica omosessuale, secondo cui l’essere umano è sostanzialmente un essere “completo” (polimorfo), che nasce con tutte le “opzioni” aperte, le quali vengono poi represse selettivamente (soggette ad educastrazione, secondo la definizione dello stesso Mieli), in base all’ambiente in cui vive. Mieli parte dalla rielaborazione delle teorie infantili di Freud. “Pansessualismo” era usato per indicare la teoria di Freud secondo la quale tutto il comportamento umano era originato e motivato dalla sessualità.
Pansy: giovane effeminato gay.
Papi: (vezzeggiativo di ‘papà’). Omosessuali più o meno dichiarati, padri di bambini, e quindi spesso anche sposati. Nel mondo gay un papi è a volte visto con un certo interesse erotico. Il termine è indeclinabile (un papi, due papi, etc…).
Paracadute: preservativo.
Paraculare: prendere in giro.
Paraculo: sinonimo di omosessualità maschile dal solo ruolo sessuale ricettivo.
Paragrafo 175: dal Codice penale tedesco del 1871 utilizzato per mandare i gay nei campi di concentramento nazisti ‘Un atto sessuale innaturale commesso tra persone di sesso maschile o da uomini con animali è punibile con l’imprigionamento; può essere imposta anche la perdita dei diritti civili’.
Parrocchia: insieme di gay o lesbiche, si usa l’espressione ‘è della parrocchia’.
Parruccheria: punto vendita di parrucche.
Pasolini: sinonimo di omosessualità maschile sia nel ruolo sessuale insertivo che nel ruolo sessuale ricettivo. Il passaggio dal nome proprio al comune è una traccia dell’importanza avuta nella comunità nazionale dal tragico assassinio di Pier Paolo Pasolini da parte di ignoti. L’evento ha costretto molti a fare i conti con l’omosessualità in modo esplicito.
Pasoliniano: che evoca le atmosfere e i personaggi dei libri e dei film di Pier Paolo Pasolini.
Passing woman: chi usa vestirsi con abiti del sesso opposto. Varianti: travestita, trave, travelona, travesta. Il ‘travestito del sabato sera’ sarebbe un travestito più approssimato. Si parla di travestitismo quando un individuo ha l’abitudine di indossare abiti del sesso opposto. Anche se il termine “travestitismo” è stato coniato intorno al primo decennio del 1900, il fenomeno non è nuovo. Il termine ha subito diversi cambiamenti di significato, da quando è entrato in uso. Tuttora è utilizzato con una varietà di significati o sfumature. Perciò è importante capire, ogni volta che si incontra questa parola, in quale accezione viene usata. Tuttavia, per comprendere i diversi significati è necessario spiegare l’evoluzione del termine. Magnus Hirschfeld coniò la parola travestitismo (dal latino trans-, “al di là, oltre” e vestitus, “vestito”) usandolo per descrivere le persone che abitualmente e volontariamente indossavano abiti del sesso opposto. Hirschfeld osservò un gruppo di travestiti composto da maschi e femmine, eterosessuali, omosessuali, bisessuali e asessuali. Hirschfeld stesso non era soddisfatto del termine: credeva che l’abbigliamento fosse solo un simbolo esteriore scelto sulla base di diverse situazioni psicologiche. In realtà, Hirschfeld aiutò le persone a realizzare il cambiamento del nome e supevisionò il primo intervento noto di Riconversione Chirurgica del Sesso (RCS). Le persone che seguì Hirschfeld, sono state, usando i termini di oggi, non solo travestite, ma persone transgender. Hirschfeld notò anche che l’eccitazione sessuale è stata spesso associata al travestitismo, ma ha anche chiaramente distinto tra travestitismo come espressione di una persona transgender o crossdresser e come espressione di comportamenti e/o sentimenti di tipo feticistico.
Riassunto:
L’indossare abiti dell’altro sesso. Il termine fu scelto da Magnus Hirschfeld (1910). A proposito degli omosessuali maschi in Italia sarebbe stata usata fin dal 1500, registrata sul dizionario Zingarelli solo nel 1970. Negli anni Venti la rivista scientifica ‘Rassegna di studi sessuali’ parla di transvestitismo mentre il termine travestitismo (senza la n) appare nel 1948. L’attuale significato specie se applicato agli uomini può però comprendere anche situazioni erotiche transitorie dove la sessualità è invece di tipo eterosessuale. In The Female Husband (1746) lo scrittore inglese Henry Fielding (1707-54) narra e racconta la storia effettivamente accaduta della travestita Mary Hamilton.
Passivo: nell’atto omosessuale chi viene sodomizzato, chi rende un rapporto orale, chi masturba l’altro. ‘Passiva’ è usato più scherzosamente. (nel contesto del comportamento sessuale umano, soprattutto del sesso anale fra uomini omosessuali, il ruolo sessuale attivo [che si riferisce unicamente alla prestazione sessuale e non ha niente a che vedere con il ruolo sociale di una persona o con il suo ruolo di genere] è quello del partner che penetra, o di quello che preferisce penetrare. La controparte è il ruolo passivo, quello del partner che viene penetrato, o quello che preferisce essere penetrato. Questi termini vengono frequentemente usati anche in alcuni circoli lesbici, e il loro uso sta aumentando anche tra coppie eterosessuali. Ad esempio, il pegging implica una femmina attiva ed un maschio passivo. Per evitare la connotazione negativa che tali termini stanno assumendo [soprattutto passivo] molte associazioni di omosessuali consigliano l’uso dei termini insertivo per indicare colui che effettua la penetrazione e ricettivo per indicare colui che la riceve. È molto comune cambiare ruolo fra i partner, prestandosi sia al ruolo insertivo che ricettivo, benché molte persone abbiano una preferenza per l’uno o per l’altro. Per estensione, il termine “attivo” è usato anche in contesto BDSM per indicare un partner che stimola l’altro, e che può essere o meno dominante. In anime e manga a tema sessuale, soprattutto shōnen’ai e yaoi, il partner attivo è chiamato seme mentre quello passivo uke, termini derivati dal kabuki e dalle arti marziali).
Pàtico: omosessuale passivo. Dal latino pathicus, invertito (vedi Catullo, XVT, 2). 724. Patpong: zona gay di Bangkok.
Pazza: Uomo omosessuale dai modi molto femminili e che spesso si mette al centro dell’attenzione per il proprio modo di fare. Particolarmente rumoroso, vivace, eccessivo e fuori dalle righe.
Pazzesco: indica qualcosa di estremamente piacevole.
Pazzo: innamorato, ‘sono pazzo di lui!’.
Peccatore: termine negativo connesso alla visione che alcuni culti religiosi hanno dell’omosessualità nel mondo. L’omosessualità assume in questa prospettiva una specie di colpa per non aver aderito a delle presunte intenzioni di alcune divinità in alcuni culti religiosi.
Pederasta-pederastia: spesso generico per omosessualità maschile. 730. Peep-shows: spettacoli erotici che si possono sbirciare.
Pelo Arizona: chi non ha i peli ben distribuiti ma a cespugli qua e là.
Pentasessuale: termine retorico indicante una persona che non ha preferenze sessuali. A seconda del contesto può essere dispregiativo o meno (per pentasessuale si può indicare anche un necrofilo, zoofilo, etc…).
Penzolone: flaccido.
Peppia: forma settentrionale per omosessualità maschile nel solo ruolo sessuale ricettivo. 735. Perditempo: negli annunci riferito a chi non vuole arrivare al sodo, ‘no perditempo’.
Personalità: modalità strutturata di pensiero, sentimento e comportamento che caratterizza il tipo di adattamento e lo stile di vita di un soggetto e che risulta da fattori costituzionali, dello sviluppo e dell’esperienza ambientale e sociale.
Pervertito: termine utilizzato per fini dispregiativi e che ruotano intorno alla concezione di un orientamento sessuale e/o un’identità di genere non eteronormativizzato come patologia psichica, falsamente a quanto ormai da anni la scienza ha già riconosciuto come non patologia.
Pesce: organo sessuale maschile; il ‘Gruppo Pesce’ è invece un gruppo sportivo gay.
Pezzo: organo sessuale maschile, ad esempio: ‘mi fai vedere il pezzo?’.
Phony: finto.
Photoshoppato: rintoccato al computer con la tecnica del Photoshop.
Piantare il chiodo: espressione indicata per esprimere i rapporti sessuali con penetrazione anale verso un uomo o una donna.
Piazzata: litigio verbale molto chiassoso.
Picchiatore: membro di una banda che trova divertimento nell’andare a picchiare i gay nei loro luoghi di ritrovo.
Picnic sulla ipsilon: sesso orale lesbico.
Pidocchietto: in romanesco è un locale pubblico squallido, sporco e mal frequentato.
Piercing: (inglese). Lett. Foratura. L’impianto dei monili del corpo (anelli sui capezzoli, sul pene, sullo scroto, nell’ombelico, etc…).
Pignanculo: Omosessuale passivo.
Pignatta: Omosessuale passivo.
Pineta: zona boscosa sulle spiagge marine usata come luogo d’incontro, la più celebre è quella di Torre del Lago in Versilia e Pineta di Classe presso Ravenna.
Pinga: organo sessuale maschile in spagnolo.
Pioggia dorata (golden shower): Metafora che indica l’urina in riferimento alla pratica sessuale che prevede appunto di urinare sul proprio partner. (In inglese anche pissing, water sports, etc…).
Piranhas: in Sud America sono i ragazzini che rubano portafogli, orologi e altro ai gay.
Pisari: forma siciliana per pesare o avere rapporti sessuali anali con un uomo o una donna.
Pischellaro: in romanesco, chi è alla ricerca di giovani ragazzi.
Pischello all’effe: omosessualità maschile nella sola forma di ruolo sessuale ricettivo.
Pivo: Giovane che si presta a pratiche omosessuali. Deriva da pivo inteso come metafora fallica. Pivo deriva a sua volta da piva, strumento musicale (sia cornamusa che piffero che la tibia, strumento a fiato degli antichi romani).
Pizzuto: con la barba a pizzo.
Placcaggio: termine preso dal gioco del rugby ovvero l’azione compiuta dal giocatore per arrestare un avversario in possesso del pallone, afferrandolo alle gambe al di sopra del ginocchio in modo da farlo cadere se è in corsa o barcollare se è fermo. ‘Placcare’ in senso figurativo vuol dire fare di tutto per non far andare via chi vuole lasciarci.
Plasticone: finto e muscoloso.
Plastificato: chi ha ecceduto con le operazioni di chirurgia estetica.
Playroom: stanza per giochi erotici.
Polimorfo: chi può assumere forme sessualmente diverse.
Polisessualità: si riferisce a coloro che sono attratti da più di un sesso ma non vogliono identificarsi come bisessuali, poiché ciò implicherebbe l’esistenza di soli due generi sessuali. La polisessualità non va confusa con la pansessualità: pan significa “tutto”, poli invece vuol dire “molti”. Polisessuale è un termine di auto-identificazione, a volte utilizzato impropriamente, in quanto una gamma di persone diverse lo usano per descrivere se stesse e le loro preferenze sessuali.
Polisex: che possiede e/o svolge funzioni di entrambi i sessi.
Polvere sulle orecchie: insulto per i gay usato nell’Italia del Sud.
Pompa: rapporto orale.
Pompino: rapporto orale.
Ponsonby: quartiere glbt a Auckland.
Popper: boccettina di farmaco inalata o in discoteca o durante l’atto sessuale che provoca una breve euforia e accelerazione cardiaca.
Pornogay: film pornografico gay.
Portaborsetta: si definisce un collaboratore di un politico gay.
Posatore: affettato, non naturale; riferito a chi si atteggia come se dovesse continuamente posare per un servizio fotografico.
Post-gay: utilizzato per indicare gli omosessuali della piccola borghesia negli anni Novanta quando cominciarono a modulare la lotta per i diritti civili come lotta per il diritto a sposarsi e adottare.
Pottina incipriata: chi ha movenze femminili in dialetto livornese.
Predofilo: prete pedofilo.
Preistorico: definisce chi non è alla moda.
Prelievo: rapporto orale.
Preparazione H: pomata per la cura delle emorroidi.
Pride magazine: importante mensile glbt stampato a Milano con diffusione nazionale. 781. Pride: orgoglio, non la vergogna di essere glbt.
Priscilloso: appariscente, in riferimento al celebre film Priscilla, la regina del deserto.
Processo Braibanti: processo del luglio 1968 in cui Aldo Braibanti venne condannato per plagio.
Profumiere: chi ha fa sentire solo il suo ‘odore’ ma non si concede. 785. Prosciugare: asciugare i capelli.
Prostituto: ragazzo che vende il suo corpo per prestazioni sessuali. Chiamato anche in modo dispregiativo ‘marchetta’, si differenza dall’escort per le prestazioni sessuali offerte.
Protetto: rapporto protetto, con il preservativo.
Provincetown business guild: Camera di commercio gay a Princetown che ad agosto organizza la manifestazione ‘Carnival week’.
Prugna secca: persona piena di rughe.
Pseudoermafroditismo: è una condizione per la quale un individuo presenta un aspetto del sesso opposto a quello cromosomico o un fenotipo sessuale ambiguo. Nei casi di pseudoermafroditismo maschile, le cause riguardano principalmente una scarsa produzione di androgeni o insufficiente risposta a questi, che possono essere determinate da vari fattori come deficit enzimatici (come quello del 5 alfa reduttasi) o una resistenza periferica all’azione degli androgeni dovuta principalmente a mutazioni recettoriali. Gli individui pseudoermafroditi (per inibizione della sintesi o dell’azione del diidrotestosterone (DHT), hanno di solito pene e testicoli di dimensioni normali (ma a volte sono nettamente più piccoli e meno sviluppati del normale), presentano un abbozzo di vulva, in genere non hanno ginecomastia, ma hanno una carenza di caratteri sessuali secondari come barba, peluria corporea, profondità della voce, tuttavia di solito hanno una sessualità e una fertilità normale. Altri casi di sindrome da insensibilità agli androgeni possono presentarsi in varie forme: in quella completa (CAIS) un individuo con un cariotipo 46, XY può svilupparsi in apparenza come una femmina normale, ma caratterizzato da amenorrea primaria in età puberale. Nella forma parziale (PAIS) i sintomi sono simili, ma è presente una parziale mascolinizzazione e quindi genitali ambigui o prevalentemente maschili. Anche nei casi di pseudoermafroditismo femminile c’è una causa ormonale, determinata da difetti enzimatici (sindrome adreno-genitale), che può portare ad una virilizzazione più o meno significativa.
Pseudolesbica: donna eterosessuale che gira scene lesbiche per film porno destinati agli eterosessuali. Si dice anche di artiste che si fingono lesbiche per trasgredire.
Pseudomania: ottenere piacere con la pratica dell’autopenetrazione con strumenti di vario tipo.
Psiconazista: psicologo contrario all’omosessualità.
Puntare: notare qualcuno che piace e corteggiarlo con lo sguardo, seguire i suoi movimenti.
Purpo: tipico della Sicilia è usato come insulto per indicare i gay intraprendenti, tentacolari, ‘purpo’ in dialetto siculo è infatti il ‘polipo’.
Pustis: gay in greco.
Puttano: Omosessuale che si prostituisce. La provenienza è naturalmente quella del femminile puttana, prostituta. Già nell’iscrizione della basilica di San Clemente (fine sec. XI-inizio XII) appare la frase ‘fili de le pute’. Nel francese antico putain (1119 ca.) da pute, femm. di put, propr. ‘puzzolente, sporco’, dal lat. putidu(m) ‘puzzolente’. Usato ironicamente al femminile per scherzare sulla promiscuità sessuale di un uomo omosessuale. Anche nelle sue varianti sinonimiche di zoccola, troia, etc…
Puwit: ano in filippino.
Queenie: ‘checca’ in inglese.
Queer: Originariamente significava strano, eccentrico, assurdo, bizzarro ma anche era un termine dispregiativo per omosessuale. Negli anni Novanta il termine è stato assunto da quei militanti politici che non si riconoscono come gay (felici, allegri) ma preferiscono un’accezione più dura, oppositiva, arrabbiata.
Approfondimento:
Strano, bizzarro, usato per indicare i gay. è un termine della lingua inglese che tradizionalmente significava “strano”, “insolito”. Il termine a sua volta deriva dal tedesco “quer” che significa “di traverso, diagonalmente”. L’uso del termine nel corso XX secolo ha subito diversi e profondi cambiamenti e il suo uso è tutt’ora controverso, assumendo diversi significati all’interno di diverse comunità. In italiano si usa per indicare quelle persone il cui orientamento sessuale e/o identità di genere differisce da quello strettamente eterosessuale: un termine-ombrello, si potrebbe dire, per persone gay (omosessuali), lesbiche, bisessuali, transessuali, transgender e/o intersessuati. Non è un sinonimo di LGBT (Lesbian Gay Bisex Transgender) o gaylesbico. Il termine queer nasce anche (e soprattutto) in contrapposizione agli stereotipi diffusisi nell’ambiente gay. Il termine si scrive spesso con lettera maiuscola quando fa riferimento ad un’identità o comunità, piuttosto che ad un semplice fatto sessuale. Tra le persone omosessuali, la maggior parte si definisce “gay” o “lesbica” piuttosto che “queer”. “Queer” è più che altro un termine politico, spesso usato da coloro che sono politicamente attivi, da chi rifiuta con forza le tradizionali identità di genere, da chi rifiuta le categorie dell’orientamento sessuale come gay, lesbica, bisessuale ed eterosessuale, da chi si rappresenta e percepisce come oppresso dall’eteronormatività prevalente nella cultura e nella società o dalle persone eterosessuali le cui preferenze sessuali le rendono una minoranza (ad esempio chi pratica il BDSM o il bondage). Molte persone, comunque, si identificano primariamente come queer che come gay, lesbiche, bisessuali, trans o intersessuati. Alcune ritengono e sentono che le etichette non descrivano adeguatamente le loro identità, preferenze e orientamento sessuale. Molte persone LGBT ritengono che usare il termine-ombrello queer sia un modo positivo per riappropriarsi di un termine che in passato era usato contro di loro, spogliando quindi la parola del suo potere offensivo. Tale uso sta diventando sempre più comune tra i giovani. Di rado è scritto con lettera maiuscola. Alcune persone queer si identificano come tali perché sentono che ciò li aiuta, li potenzia nell’essere se stesse ad un livello e in un modo che va oltre le rigide limitazioni della tradizionale interpretazione binaria dell’orientamento sessuale (omo/etero/bi-sessuale) e dell’identità di genere (maschio/femmina). Per loro, essere queer significa buttare fuori dalla finestra tali etichette e le aspettative ad esse legate per abbracciare il fatto che la loro sessualità (identità, orientamento, scelta o preferenza che sia) è semplicemente diversa dalla “norma” in uno o più modi. Storicamente, il termine era un epiteto affibbiato in Inghilterra alle persone gay come offesa. Dal momento che il termine ha avuto origine, e talvolta persiste, come insulto omofobo, e dal momento che un altro significato comune del termine è “strano”, alcuni membri delle minoranze LGBT non vedono di buon occhio il suo uso, per lo meno nel mondo anglofono. Il termine si attesta nell’uso comune durante gli anni novanta, quando viene reso popolare dal gruppo di attivisti inglesi Queer Nation. Lo si trova, comunque, nella lingua inglese con l’uso di “strano”, “strambo” già nel XIX secolo. Negli anni settanta in Inghilterra è equivalente all’italiano “frocio”, ma in Italia passa, proprio a partire da quegli anni, senza la connotazione negativa dell’equivalente italiano. Il passaggio si realizza infatti proprio lungo quelle filiere di pensiero che propongono una riappropriazione del termine. In Italia il termine “queer” identifica anche il supplemento libri settimanale allegato al quotidiano Liberazione della domenica che ha preso appunto il nome di “Queer”, intendendo proprio connotare, provocatoriamente, la propria diversità di vedute nel panorama culturale italiano. A Firenze all’interno della 50 giorni di Cinema Internazionale si svolge ogni il Florence Queer Festival, (Cinema Odeon, Teatro di Rifredi, Teatro Saschall).
Quelli/e: usato dagli eterosessuali per disprezzare i gay e le lesbiche, ‘una di quelle’. 802. Querelle: marinaio gay.
Quilt: coperta formata da riquadri cuciti con i nomi di persone morte di Aids.
Ragazza: forma ironica usata in particolare al plurale da un uomo omosessuale per richiamare altri uomini omosessuali, suoi amici con cui condividono il tempo libero e i racconti d’amore.
Ragazzo di vita: giovane prostituto. Dal titolo del celebre romanzo di Pier Paolo Pasolini ‘Ragazzi di vita’, 1955.
Ragazzo squillo: uomo omosessuale professionale. E’ in uso almeno dal 1960.
Rainbow: arcobaleno; la bandiera del movimento glbt è formata dai colori dell’arcobaleno ovvero il rosso, l’arancione, il giallo, il verde, il blu e il viola.
Ramblas: quartiere glbt di Barcellona.
Rcf: roman catholic faithful, associazione di cattolici integralisti nata in America nel 2001.
Recchia: femminile dispregiativo usato per gli uomini [vedi Desdy, 22 gennaio 2002]. “Recchie” dal 2000 circa, diffuso anche dagli spettacoli del gruppo Spaventapassere.
Recidivo: chi, nonostante mille delusioni e fregature, continua a essere innamorato della stessa persona.
Reciòn: ‘gay’ in dialetto veneziano.
Redimere: voler trasformare in eterosessuale un gay o una lesbica.
Refrattario: atteggiamento o look che lasciano intendere il non volersi concedere sessualmente.
Regina: gay particolarmente egocentrico ed esibizionista.
Rent-boy: ‘ragazzo in affitto’, prostituto.
Represso: chi non ammette a se stesso e agli altri la propria omosessualità.
Residuata dei viali: gay che passeggia spesso sui viali per rimorchiare.
Resilienza: termine mutuato dall’ingegneria, dove indica la proprietà di un materiale di resistere senza spezzarsi. In psicologia designa la capacità e le risorse invididuali che aiutano a far fronte alle difficoltà e agli eventi traumatici, riorganizzando positivamente la propria vita.
Restaurarsi: truccarsi.
Retrò: antiquato, fuori moda.
Rettificare: riferito al sesso indica ‘cambiare’ sesso. 823. Rettoriano: fan di Donatella Rettore.
Ricchione (o recchione): tipico di una vasta area del Sud (dalla Puglia alla Calabria, fino alla Campania) è usato come insulto per indicare i gay. Varianti: recchia, recchionazzo. Con questa parola rieccoci nel campo delle ipotesi, con solo pochi elementi certi. Fortunatamente alcune ipotesi di Cortelazzo hanno fornito elementi di discussione di un certo rilievo. Ciò che sappiamo per certo è che RICCHIONE è termine d’origine meridionale diffuso poi anche al Nord, con ogni probabilità per tramite del gergo della malavita, con forme come il veneto RECIÒN, ed il lombardo OREGGIA (leggi: “urègia”) ed OREGGIATT (leggi: “uregiàtt”). Oggi è anche italianizzato in ORECCHIONE (termine presente nel Battaglia). Nella sua spiegazione Cortelazzo ne propone la derivazione o da un riferimento alla lepre, o da un ipotetico termine *hirculone. Nel primo caso si sarebbe alluso alla proverbiale lussuria dell’animale dalle lunghe orecchie, appunto, ed alla circostanza, riferita dai bestiarii dei primi secoli del cristianesimo, che la lepre cambierebbe sesso a volontà, simboleggiando cosi l’amore contro natura. Nel secondo caso si fa invece riferimento (a mio parere, più credibilmente) alla fama di lussuria dell’hircus, cioè del caprone, attraverso il già citato termine *hirculone. Battaglia (sub voce) accetta questa proposta etimologica, chiosando che *hirculone sarebbe stato usato “col valore di “immondo” e, quindi di “pederasta” (sic) per le abitudini perverse dell’irco”. Esaminiamo allora queste due proposte, che sono ormai le più accreditate. La prima spiegazione non è molto convincete: risalire fino all’antichità classica o ai bestiarii è infatti eccessivo in un campo, come quello degli insulti antiomosessuali, in cui nessun termine dialettale rivela mai più d’un secolo o due di vita. Il meccanismo dell’eufemismo infatti “logora” dopo qualche tempo le parole più usate, spingendo a sostituirle con altre, nuove (si veda il caso di BUGGERARE, che oggi è termine che può usare anche un’educanda). Inoltre quella in esame non è certo, notoriamente, parola di origine dotta, mentre l’interesse per la “bisessualità” della lepre è dotto e per lo più limitato al cristianesimo dei primi secoli, nel quale essa veniva interpretata simbolicamente per spiegare la proibizione biblica di mangiare carne di lepre. D’altro canto la spiegazione del Battaglia non spiega nulla (anzi ha l’aria di essere una spiegazione tratta dalla parola che si vuole spiegare). Infatti non riesco a capire perché il caprone, essendo lussurioso, dovrebbe essere automaticamente sodomita. Può darsi che in passato l’eccesso di lussuria venisse automaticamente collegato alla pratica della sodomia, ma ciò va dimostrato, e non semplicemente ipotizzato.Al contrario nella mentalità maschilista, e nel linguaggio popolare che ne è la fedele espressione, essere un “montone”, così come l’essere uno “stallone”, è per un uomo un complimento, non certo un insulto. In effetti elementi di questo tipo andrebbero tenuti in considerazione, quando si valuta la plausibilità di una spiegazione etimologica. A mio parere è quindi riuscito a far centro chi ha fatto notare l’esistenza in Calabria di un verbo “arricchià”, che viene derivato da un verbo *ad-hircare, “andare verso, desiderare l’irco”, cioè il caprone. Questo verbo si applica alla capra in calore che brama il caprone. E se la capra che “arricchia” desidera con bramosia il maschio, di conseguenza un uomo “arricchione”… ci siamo capiti. Il suffisso -one è ben noto ed è presente in termini derogativi come “mangione”, “beone”, “pappone”, nei quali il rapporto fra “mangiare” e “mangione”, “pappare” e “pappone” è identico a quello che c’è fra “arricchiare” e “arricchione”. Dunque l’arricchione non è un “uomo sozzo come un caprone”, bensì un “uomo che brama farsi montare da un maschio”. Una volta tanto la spiegazione etimologica è quindi perfettamente calzante. Cade quindi del tutto il valore di ipotesi come quella di Ballone, che faceva derivare il termine in questione dal soprannome di orejones, dato nel Cinquecento dagli spagnoli ai dignitari Incas dalle orecchie artificialmente allungate, accusati dai cristiani di vizi contro natura. Da quanto detto fin qui emerge che il collegamento fra “ricchione” e “orecchia” è quello di paraetimologia, cioè quello di una spiegazione data usando un’altra parola che ha un suono simile (aricchia o arricchia) anche quando non c’entra nulla col significato originario del termine che si pretende di spiegare (ad esempio è una paraetimologia “uomosessuale”, che spiega il greco òmoios, “affine” con “uomo”). Corretto o no che fosse tale collegamento in origine, resta il fatto che toccarsi il lobo dell’orecchio è in Italia per antonomasia il gesto che allude all’omosessualità (un gesto che da solo basta: “Lo sai? Tizio è…” – e ci si tocca il lobo, senza neppure nominare la parola). In altre parole, oggi “ricchione” e “orecchia” sono strettamente collegati, a dispetto delle loro origini. Così è nel napoletano ORECCHIO IMPOLVERATO, eufemismo per “omosessuale”. Esso si ricollega all’espressione: chillo tene a povve ‘n copp’e rrecchie, “quello ha la polvere sulle orecchie” (basta spolverarsi un orecchio con la mano per capire l’origine di questo modo di dire…). Una parentela con il gesto discusso la denuncia anche il pugliese “QUELLO SUONA LA CAMPANA” per “quello è omosessuale” (dove la campana è il lobo dell’orecchio e suona sta per “fa suonare”). Come si vede, il gesto fin qui discusso ha forza propulsiva sufficiente a dar vita a nuove creazioni linguistiche. Ciò detto, è doveroso aggiungere che il gesto potrebbe avere un’origine ed una storia indipendente ed autonoma dalla parola, derivando magari, come propone Morris citato da Cortelazzo, da un’allusione ad una presunta preferenza per il vestiario femminile – nello specifico gli orecchini – da parte degli omosessuali. Il gesto di carezzarsi le orecchie per alludere all’omosessualità è infatti attestato ben tre secoli prima della parola RECCHIONE. In un’elegia latina pubblicata nel 1489 Pacifico Massimo d’Ascoli si lamenta dei suoi concittadini che lo credono un sodomita e si fanno beffe di lui. Nel prendersela coi maligni egli così recrimina: digito notatis [me], et aures vellitis, et male me creditis esse marem. (Massimo, p. I62). Vale a dire: “[quando io passo] mi segnate a dito, vi sfiorate le orecchie e mi credete un maschio incompleto”.Al contrario la prima attestazione di RICCHIONE che posso presentare risale appena al 1897, ed è esplicitamente la citazione di un termine gergale della malavita napoletana: Accanto ai martiri della lussuria troviamo i pederasti di professione, distinti della mala-vita coi nomignoli di femminelle, ricchioni o vasetti. (De Blasio, p. 153). Cortelazzo specifica addirittura che il gesto che stiamo discutendo è diffuso pure in Grecia ed ex- Iugoslavia con lo stesso significato: ebbene, è assai difficile che da una parola italiana (o di un dialetto italiano) si possa arrivare ad un gesto usato in Iugoslavia e Grecia, dove i termini per denominare le orecchie son così diversi dai nostri. L’estensione geografica e temporale del gesto di toccarsi il lobo è quindi tale da far sospettare che gli strumenti della linguistica potrebbero essere da soli insufficienti a risolvere l’enigma (delle origini del gesto). Per risolverlo potrebbero rivelarsi più adatti gli strumenti dell’etnologia e dell’etnolinguistica.
Riassunto: Omosessuale maschile modulabile anche in ricchiuni. Il termine è molto usato nel Meridione ma anche al Nord non è sconosciuto. (nel Veneto si usa Reciòn e in Lombardia Oreggia e Oreggiat). Una delle ipotesi ma si tratta solo di ipotesi e niente di più, è che il termine faccia riferimento alla lepre, animale dalle orecchie lunghe e particolarmente lussurioso. Nei bestiari dei primi secoli del cristianesimo (Dall’Orto cita Cortelazzo), la lepre cambierebbe sesso a volontà e diventerebbe così simbolo dell’amore contro natura. C’è invece chi sostiene che il riferimento alle orecchie sia dovuto alla presunta preferenza degli omosessuali per gli orecchini, ornamento tipicamente femminile. Il gesto di toccarsi un orecchio per alludere all’omosessualità di qualcuno è antichissimo. In napoletano del resto si usa l’eufemismo orecchio impolverato per significare appunto l’omosessuale (chillo tene a pòvve ‘n copp’e rrecchie, quello ha la polvere sulle orecchie). Dall’Orto ha addirittura scovato un’elegia latina di Pacifico Massimo d’Ascoli del 1489. Il poeta se la prende con i suoi concittadini che lo credono omosessuale: digito notatis (me), et aures vellitis, et male me creditis esse marem “quando passo, mi segnate a dito, vi sfiorate le orecchie e mi credete un maschio incompleto”.
Riga: striscia di cocaina.
Rimbalzare: vietare l’ingresso in un locale.
Rimming: (inglese) montare sessualmente. Dal verbo to rim, bordare, orlare. La pratica erotica di leccare l’ano del proprio partner.
Rimorchia Tir: gay che si dedica alla ricerca di camionisti per avventure erotiche.
Rimorchiare: andare alla ricerca di persone con cui far sesso.
Rincarato: in dialetto romano indica il gay palestrato con le spalle talmente grandi che la testolina vi si affonda.
Rinculare: penetrare analmente per rapporti sessuali un uomo o una donna.
Riproduttore: dispregiativo per indicare un eterosessuale.
Riservato: persona omosessuale o bisessuale che non gradisce rivelare e che sia rivelata la propria omosessualità o bisessualità.
Rivoltato: sinonimo di omosessualità maschile.
Robe di Kappa: dal famoso logo, indica due gay passivi che si ritrovano al letto.
Rocky: diminutivo del famoso musical ‘Rocky Horror Picture Show’.
Rompere: scocciare, infastidire; in particolare si usa ‘mi hai rotto le ovaie!’ oppure ‘mi hai rotto le acque!’.
Rosso menopausa: color rosso acceso.
Rottinculo: indica con estremo disprezzo l’omosessuale passivo.
Rubber: lattice.
Rubicone: ‘attraversare il Rubicone’ vuol dire avere la prima esperienza gay o lesbica.
Ruolo di genere: come la società modula attraverso il genere il sesso di una persona che quindi può essere maschile o femminile.
Ruolo sessuale: modulabile in tre formule: attivo, passivo e versatile. In termini tecnici trattasi di concepire quale sia il ruolo che una persona di un sesso assume nel corso di un rapporto sessuale con un’altra persona del suo stesso sesso biologico. I sinonimi sono insertivo, ricettivo e versatilità.
Rustego: termine usato nei territori padani per indicare un bel ragazzo di campagno.
Sado: sadico, chi prova piacere nel procurare sofferenza fisiche durante un rapporto sessuale.
Saffismo-saffista: Da Saffo, poetessa greca di Lesbo. Nei diari di Madame Piozzi del 1789, si parla apertamente della regina di Francia che sarebbe “a capo di una banda di mostri che si chiamano ‘saffiste’. Nell’Ottocento il termine viene usato sia pure raramente nel linguaggio medico per definire l’omosessualità femminile.
Salvation: party gay londinese itinerante anche in altre città europee.
Samsonite: un body-builder.
Samtokin 78: gruppo di militanza gay islandese.
Sanguisuga: marchetta che si finge amante per spillare soldi al malcapitato.
Santarella: gay, lesbica o trans fintamente ingenui.
Sapere: essere a conoscenza dell’omosessualità di qualcuno, ‘ i tuoi genitori lo sanno di te?’.
Sauna: sauna riservata a gay.
Sbarba: giovane uomo omosessuale professionale.
Sbarbato: ragazzino sexy. Omosessuale maschile. Riccardo Bacchelli in Mal d’Africa (1937): “ Cheri spiegò in due parole al capitano che quei due mozzi erano del bel numero degli sbarbati, genere fiorentissimo in quelle contrade e rivali in amore delle donne”.
Sbertucciare: insultare, canzonare.
Sbomballata: la transessuale che ha preso troppi ormoni senza il supporto di un endocrinologo.
Sburo: ‘sperma’ in romanesco.
Sburone: in emiliano è uno che si vanta di sé.
Scafato: esperto.
Scappellare: liberare il glande dalla pelle che lo circonda.
Scat: (inglese). Pratica sessuale che implica l’uso delle feci nel gioco erotico. Dal greco skor, genit. Skatos, merda (d’orig. Indeur.)
Scelta: termine negativo che tenta di celare la constatazione dell’esistenza di un orientamento sessuale e/o identità di genere relativizzando il dato di fatto in una ipotetica provvisorietà dell’orientamento sessuale e/o identità di genere stesso.
Scenografico: di bell’aspetto.
Scheccare: ostentare la propria effeminatezza.
Scherma: strofinamento dei due organi sessuali maschili.
Schiavo: in un rapporto sado-maso chi svolge il ruolo del sottomesso, dell’ubbidiente.
Schiavona: Madonna adorata dai femminielli la cui immagine si conserva nel Santurario di Montevergine, Avellino.
Schiuma-party: feste in discoteca dove si riversa schiuma artificiale e si balla in mutande.
Schizzinoso: uomo omosessuale che reagisce ad ogni battuta in maniera burbera e nervosa.
Schwulen: finocchio in lingua tedesca.
Scippata: spettinata.
Sciura: ‘signora’ in milanese; i capelli ‘alla sciura’ indicano un’acconciatura fuori moda, da vecchia.
Sciù-sciù: ‘tesoro mio!’, usato in napoletano.
Scoppiarsi: lasciarsi, separarsi.
Scoprirsi: prendere coscienza della propria omosessualità, per esempio ‘a che età ti sei scoperto?’.
Scortillo: Giovane prostituto omosessuale. Dal latino scortillum, giovane prostituta (da scortum, prostituta).
Sculettare: camminare ondeggiando i fianchi in maniera tale che l’uomo che così si sposta nello spazio appare dal di dietro come lo stereotipo di genere femminile connota per l’appunto le donne femminili.
Sditalinarsi: masturbazione lesbica reciproca. 880. Sdoganato: accettato.
: la consapevolezza della propria identità.
Seicento: omosessualità maschile ricettiva dalla posizione retrostante del motore. 883. Selector: chi è fuori da un locale glbt a selezionare la gente che vuole entrare.
Separatista: lesbica che non vuole condividere le battaglie con gay, bisessuali e transessuali. 885. Serial fucker: chi ha rapporti occasionali con più partner.
Servant: schiavo.
Servuction: forma contratta di ‘servitude’ (servitù) e ‘seduction’ (seduzione), ovvero quel piacere erotico che si prova verso colui che in quel momento ci sta servendo (un cameriere, l’autista, etc…). La scrittrice Alessandra Castellani lo ha tradotto in italiano in ‘Servuzione’.
Sessantanove: rapporto orale reciproco.
Sesso sicuro: norme di comportamento sessuale per prevenire il contagio dell’Aids (uso del preservativo, esclusione di scambio di liquidi corporei quali sangue, sperma, etc…).
Sessualità sessuale contraria: (dal tedesco Kontrare Sexualempfindung), termine coniato dal Karl Westphal (1833-1890) per definire l’omosessualità e che a suo tempo ebbe qualche fortuna. Westphal, in un saggio pubblicato dalla rivista Archiv fur Psychiatrie und Nervenkrankheiten del 1869, presentando il caso di una lesbica arrivò a sostenere che la “sensibilità sessuale contraria” fosse ereditaria. “I suoi contributi”, scrive il ricercatore di Gay Studies Stefano Bolognini, “fecero discutere, ma non erano accolti benevolmente: la medicina guardava ai primi tentativi degli psichiatri considerandoli alla stregua di semplici guaritori. Westphal diventò comunque un grosso esperto di “sensibilità sessuale contraria” e, ad esempio, fu chiamato a testimoniare nel processo contro Carl Zastrow, un uomo che rapì sodomizzò e uccise un giovane. Un medico, di vecchio stampo, stabilì che Zastrow avesse acquisito la sua ‘passione perversa’ per il sesso con gli uomini giovani perché da giovane si era masturbato. Westphal sostenne invece che l’uomo era affetto da “sensibilità sessuale contraria”.
Sex panic: allarme creato nella società su fenomeni sessuali.
Sex peeling: lo strofinarsi di due uomini dai peli in ricrescita.
Sexellent: forma contratta di ‘sex’ ed ‘excellent’, cioè ‘sessualmente eccezionale’.
Sexual Apartheid: discriminazione sessuale.
Sexual outsider: ‘deviato’ sessuale.
Sfarfallare: essere mutevoli come le farfalle.
Sfasciatinculo: omosessuale maschile passivo. In Aretino, ‘Il Marscalco’, (1527): “ Gran verecondia, che uno sfasciatinculo provochi ad ira un grave litterato, oh, oh, oh!”.
Sfedinato: uomo sposato che si toglie la fedina per andare a battere nei luoghi gay.
Sfondata: dispregiativo per indicare chi ha frequenti rapporti da passivo.
Sfranta: equivalente di ‘gatta moscia’. Indica un uomo omosessuale dall’indole poco entusiasta. Termine che si riferisce al gay effeminato sia nel vestire che nella mentalità e non ha nulla a che vedere con i gusti sessuali (attivo o passivo) indicando piuttosto uno status. Si tratta di una denominazione diffusa in quasi tutta la Toscana, ma con particolare attenzione nella Toscana del nord (Firenze, Prato, Pistoia, Lucca e Pisa).
Sgallettata: giovane gay o lesbica alle prime armi e un po’ fatui, frivoli.
Sgamare: accorgersi dell’omosessualità altrui, ‘mi hanno sgamato!’, in uso soprattutto a Roma.
Sguarnito: semplice.
Sgundula: segnalato da Sabry per la Lombardia e confermato da Cucciolo in Inter@agenda, 4 gennaio 2002. Il significato di questa parola resta qui non noto.
Shampista o sciampista: usato per indicare un gay parrucchiere. 906. Shaving: eccitamento erotico nel depilare un’altra persona.
She-butch: lesbica dai modi e aspetto mascolini.
Shibari: vedi ‘karada’, in particolare il bondage al torace.
Shingu: lettarlmente ‘le perle’ dal giapponese. Indica legare con della corda bianca il seno della partner in pratiche lesbiche sado-maso.
Shonen ai: ‘ragazzi innamorati’, è il nome con cui vengono definiti i manga giapponesi che hanno per protagonisti giovani omosessuali.
Siero-killer: untore, chi sa di essere sieropositivo e ha rapporti frequenti non protetti con più persone.
Sieropositivo: persona che entrata in contatto con il virus dell’Hiv ancora non sviluppa la sindrome.
Siliconata: chi ha fatto uso di silicone.
Silverlake: quartiere lesbo-gay di Los Angeles.
Simbologia GLBT: La comunità LGBT, nel corso degli anni, ha adottato alcuni simboli che identificano l’unità, l’orgoglio omosessuale, valori condivisi, e reciproca fedeltà. Questi simboli comunicano idee, concetti ed identità, sia all’interno della comunità che nelle altre culture tradizionali. I due simboli più conosciuti, a livello internazionale, sono il triangolo rosa e la bandiera arcobaleno. Il triangolo rosa, che veniva utilizzato dai nazisti nella seconda guerra mondiale come una vessillo di vergogna, è stato riscoperto, ma pur sempre mantenendo alcune connotazioni negative. La bandiera arcobaleno, invece, è stata pensata e creata per essere un simbolo sostitutivo senza alcuna negatività al suo interno. Uno dei più antichi simboli è il triangolo rosa, che ha avuto origine nei campi di concentramento nazisti; “distintivi” che gli omosessuali erano tenuti ad indossare applicati a i propri vestiti. Si stima che ben 220.000 gay e lesbiche sono morti con i 6.000.000 ebrei che i nazisti sterminarono nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale su volontà di Hitler. Per questo motivo, il triangolo rosa viene utilizzato sia come simbolo di identificazione che come memento per ricordare chi lo ha indossato e le atrocità che questi ha sofferto sotto il dominio nazista. Le associazioni contro l’AIDS hanno adottato il triangolo rosa rovesciato per simboleggiare la “lotta attiva” contro HIV/AIDS, piuttosto che una “passiva rassegnazione al destino”. Nonostante il triangolo rosa venisse utilizzato esclusivamente per i prigionieri di sesso maschile (le lesbiche non venivano incluse); le donne arrestate e incarcerate per “comportamento antisociale”, che includeva qualsiasi cosa dal femminismo, al lesbismo, alla prostituzione, e ad ogni donna che non era conforme all’immagine dell’ideale nazista di donna: cuoca, donna delle pulizie, casalinga, balia, remissiva etc, venivano marchiate con un triangolo nero. La comunità lesbica odierna ha recuperato questo simbolo, come gli uomini gay hanno reclamato il triangolo rosa. Il simbolo dei triangoli rosa e blu sovrapposti rappresenta la bisessualità e l’orgoglio di bisessuale. L’esatta origine di questo simbolo, denominato scherzosamente “biangolo”, rimane ambigua. Si pensa che il triangolo rosa possa rappresentare l’omosessualità, per gli ovvi motivi sopracitati, mentre quello blu per l’eterosessualità; i due insieme formano il colore lavanda, che rappresenterebbe quindi una miscela di entrambi gli orientamenti sessuali. E’ possibile anche che il rosa rappresenti l’attrazione per le femmine, il blu quella per i maschi ed infine il color purpureo l’attrazione per entrambi. Il simbolo della luna bisessuale è stato creato per evitare l’utilizzo del triangolo rosa di stampo nazista. Gilbert Baker progettò la bandiera arcobaleno per Festa della Libertà Gay di San Francisco del 1978. La bandiera non mostra un arcobaleno vero e proprio, quanto i suoi colori che vengono rappresentati come strisce orizzontali, a partire dal rosso sopra, per finire col viola sotto. Esso rappresenta la diversità di gay e lesbiche di tutto il mondo. Il numero di strisce venne ridotto a un numero pari per prevenire che il colore intermedio venisse nascosto se appesa verticalmente a dei lampioni; l’indaco venne cambiato in blu reale. La versione originale a otto colori sventola sopra il Castro di San Francisco e sul LGBT Community Center di New York City. Il rosso sta per la vita, l’arancione per guarigione, il giallo è sinonimo di luce del sole, il verde simboleggia la natura, il blu l’armonia, mentre il viola è l’anima. Talvolta la striscia viola viene sostituita con una nera per mostrare la mascolinità o orgoglio leather. Questi colori attualmente sono utilizzati anche su oggetti diversi dalle bandiere a simboleggiare l’orgoglio LGBT, la comunità gay, la solidarietà o altri problemi. Inaugurata il 5 dicembre 1998, la bandiera dell’orgoglio bisessuale, è stata progettato da Michael Page per rappresentare la comunità bisessuale. Questa bandiera è divisa in tre frammenti, un’ampia striscia color magenta nella parte superiore, che rappresenta l’attrazione dello stesso sesso, una larga striscia blu nella parte inferiore, che rappresenta l’attrazione di sesso opposto, e una piccola striscia color lavanda intenso che occupa il quinto centrale, che rappresenta l’attrazione verso entrambi sessi. Progettata da Monica Helms, fece la sua prima apparizione al pride di Phoenix, Arizona nel 2000. La bandiera che rappresenta la comunità trans|gender è costituita da cinque strisce orizzontali, due azzurre, due rosa, con una striscia bianca al centro. La sua ideatrice ha descritto il significato della bandiera come segue: “L’azzurro è il colore tradizionale per i maschi, il rosa lo è per le femmine e il bianco nel mezzo è per coloro che stanno transitando, per quelli che sentono di avere un genere neutro o nessun genere, e per coloro che sono intersessuali. La sequenza è tale che non importa in che modo la si veda, poiché sarà sempre corretta”. La bandiera bear fu ideata nel 1995 da Craig Byrnes. “Bear” è un termine gergale affettuoso per i soggetti della comunità ursina, sottocultura della comunità omosessuale maschile e sottoinsieme emergente delle comunità LGBT, con eventi, codici e identità specifica. Gli orsi hanno corpi pelosi e barba. Alcuni sono in sovrappeso, alcuni tendono proiettare l’immagine della mascolinità della classe operaia nel proprio aspetto, anche se nessuno di questi è un requisito o un indicatore. Il concetto di “orso” può essere applicato come identità, appartenenza, e ideale di vita; nella comunità ursina non vi sono dibattito in merito a cosa costituisce un orso. Alcuni affermano che l’auto-identificazione come orso è l’unico requisito, mentre altri sostengono che i bear devono avere specifiche caratteristiche fisiche (come un petto villoso e barba o un fisico imponente) e un determinato modo di vestire e di comportarsi. I colori della bandiera contemplano sia i colori del pelo che la nazionalità della razza umana. Ispirandoci al colore della pelle delle diverse etnie avremo: neri, mulatti, asiatici, caucasici; al colore del “pelo dell’orso”: nero, grigio e bianco, a seconda dell’età. La bandiera Leather è stato progettata da Tony DeBlase, e presentata al Mr. Leather International di Chicago, Illinois, il 28 maggio 1989. La cultura leather denota le pratiche e gli stili di vestiario incentrati a particolari attività sessuali ed erotismo. Indossare indumenti di pelle è uno dei modi che i cultori di questo stile utilizzano per distinguersi dalle altre culture sessuali. La cultura leather è più visibile nella comunità LGBT, e spesso associato agli uomini gay (“leathermen”), ma si riflette anche nel “mondo” eterosessuale. Molte persone associano la cultura leather solo alle pratiche BDSM (Bondage/Discipline, Dominazione/sottomissione, Sado/Masochismo), ma l’indossare un abbigliamento di pelle ha una visione erotica ben più ampia che può esprimere una maggiore mascolinità o una appropriazione del potere sessuale, l’amore per le moto o l’indipendenza e, naturalmente, l’interesse per pratiche sessuali non convenzionali o per il feticismo. La bandiera è composta da nove strisce orizzontali di uguale misura. Dall’alto e dal basso, le strisce si alternano nero e blu reale, la striscia centrale è di colore bianco, mentre nel quadrante in alto a sinistra è posizionato un cuore rosso. DeBlase ha affermato che ognuno è libero di interpretare la bandiera come vuole; tuttavia il significato più en vogue vuole il cuore come simbolo dell’amore che si prova, la banda bianca rappresenta la purezza, le strisce nere per la pelle/cuoio e quelle blu per il denim, due materiali comunemente indossati nella comunità leather. La Labrys, o ascia da battaglia a doppia lama, si ritrova nelle culture preistoriche europee, africane ed asiatiche; era un simbolo usato nell’antica civiltà minoica (associata con la potenza matriarcale, la partenogenesi) e, nelle leggende dell’antica Grecia, utilizzato dalle amazzoni scite. La parola “labrys” è di origine minoica e ha la stessa radice della parola “labirinto” (anch’esso associato al culto della dea madre e usato nei rituali di iniziazione). La religione della civiltà minoica era incentrata sul potere di una dea che a torso nudo. In quel tempo si credeva che fosse la protettrice delle donne, e questa dea veniva raffigurata con dei serpenti che si estendono dalle sue mani (simbolo di fertilità e agricoltura) e circondata da devoti con asce a doppia lama (che venivano usate per coltivare la terra). Nelle tribù di amazzoni, oltre che un simbolo lunare, con il suo doppio crescente, era anche simbolo delle due regine. Essa è anche associata con la dea greca Demetra (Cerere, nella mitologia romana) e, occasionalmente, la dea greca Artemide (Diana nella mitologia romana). Nella storia questo simbolo, oltre che dai fascisti francesi, è stato espropriato dai fascisti mussoliniani e anche dai neofascisti di “Ordine Nuovo” (nello stesso modo in cui i nazisti hanno scippato la svastica, un antico simbolo indiano). Nella cultura lesbica e femminista la labrys è ritornata ad essere un simbolo femminile di forza e di indipendenza ed è attualmente utilizzato per rappresentare il movimento lesbico e femminista. “Labrys” è il titolo di una nuova rivista internazionale a fruizione telematica. Un simbolo che continua a rimanere popolare nella cultura americana è la lettera greca minuscola lambda. Il simbolo è stato originariamente scelto dalla Gay Activists Alliance di New York nel 1970. La GAA è stato un gruppo che si staccò dal più grande Gay Liberation Front (l’equivalente del nostro Movimento di liberazione omosessuale) alla fine del 1969, sei mesi dopo la sua fondazione, in risposta alla rivolta dello Stonewall. Mentre il GLF voleva lavorare fianco a fianco con i movimenti di liberazione di neri delle donne per ottenere unità e accettazione, la GAA volle concentrare i propri sforzi solo sui problemi della comunità gay e lesbica. A causa della sua adozione ufficiale da parte della GAA, che ha sponsorizzato eventi pubblici per la comunità gay, la lambda divenne ben presto un modo veloce, per i membri della comunità gay, per identificarsi reciprocamente. Il ragionamento fu che la lambda potesse essere facilmente scambiata per un simbolo di fratellanza nei college e quindi ignorata dalla maggioranza della popolazione. Quando il quartier generale della GAA venne incendiato ad opera di un piromane, andarono perduti non solo l’edificio, ma anche tutti i rapporti dell’organizzazione e il movimento stesso; tuttavia, il simbolo continuò a vivere. Anche se un tempo acquisiva una connotazione esclusivamente maschile, oggigiorno è usato sia da gay che da lesbiche. Già nel dicembre 1974, la lambda fu dichiarata ufficialmente il simbolo internazionale per i diritti di gay e lesbiche al Gay Rights International Congress ad Edimburgo, in Scozia. In Italia fu un simbolo del movimento di liberazione omosessuale negli anni Settanta, in quanto lettera iniziale del verbo Lùein (sciogliere, liberare). Da questo uso, oggi abbandonato, deriva il nome di “Lambda”, una rivista del fronte italiano succitato, fondata nel 1977 e chiusa nel 1981 per dare vita a “Babilonia”. Che cosa significhi il simbolo, o che cosa significasse quando è stato introdotto, è stato argomento di congetture e di un certo numero di voci. Alcune delle idee più diffuse sono: La lettera greca “L” sta semplicemente per “liberazione”; Gli Spartani credevano che il lambda rappresentasse l’unità; I Romani la adottarono col significato di “la luce della conoscenza splende nelle tenebre dell’ignoranza”; La carica di energia del movimento gay. Questo deriva dall’utilizzo della lambda in chimica e in fisica per indicare l’energia nelle equazioni; La sinergia che si ha quando gay e lesbiche lavorano insieme verso un obiettivo comune (una teoria della Gestalt che deriva anche dalla teoria dell’energia fisica); Alcuni ritengono che la lambda fosse riportata sugli scudi degli Spartani o dei guerrieri di Tebe. La versione sui Tebani è più popolare perché, come narra la leggenda, la città-stato isitituì il Battaglione sacro formato da un gruppo di 300 amanti, che li rendeva particolarmente feroci e dedicati guerrieri. Questo esercito fu completamente oscurato dal re Filippo II, ma fu poi onorato da suo figlio Alessandro Magno. Dal 1990 sono cominciate ad apparire le prime modifiche dei simboli (basati sulla simbologia astrologica, Marte (♂) per i maschi e Venere (♀) per le femmine) per esprimere le varie “identità di genere”. Furono usate coppie di simboli di genere maschile e femminile e vennero così trasformati in simboli identificativi per gay e lesbiche. Due simboli maschili agganciati forma un simbolo gay, mentre due simboli femminile intrecciati formano un simbolo lesbico. Variazioni su questo tema vengono utilizzate per rappresentare gli asessuali, i bisessuali, i transessuali, e naturalmente gli eterosessuali. La versione più popolare dei simboli per identificare travestiti, transessuali e transgender, che consiste nell’incrocio di più simboli di genere, è un disegno di Holly Boswell; essa raffigura un cerchio con una freccia sporgente dalla parte superiore a destra, come per il simbolo maschile, una croce che sporge dal basso, come per il simbolo femminile, e una freccia barrata (combinazione tra croce e freccia) in alto a sinistra.
Sistemi motivazionali: secondo lo psicoanalista e ricercatore Joseph Lichtenberg, i sistemi motivazionali sono cinque: 1) regolazione psichica delle esigenze fisiologiche; 2) attaccamento- affilliazione; 3) esplorazione; assertività; 4) avversità; 5) piacere sensuale- eccitazione sessuale. Questi sistemi in evoluzione e interazione reciproca determinano la realizzazione e la regolazione dei bisogni fondamentali dell’individuo e il comportamento. La loro soddisfazione, possibile nel contesto di relazioni intersoggettive, consente esperienze che danno vigore e coesione del Sé.
Sitges: cittadina spagnola molto frequentata dalla comunità glbt.
Skinhead: stile molto usato negli anni Duemila da molti uomini omosessuali che comporta il radersi a zero i propri capelli tale da apparire come un giovane nazista dai tratti rock, punk e metal. Originariamente punta a controllare la calvizia potenziale, si rileva esteticamente gradevole e ultimo ma non meno importante un target estetico di riconoscimento immediato.
Slave: schiavo, in un rapporto sado/maso. In inglese letteralmente è schiavo. Chi nel rapporto sadomasochista interpreta volontariamente e con propria soddisfazione il ruolo dello schiavo.
Sling: cinghia.
Slumare: fissare con lo sguardo.
Slum-queen: chi frequenta ambienti malavitosi.
Smerdato: chi viene smascherato per un’azione poco nobile.
Smerigliata: ‘dalla lingua smerigliata’, levigata: chi è bravo a parlare o controbattere. 925. Smielato: eccessivamente romantico.
Smutandata: donna disinibita.
Sneakers: scarpe da ginnastica.
Soccorso verde: VEDI BALLETTI VERDI.
Sodomita: insulto per i gay, riferito alla città biblica di Sodoma, punita da Dio. Dal nome della città biblica di Sodoma, che secondo la lettura tradizionale venne distrutta da Dio per il ‘vizio’ che vi imperversava (cfr. Genesi, 19). È forse la parola che più ha sintetizzato la ripulsa sociale e la condanna religiosa. La nuova interpretazione della vicenda biblica parla della distruzione della città perché era stato violato il principio sacro dell’ospitalità. Entrato nel latino medioevale alla fine del 1100. Tommaso d’Aquino, nella ‘Summa Teologica’ (1267-1273), riferendosi a San Paolo, intende per sodomia tanto il rapporto indebito tra maschi che quello tra femmine. Deriv. Sodomia.
Soho: quartiere di Londra molto frequentato da gay e lesbiche.
Sollevamento peti: chi sollevando i pesi fa dei peti per lo sforzo.
Sorella: eufemismo segnalato su Inter@genda da Nuit, Jodie, nel gennaio 2002. 933. Sorcino: fan di Renato Zero.
Sorellanza: solidarietà, aiuto reciproco.
South Beach: spiaggia gay di Miami.
Spanking: sculacciata. Dall’inglese. Pratica erotica che consiste nello sculaccia mento del partner e che in alcuni casi puà arrivare alla fustigazione o alla flagellazione.
Sparruccarsi: togliersi la parrucca.
Spartacus: guida internazionale glbt.
Spennato: senza boa di struzzo.
Spettacoloso: spettacolare.
Spia: chi informa la famiglia, amici o colleghi circa i gusti sessuali altrui.
Sponda: la ‘parte’ dove ci sono i gay, è usata l’espressione ‘l’altra sponda’.
Spremigay: chi lucra sui gay.
Squillami: telefonami.
Squillare: telefonare.
Squillo: che esercita prestazioni sessuali a pagamento su prenotazione telefonica. 947. Squinzia: superficiale, stupidotta; si usa anche ‘mezza squinzia’.
Steam bath: bagno turco.
Steenstraat: via lesbo-gay di Bruxelles.
Stellamarina: termine utilizzato privatamente e segnalato su Inter@agenda da Nuit, Jodie, nel gennaio 2002. Il significato di questa parola resta qui non noto.
Stellazza: termine emiliano per dire ‘stellina mia!’.
Stendardo piantato: omosessualità maschile dal ruolo sessuale insertivo. 953. Stitico: chi non riesce a esprimere i suoi sentimenti.
Stone: lesbica che non ama farsi toccare l’organo sessuale, solo attiva.
Stonewall: storico locale al Greenwich Village di New York, dove il 28 giugno 1969 ci fu la prima iniziativa comunitaria per difendersi dai soprusi della polizia.
Straight: eterosessuale uomo o donna. 957. Strambellista: fan di Patty Pravo.
Strap-on dildo: Uno strap-on dildo (anche detto strap-on, o dildo indossabile) è un dildo disegnato per essere indossato (mediante un’imbracatura) per rapporti anali, orali, vaginali e per quant’altro provochi desiderio e/o piacere, sia in coppie eterosessuali che in quelle omosessuali. Nei rapporti etero comunemente viene usato per praticare il pegging. Un uomo può utilizzare uno strap- on con una donna in caso di impotentia coeundi o impotenza sessuale in sostituzione del proprio membro. Un altro uso, con una donna, può essere per effettuare invece una doppia penetrazione o per penetrare più partners. Gli stap-on sono utilizzati anche tra coppie dello stesso sesso, spesso tra due donne, una di queste indossando lo stap-on, s’immedesima nel ruolo dominante del partner maschile. Anche nelle pratiche BDSM “sadico/masochiste”, ad esempio, quando si gioca tra coppie eterosessuali, la mistress indossa lo stap-on per utilizzarlo sul proprio schiavo o slave. Sul mercato esiste una grande varietà di imbracature e dildo, con differenti sistemi di fissaggio e indossamento; strumenti assemblabili per stimolare l’indossatore e il ricevente, con differenti funzioni, vantaggi e svantaggi per entrambi i partner. Elemento fondamentale di uno strap-on è l’imbracatura, che connette il dildo al corpo di chi l’indossa, solitamente in una posizione simile a quella dei genitali maschili. Una buona imbracatura è salda e confortevole, spesso realizzata in modo da stimolare l’indossatore. Molti dildo non presentano l’imbracatura e sono da questo punto di vista autosufficienti. Nell’imbracatura a doppia cinghia una di queste passa attorno alla vita dell’indossatore, come una cintura, l’altra in mezzo alle gambe e si connette in basso con la precedente. Oltre alla differente tipologia d’imbracatura, più o meno affidabile ed efficace, esiste una varietà molto estesa di dildo di differenti dimensioni, forme, colori e funzioni. Per quanto concerne la dimensione, il dildo può variare in lunghezza o larghezza da pochi centimetri a dimensioni anche spropositate. La forma e il colore che possono essere più o meno realistiche. I modelli più pregiati imitano quanto più possibile il membro maschile. Esistono tuttavia modelli che si discostano da questa regola, permettendo, tramite forme molto particolari e determinati accorgimenti tecnici, di creare diverse e più originali stimolazioni vaginali o anali; queste tipologie di dildo sono dotate di forme studiate appositamente per differenziare l’esperienza stimolante rispetto a quella provata in un normale rapporto. Esiste anche un’imbracatura per dildo smontabili. In questo modo è possibile staccare il dildo in uso e sostituirlo con uno di forma e dimensione diversa. Infine esistono dildo vibranti e/o roteanti che amplificano ancora di più la stimolazione oltre il limite di quella prodotta da un dildo di tipo tradizionale.
Strappone: chi stacca i biglietti in un locale glbt.
Stress: reazione emotiva destabilizzante dovuta a uno o più fattori esterni o interni all’individuo. La persona reagisce tramite strategie per ristabilire l’equilibrio. Può essere continuativo se gli stimoli si ripetono periodicamente; micro e macro traumatico se deriva da eventi traumatici di varia entità.
Stretto: chi ha problemi a farsi penetrare da un pene di grosse dimensioni.
Strizzarsi: indossare un bustino o una cinta che stringono la vita.
Stuccato: chi ha esagerato con la cipria. 964. Stupendo: bello.
Stuppagghiaru: siciliano per indicare l’omosessualità maschile dal ruolo sessuale ricettivo.
Sublime: meraviglioso.
Suellen: checca alcolizzata.
Superfrocia: gay molto effeminato.
Surakambo: avvolgimento della parte inguinale con corde che assumono l’aspetto di indumento intimo.
Svaccare: esagerare.
Svagato: distratto.
Svoglia: nell’espressione ‘mi prende la svoglia’, ovvero ‘non ne ho più il desiderio’.
Switch: chi può essere sia schiavo sia padrone nei rapporti sado/maso.
Table-dance: strip privato.Taffetà: ‘avere del taffetà’, ovvero avere della stoffa, essere in gamba.
Talebano: ostile all’omosessualità per motivi religiosi.
Talent-scout: chi riesce a trovare ragazzi alla loro prima esperienza gay.
Tamakeri: porno giapponese dove gli uomini sono colpiti ai testicoli.
Tangayro: tango con due gay, nei locali glbt dell’Argentina.
Tanorexic: uno che non può fare a meno del solarium.
Tappezzeria: ‘fare da tappezzeria’, frequentare un locale e non essere notato da nessuno.
Tartaruga: la forma perfetta e ideale degli addominali.
Tarzanelli: peli su cui restano attaccate le feci al sedere.
Tastare: toccare un’altra persona per vedere la sua disponibilità.
Tavola rotonda: compagnia di uranisti.
Teddy Award: premio dedicato alla cinematografia glbt al Festival del Cinema di Berlino
Teoria queer: è una teoria critica sul sesso e sul genere emersa all’inizio degli anni novanta. La teoria nacque in seno agli studi gay e lesbici, agli studi di genere e alla teoria femminista. Sulla scia delle tesi di Michel Foucault, Jacques Derrida e Julia Kristeva, la teoria queer mette in discussione la naturalità dell’identità di genere, dell’identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, affermando invece che esse sono interamente o in parte costruite socialmente, e che quindi gli individui non possono essere realmente descritti usando termini generali come “eterosessuale” o “donna”. La teoria queer sfida pertanto la pratica comune di dividere in compartimenti separati la descrizione di una persona perché “entri” in una o più particolari categorie definite. Laddove gli studi gay e lesbici analizzano in particolare il modo in cui un comportamento viene definito “naturale” o “innaturale” rispetto al comportamento eterosessuale, la teoria queer si sforza di comprendere qualsiasi attività o identità sessuale che ricada entro le categorie di normativo e deviante. In particolare, la teoria queer rigetta la creazione di categorie ed entità-gruppo artificiali e socialmente assegnate basate sulla divisione tra coloro che condividono un’usanza, abitudine o stile di vita e coloro che non lo condividono.A coniare la formula “teoria queer” fu Teresa de Lauretis, nell’ambito di una conferenza tenutasi all’Università della California, Santa Cruz, nel Febbraio 1990. Gli atti della conferenza sono pubblicati l’anno successivo. Contemporaneamente vedono la luce altri due testi che ebbero grande eco in questo ambito di studi: Gender Trouble di Judith Butler e Epistemology of the Closet di Eve Kosofsky Sedgwick. Negli anni successivi si moltiplicano le opere a tema, dando avvio alla controversa storia del termine. Nel 1993 Butler ritorna sui temi di Gender Trouble con Bodies that Matter e conclude con un posizionamento “Criticamente Queer” dopo avere intersecato le ulteriori riflessioni di Sedgwick sulla performatività. Ma nel 1994 l’uso sistematico di lesbian in The Practice of Love da parte della stessa Teresa de Lauretis mette in discussione l’incontrollata rapidità degli sviluppi e usi a cui la “queer theory” è stata soggetta. A tal proposito de
Lauretis dichiara: “Per quanto riguarda la ‘teoria queer’, il mio insistere nello specificare lesbica può certamente essere inteso come una presa di distanza da quello che, dal momento in cui l’ho proposto come ipotesi di lavoro per gli studi gay e lesbici proprio in questa rivista (differences 3, 2), è diventato assai rapidamente una creatura concettualmente vacua dell’industria editoriale”. A fronte di ciò, lo scenario si arricchisce però di contributi importanti con la prima storia “foucaultiana” della teoria queer in Saint Foucault di David Halperin e con la prima introduzione, quasi manualistica, alla teoria queer offerta da Anne Jagose in Queer Theory: An Introduction. È in questi anni che il termine fa la sua comparsa “ufficiale” in Italia, negli interventi di Liana Borghi e Marco Pustianaz all’Università gay e lesbica d’estate Otia Labronica. Contemporaneamente oltreoceano l’approccio critico queer ai testi e, soprattutto, ai generi quali che siano, si incontra con i temi delle riflessioni su genere, razza e classe (ad esempio nei lavori di Bell Hooks.) e del rapporto tra essere umano, animale e macchina (dialogo questo che prende avvio principalmente con Simians, Cyborg and Women e il cyberfemminismo di Donna Haraway). Nel mondo anglosassone, il volume di pubblicazioni a tema cresce enormemente, accompagnato da una crescente interdisciplinarità; due fattori, questi, che sommati alla crescente specializzazione rendono difficile l’individuazione di opere che possano dirsi mainstream. La trasposizione in lingua italiana di “queer” affiancato a “teoria” non rende ragione de “l’impatto,volutamente scandaloso nell’associare il termine accademicamente alto di teoria con queer, esempio di linguaggio ingiurioso. L’effetto scandaloso voleva misurarsi anche nei confronti della critica gay e lesbica più tradizionale. Si può dire che la teoria queer intendesse porsi come interruzione di una pratica critica gay e lesbica legata alla naturalizzazione dell’omosessuale, ovvero a tutto la traduzione di politica culturale omosessuale che puntava sulla strategia del cosiddetto reverse discourse”. Contro l’effetto naturalizzante del reverse discourse, teso a stabilizzare un’identità omosessuale e a creare una comunità, la teoria queer si augurava di potere interrompere un continuum epistemico rimettendo al centro dell’attenzione il problema della differenze multiple e sviluppando contemporaneamente le contraddizioni proprie del modo in cui viene comunemente intesa la definizione omo/eterosessuale. Le discrepanze e le incoerenze tra sesso cromosomico, genere e desiderio sessuale diventano l’oggetto privilegiato d’analisi, arrivando ad includere il travestitismo, l’ermafroditismo, l’ambiguità di genere e la chirurgia per il cambiamento di sesso. Gli strumenti più frequentemente usati sono quelli della decostruzione delle rappresentazioni sociali e dell’analisi delle identità sotto la lente della loro performatività. Con tali oggetti e tali strumenti in mano, la teoria queer, affermando conseguentemente la transitività dei generi, si sforza di mettere in discussione la stabilità dell’identità e delle politiche ad essa legate. Identità non fisse, infatti, non possono essere categorizzate o etichettate e pertanto un singolo aspetto di una persona – aspetto che la precede socialmente e culturalmente nei gruppi identitari che a tali aspetti si rifanno – non può in alcun modo definirla. “Queer” risulta quindi più una critica all’identità che un’identità, mentre la teoria si fa più stringente sul metodo e più povera di un contenuto determinato a priori, assumendo nel complesso la forma di una strategia che destabilizza, destruttura, decostruisce o altrimenti mette in crisi i confini mediante analisi e performance. Così la problematica della stabilizzazione del queer, dell’uso e della determinazione del termine, diventa il problema del queering, ovvero dell’agire conseguente l’assunzione di una prospettiva e una contestazione queer, puntando avanti senza anticipare l’obiettivo.Come altre in alcune correnti del femminismo, alcune studiose di teoria queer vedono la prostituzione, la pornografia e il bondage o il S/M come legittime e valide espressioni della sessualità umana. Questa visione è anzi rafforzata dall’inclusione di tutto ciò che è non-normativo nell’elenco delle identità “performabili”. L’elemento chiave sta nel vedere gli atti sessuali come qualcosa di costruito discorsivamente, e non come un insieme di pratiche preesistenti. È importante intendere “discorso” nel senso più ampio del termine, come produzione condivisa di significato – sulla scia appunto di Foucault e della teoria queer stessa. In tal modo l’attività sessuale, con le sue regole e simboli condivisi, si mostrerebbe come qualcosa che costruisce da sé la propria realtà piuttosto che riflettere una sessualità biologica predefinita e “corretta”. I critici della teoria queer sostengono che un vasto e crescente corpus di prove fisiologiche, genetiche, antropologiche e sociologiche mostra come, scientificamente parlando, l’orientamento e la classificazione sessuale sono più che semplici costrutti sociali. Secondo questo punto di vista, varie caratteristiche biologiche (alcune delle quali genetiche ed ereditarie) giocano un ruolo importante nel plasmare il
comportamento sessuale (parte del più ampio dibattito “natura vs. cultura”). Certi scienziati affermano che le richieste decostruzioniste sulla scienza (non solo su questo argomento) siano pseudoscienza. Numerosi commentatori e commentatrici rispondono a queste critiche affermando che non tutti gli individui sono nettamente classificabili come “maschi” o “femmine”, anche su basi strettamente biologiche. Ad esempio, i cromosomi che determinano il sesso (X e Y) possono esistere in combinazioni atipiche (come nella sindrome di Klinefelter [XXY]). Ciò rende difficoltoso l’uso del genotipo come mezzo per definire esattamente due generi distinti. Gli individui intersessuati possono avere, per varie e diverse ragioni biologiche, genitali ambigui. Il modo in cui la questione dell’innatezza dell’identità sessuale e di genere è stata rilevante nella ricerca può essere investigato seguendo lo svolgersi delle numerose opere di sessuologia del Dr. John Money, della Johns Hopkins University. I suoi primi lavori indicano che era particolarmente influenzato dalla tesi per cui l’identità di genere è un costrutto sociale, ma nelle opere successive egli sviluppa una descrizione altamente sfumata di tutti gli input che la ricerca implica nella formazione dell’identità di genere di un qualsiasi individuo. Gli aspetti biologici non sono altrettanto rilevanti per coloro che ritengono che il processo di costruzione prenda avvio nel linguaggio naturale e nelle categorie che esso plasma tramite il continuo rafforzamento nella mente di ciascuno – ad esempio i pronomi che fanno distinzioni di genere o la ripetizione degli insulti. Nel modello psicologico di Jacques Lacan, la “fase dello specchio” (attorno ai 3 anni, quando un bambino vede sé stesso in uno specchio e crede che l’immagine sia il suo “sé”) e lo sviluppo del linguaggio avvengono approssimativamente nello stesso periodo. Pertanto, è possibile che sia il linguaggio a costruire l’intera idea di sé, come pure le distinzioni di genere/sesso. Anche le idee di Ferdinand de Saussure sulle relazioni segno-significante nel linguaggio vengono usate per dimostrare questo concetto: si mostra infatti come nonostante possano esistere delle verità biologiche, la nostra conoscenza e concettualizzazione è sempre mediata da linguaggio e cultura. Esistono inoltre teorie ibride che combinano nozioni delle teorie sopra esposte su caratteristiche innate e costrutti sociali. Per esempio, si può ipotizzare che abitudini sociali, aspettative e identità siano plasmate da certi “fatti della vita”. Questi possono includere strutture innate che vanno da quelle più ovvie (come le differenze tra gli apparati riproduttivi) a quelle più controverse (come l’esistenza di un orientamento sessuale che è fissato all’inizio della nostra vita da fattori genetici, ambientali e simili che determinano il risultato). La ricerca empirica (scientifica) può essere usata per separare la verità dalla congettura e spiegare come questi “fatti della vita” interagiscono con le norme sociali. Sarebbe però riduttivo affermare che il ruolo della teoria queer è quello di esaminare le nozioni biologiche dell’orientamento sessuale e del genere nel contesto della cultura e della storia.
Terapia riparativa: Si parte da una considerazione antiscientifica dell’omosessualità: nello specifico la psicoanalisi di matrice religiosa considera questo orientamento sessuale una patologia che è possibile modificare, in quanto esisterebbe qualcosa, che non viene definito, di danneggiato da riparare.
Terza gamba: organo sessuale maschile.
Terza via: scelta di vita gay, lesbica o transessuale.
Terzosessista-terzo sesso: arcaico per ‘gay’, usato negli anni ’60 dalle riviste scandalistiche. Omosessualità secondo la sciagurata espressione escogitata in assoluta buona fede da Ulrichs che nel 1864 parlò di drittes Geschlecht (terzo sesso) per quei casi in cui “un’anima di donna sia innestata [inclusa ] in un organismo maschi lino”. L’idea che esistano tre sessi c’era anche nel ‘Simposio’ di Platone anche se per il filosofo greco il terzo sesso rappresenta piuttosto l’origine degli eterosessuali. Alessandro Severo riferendosi agli eunuchi, parlava del tertium genus hominum. Thèophile Gautier utilizza l’espressione troisième sexe riferendosi a una donna viriloide mentre per Honorè de Balzac utilizza l’espressione terzo sesso intendendo omosessuale. Terzo sesso: nel 1907 Max Harden, giornalista tedesco, rese noto con Terzo Sesso, un gruppo di omosessuali della corte prussiana raccolti intorno al conte di Eulenburg. Costoro ‘formavano camarilla con sodomia’, ricorda il Panzini.
Tesoro: viene usato come intercalare vocativo per attirare attenzione con brusca dolcezza.
Tiresiano: dal mito greco di Tiresia. Chi vive periodicamente da uomo e da donna.
Titanico: alto, muscoloso e possente.
Titi: organo sessuale maschile in filippino.
To palm: tastare.
To sexpress: esprimersi sessualmente, ‘sexpress yourself’.
Tollerare: accettare l’omosessualità altrui con un certo sforzo.
Tom of Finland: disegnatore finlandese di vignette erotiche con uomini muscolosi in divisa; in generale ‘un maschio alla Tom’ indica un uomo particolarmente virile e sexy.
Tomboy: lesbica.
Top: 1 essere ‘top’, essere uomini omosessuali attivi. Dall’inglese. 2 sinonimo di favoloso, quindi sublime, meraviglioso, fantastico.
Torso party: festa dove i gay ballano senza t-shirt.
Towanda: importante associazione lesbica italiana.
Trannysaurus: travestito molto anziano.
Transcidio: omicidio di una transessuale.
Transessuale-transessualità-transessualismo: o transex, chi transita da un sesso a un altro; il transessuale è chi transita dal femminile al maschile, la transessuale è chi fa il percorso opposto. La transessualità è la condizione di una persona la cui identità sessuale fisica non è corrispondente alla condizione psicologica dell’identità di genere maschile o femminile e che, sovente, persegue l’obiettivo di un cambiamento del proprio corpo, attraverso interventi medico-chirurgici. Secondo il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Manuale di Classificazione dei Disturbi Mentali, redatto dall’Associazione Americana degli Psichiatri) e l’International Classification of Diseases (a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, X edizione), la persona transessuale soffre del disturbo dell’identità di genere (DIG). Questo senso di distonia e disforia nei confronti del proprio sesso di nascita può svilupparsi già nei primi anni di vita, durante l’adolescenza o, più raramente, in età adulta. Il gruppo “Crisalide azione trans” al Gay pride di Milano, giugno 2004. Il termine “transessuale” è stato coniato nel 1949 dal dottor David Cauldwell (1897-1959), ma è diventato di uso comune dopo la pubblicazione del libro The transsexual phenomenon (Il fenomeno transessuale) del dott. Harry Benjamin, edito nel 1966, che è diventato ben presto testo di studio universitario, in quanto è il primo libro che indaga sulla transessualità con un approccio anche nosografico, affermando che si tratta dell’unica patologia classificata come psichiatrica a non essere curata psichiatricamente. Lo psichiatra infatti non “guarisce” la persona transessuale facendola nuovamente sentire a proprio agio con il suo sesso di origine, bensì avviando la persona a cui è diagnosticato il “disturbo dell’identità di genere” alle terapie endocrinologiche e/o chirurgiche per iniziare il percorso di transizione. Anna P, fotografato nel 1922 per il libro Sexual Intermediates, di Magnus Hirschfeld. Tale discrepanza è da inquadrarsi nel fatto che per molti decenni fra la fine del 1800 e i primi venti anni del 1900 la persona transessuale veniva effettivamente sottoposta a tentativi di “guarigione”, ovvero di scomparsa del “disturbo”, sia attraverso la psicoterapia, sia attraverso la somministrazione di ormoni del proprio sesso genetico. Tali tentativi furono fallimentari e determinarono un numero elevatissimo di suicidi fra le persone transessuali che subivano tali trattamenti. Soltanto intorno al 1960 si iniziò a pensare che l’unica “guarigione” della persona transessuale si potesse ottenere adeguando il corpo alla psiche e non viceversa. Il movimento transessuale mondiale rifiuta l’inquadramento psichiatrico della propria condizione pur essendo consapevole del fatto che la propria condizione richiede l’intervento della medicina per trasformare la “disforia” in “euforia” o comunque in una stabilizzazione accettabile della qualità di vita. L’eziologia del transessualismo è ufficialmente ignota e l’inquadramento psichiatrico sembra più uno stratagemma per far sì che le persone transessuali possano accedere alle mutue, ai Sistemi Sanitari Nazionali dei loro paesi, in attesa che ne venga chiarita la vera eziogenesi. A questo proposito è molto significativa la risposta che la dottoressa Peggy Cohen-Kettenis (docente di psicologia presso la Vrije Universiteit di Amsterdam e responsabile del Gruppo sui Disturbi dell’Identità di Genere del Dipartimento di Psicologia del Centro Medico della stessa Università, annoverata fra i maggiori esperti internazionali di transessualismo) ha dato nel corso di una conferenza tenutasi a Bari il 31 maggio 2003 conferenza. In tale occasione la Cohen-Kettenis, alla domanda posta dal pubblico «Se il “vero” transessuale è colui al quale viene consentito il cambiamento di sesso, non ha psicopatologia associata, ha un buon esito post-trattamento, ecc., perché allora i disturbi dell’identità di genere rientrano nel DSM-IV, ossia vengono classificati come disturbi mentali?», così rispondeva: «Questo è un buon punto. Credo che le ragioni principali stiano fuori dal DSM. Ad esempio, una ragione pratica, anche se non la più importante, è che senza un disturbo classificato nel DSM, in molti paesi le compagnie di assicurazione non coprirebbero le spese del trattamento. So che è un problema di cui si sta discutendo nella preparazione del DSM-V.». Recenti studi, inoltre, sembrano dimostrare sia una predisposizione genetica al transessualismo sia la presenza nelle persone transessuali di un dimorfismo sessuale del cervello opposto al sesso biologico in cui sono nate. Contrariamente a quanto spesso si pensa, la realtà transessuale investe entrambe le direzioni di transizione: esistono quindi transessuali maschi transizionanti femmina e transessuali femmine transizionanti maschio. Internazionalmente si usa l’acronimo “FtM” per indicare i trans da femmina a maschio e “MtF” ad indicare le trans da maschio a femmina. È facile fare confusione ed avere incertezze, nel normale lessico, tra il femminile ed il maschile quando si parla di queste persone. In mancanza di indicazioni specifiche da parte dell’individuo stesso, la forma del genere da utilizzare per le persone transessuali, rispettosa nei confronti della persona, è quella propria del genere di elezione. Nel caso di MtF i termini transgender/transessuale andranno quindi declinati al femminile, mentre – al contrario – nel caso di FtM i termini transgender/transessuale andranno declinati al maschile.La popolazione di transessuali MtF è stata storicamente più osservata ed esposta rispetto a quella FtM, quindi si è registrata finora una maggiore percentuale statistica di persone MtF rispetto alle persone FtM, ma negli ultimi anni questa percentuale sta andando nella direzione della parificazione. L’apparente “inesistenza” dei trans “FtM” è dovuta sostanzialmente alla maggiore “indistinguibilità” che essi raggiungono con gli uomini genetici. Le persone transessuali, nelle attuali società occidentali, subiscono tendenzialmente forti discriminazioni in ambito sociale e lavorativo. Questo fenomeno è molto più marcato in quei Paesi, tra cui l’Italia, che non consentono il cambio anagrafico dei documenti senza il ricorso forzato all’intervento di ri-attribuzione chirurgica di sesso, e che non dispongono di leggi adeguate che tutelino le persone transessuali da fenomeni di discriminazione e violenza. Allo stigma sociale contribuiscono fortemente anche istituzioni quali la Chiesa Cattolica, ma anche i media, che diffondono sovente errata informazione lanciando messaggi distorti e pregni di connotazioni negative rispetto alla realtà transessuale. La discriminazione, la violenza psicologica e/o fisica, e lo stigma sociale che subiscono le persone transessuali, sono tutti fenomeni che possono essere annoverati sotto il termine di “transfobia“.La transfobia, apparentemente può sembrare una traduzione equivalente dell’omofobia. In realtà i due fenomeni hanno origini diverse, espressioni diverse anche se condividono il destino della discriminazione. Un tentativo di distinguere i fenomeni “transfobia” e “omofobia” è stato fatto da Mirella Izzo, presidente dell’ex associazione Crisalide AzioneTrans onlus. Lo stigma sociale della persona transessuale è in genere molto più elevato rispetto a quello riservato alle persone omosessuali. Inoltre è altrettanto più elevato per le trans da maschio a femmina rispetto ai transessuali da femmina a maschio. Le motivazioni che possono essere trovate per questo dato di fatto sono molteplici e controverse: l’omosessualità è visibile solo all’interno delle tendenze sessuali ed affettive di una persona mentre la transessualità comporta una netta trasformazione del proprio corpo e pertanto provoca la necessità di una totale inversione di valutazione della persona;la transessualità da maschio a femmina è più stigmatizzata di quella da femmina a maschio perché viviamo in una società prevalentemente maschilista nella quale rinunciare alla “virilità” costituisce una ferita più percepibile della rinuncia alla femminilità. In ogni caso lo stigma sociale verso le transessuali MtF è tale da rendere difficile l’inserimento lavorativo delle stesse. Analizzando la discriminazione in ambito lavorativo delle persone transessuali in Italia Monica Romano, attivista transessuale, individua due dinamiche discriminanti statisticamente rilevanti: la discriminazione all’ingresso del mercato del lavoro, dove la persona transessuale, che viene identificata come tale in ragione del suo aspetto fisico o di documenti non conformi alla sua identità, nella maggioranza dei casi vede respinta la sua candidatura; il mobbing orizzontale e/o verticale che la persona transessuale può subire successivamente al coming out. Se a questo si aggiunge che spesso le famiglie ripudiano il figlio transessuale e i costi della transizione, diventa evidente una spinta della stessa società affinché la transessuale si dedichi alla prostituzione per sopravvivere. La prostituzione transessuale è un fenomeno recente che peraltro mette in discussione anche la classificazione degli orientamenti sessuali. A peggiorare la condizione delle persone transessuali è una sorta di circolo vizioso nel quale la società, attraverso lo stigma, spinge la transessuale alla prostituzione, la quale poi viene dalla stessa società identificata come il lavoro unico e possibile delle transessuali, con ciò rendendo l’immagine della persona transessuale equivalente alla prostituzione, all’oggetto sessuale, alla trasgressione. Questo circolo vizioso alla fine determina il peggioramento dell’immagine globale che si ha della transessualità e quindi della transessuale in cerca di lavoro. Normalmente, una persona che si ritiene transessuale deve in primis rivolgersi ad uno psichiatra che diagnostichi il “disturbo dell’identità di genere”. Solo dopo questa certificazione può rivolgersi all’endocrinologo per la terapia ormonale sostitutiva (estrogeni ed antiandrogeni per le trans MtF, testosterone per i trans FtM). Deve inoltre essere assente nel genoma ogni riferimento all’intersessualità o pseudoermafroditismo. Senza questa diagnosi l’endocrinologo non potrebbe agire in quanto, in questo particolare caso, il suo compito è quello di ammalare organi sani. Successivamente, o in accompagnamento alla terapia ormonale, la persona transessuale MtF può sottoporsi a trattamenti estetici-chirurgici (rimozione barba, mastoplastica additiva, rimodellamento di naso e viso, ecc.). Di norma questi interventi vengono considerati “chirurgia estetica” e sono a carico della persona transessuale. Per i transessuali FtM di norma non vi è bisogno di chirurgia estetica.Effettuato il trattamento ormonale, secondo la legge 164/82 la persona transessuale può richiedere al Tribunale autorizzazione agli interventi chirurgici di conversione sessuale (penectomia, orchiectomia e vaginoplastica per le trans; mastectomia, isterectomia, falloplastica o clitoridoplastica per i trans). Ottenuta sentenza positiva, la persona transessuale ha diritto all’intervento sui genitali a carico del SSN. Effettuato l’intervento, la persona transessuale deve nuovamente rivolgersi al Tribunale per chiedere il cambiamento di stato anagrafico. Ottenuta la sentenza positiva, tutti i documenti d’identità vengono modificati per sesso e per nome, con l’eccezione del casellario giudiziario e l’estratto integrale di nascita, documenti che possono essere richiesti esclusivamente dallo Stato o da Enti pubblici. Alla fine di questo percorso, per la legge italiana un transessuale da donna a uomo diventa uomo a tutti gli effetti, compreso il diritto a sposarsi e ad adottare. Lo stesso vale per la transessuale da uomo a donna. Teoricamente sarebbe quindi assai difficile o addirittura impossibile risalire al sesso originario di una persona, ma non sempre è così. L’ufficiale dell’anagrafe potrà, comunque vedere le “tracce” sull’estratto integrale di nascita e, allo stesso tempo, l’impiegato che si occupa della residenza ai servizi demografici vedrà un atto di nascita con lo stesso numero a nome di due persone. Stesso vale per il Tribunale, o anche l’Agenzia Delle Entrate, e sono solo pochissimi esempi.
Riassunto:
E’ il desiderio di un cambiamento di sesso dovuto a una completa identificazione col genere del sesso opposto, negando o cercando di modificare il sesso biologico originale. Il termine, introdotto alla fine degli anni Quaranta da D. Cauldwell e reso celebre nel decennio successivo da Harry Benjamin, deriva dal latino trans, attraverso e sexus, sesso. In Italia si comincia ad utilizzarlo nel 1968. Il primo caso noto di cambiamento di sesso fu quello di Sophia Hedwig, che nel 1882 diventò uomo con il nome di Herman Karl. In Italia negli anni Sessanta si verificò il primo caso noto di cambiamento di sesso da uomo a donna e fu quello di Romina Cecconi.
Transex: transessuale.
Transfobia: odio e paura nei confronti delle persone transessuali. Con transfobia si intende l’avversione, solitamente prodotta da pregiudizi, nei confronti di persone transessuali o transgender, che può portare a comportamenti discriminanti nella società o nel lavoro, fino a manifestazioni di aggressività violenta.
Transgender: chi pensa, vive e si comporta non obbedendo a nessun schema anagrafico. Il termine transgender ha assunto nella lingua italiana diversi significati a seconda degli ambiti in cui è usato. La sua origine è da identificarsi all’interno del movimento LGBT, nato negli Stati Uniti d’America intorno ai primi anni ottanta, per indicare un movimento politico che contesta la logica eterosessista e genderista secondo la quale i sessi dell’essere umano sono solo due, che l’identità di genere di una persona debba necessariamente combaciare con il sesso biologico e che il tutto debba restare immodificabile dagli esseri umani. Il termine “transgender”, quindi, nasce come termine ombrello dentro cui si possono identificare tutte le persone che non si sentono racchiuse dentro lo “stereotipo di genere” normalmente identificato come “maschile” e “femminile”. Il transgenderismo sostiene che l’identità di genere di una persona non è una realtà duale “maschio/femmina”, ma un continuum di identità ai cui estremi vi sono i concetti di “maschio” e “femmina”. In questo senso il transgenderismo è da considerarsi come un movimento politico/culturale che propone una visione dei sessi e dei generi fluida e che rivendica il diritto di ogni persona di situarsi in qualsiasi posizione intermedia fra gli estremi “maschio/femmina” stereotipati senza per questo dover subire stigma sociale o discriminazione. Da questo punto di vista sotto il termine “ombrello” di “transgender” possono identificarsi: la persona transessuale operata (che ha raggiunto a tutti gli effetti e in tutto e per tutto il genere sentito proprio); la persona transessuale non completamente operata (che ha lasciato integri i genitali di origine); la persona genderqueer (femmina genetica o maschio genetico di qualsiasi orientamento sessuale); la stessa che non si riconosce nel binarismo/dicotomia uomo/donna, rifiutando così lo stereotipo di genere che la società e la cultura locale impone ai due sessi. In questo senso e in questa accezione del termine, che però è la meno conosciuta in Italia, alcuni ritengono che transgender e “queer” siano due termini-ombrello fra loro sovrapponibili; la persona crossdresser, termine che tende a sostituirsi sempre più alla dicitura “travestito” perché associato, quest’ultimo, alla perversione sessuale. In questo senso il crossdresser è una persona che si traveste, per lo più in privato ma anche pubblicamente, senza implicazioni di eccitazione sessuale; il crossdressing può praticarlo sia una donna che uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale. Nel tempo e nella trasposizione del termine nella cultura italiana la parola transgender ha assunto diversi ed altri significati che poco hanno a che vedere con l’origine del termine inteso come “movimento politico culturale”. Questa seconda accezione è ormai diventata più popolare di quella originale. La traduzione italiana di transgender sarebbe transgenere, ma questo termine non si è radicato nell’uso comune nella nostra lingua e quindi un termine “importato” dall’inglese e lasciato in prevalenza immutato. Nella terminologia psicologica, psichiatrica, endocrinologica e legale il termine “transgender” viene utilizzato in termini semplificativi per indicare una persona transessuale non operata ai genitali. Secondo questa accezione del termine quindi transgender diventa un termine per indicare solamente una sottocategoria delle persone transessuali, e per separare il/la transessuale operato/a (ai genitali) da quello/a non operato/a. Così come per il transessualismo anche per il termine “transgender” vi è una totale e netta differenziazione sulla declinazione al maschile o al femminile fra mondo accademico e movimento transgender/transessuale.Analogamente al transessualismo, i testi medici e legali declinano (salvo rarissime eccezioni) il termine al maschile per le persone che effettuano una transizione da maschio a femmina (androginoide) e al femminile per le persone che effettuano una transizione da femmina a maschio (ginoandroide). In questo modo dando la prevalenza alla genetica rispetto all’identità di genere della persona. Tale utilizzo della declinazione è fortemente contestato dal movimento transgender e transessuale (e dal movimento GLBT o LGBT più in generale) in quanto ritiene che sia da far prevalere l’identità di genere della persona sul mero dato biologico di nascita.
Semplificando: la persona nata maschio che assume l’identità femminile e di conseguenza anche un nome femminile (poniamo ad esempio “Anna”) per la cultura scientifica è “il” transgender Anna, per il movimento è invece “la” transgender Anna. L’utilizzo accademico della coniugazione del termine peraltro spesso fatto proprio dal giornalismo e dai media ha la controindicazione di determinare veri e propri “salti mortali” nella lingua italiana. Esemplificando: “IL” transgender Anna è andato o è andata a fare la spesa”? Il nome Anna si coniuga in genere al femminile, ma per una persona transessuale o transgender lo si coniuga al maschile con ciò determinando una sorta di discrimine fra la “Anna” donna genetica e la “Anna” transessuale o transgender. Ed è proprio per questo fatto che la declinazione utilizzata dal mondo accademico viene contestata dal movimento transgender e transessuale in tutto il mondo ed anche in Italia. Una terza accezione del termine “transgender” è quella che sostituisce il termine “transessuale”, sovrapponendosi ad esso.
La ragione, anch’essa nata all’interno del movimento LGBT o GLBT è da trovarsi nel fatto che il termine “transessuale” è di per sé impreciso, se non errato dal punto di vista clinico. In realtà qualsiasi persona operi una transizione sessuale, agisce sul “gender“, sul genere sessuale e non sul sesso che, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, è e resta immutabile. Quindi transgender può anche essere usato al posto di transessuale, peraltro cancellando la dicotomia fra “operati” e non operati che poco interessa il “gender” ma molto invece interessa il “sesso” di una persona.
Transitare: percorrere il lungo cammino per la rettifica del sesso (assunzioni di ormoni, operazioni chirurgiche, supporto psicologico…).
Traschic: forma contratta di ‘trash’ (spazzatura) e ‘chic’.
Trasgressione: termine utilizzato per non evidenziare in extremis l’orientamento omosessuale, scambiandolo per una forma ludica di intrattenimento e non vera e proprio desiderio pulsante umano. Il fine resta perentoriamente quello di negare la realtà.
Trauma psicologico: evento che travalica la gamma delle comuni esperienze umane ed è cosi gravemente invasivo da soverchiare le difese psichiche dell’individuo. L’elenco dei traumi psicologici può includere anche violenze fisiche e sessuali, torture, etc…; tali atti producono nella vittima terrore e senso di totale impotenza e grave minaccia per la propria vita.
Travestito/a- travestitismo: chi usa vestirsi con abiti del sesso opposto. Varianti: travestita, trave, travelona, travesta. Il ‘travestito del sabato sera’ sarebbe un travestito più approssimato. Si parla di travestitismo quando un individuo ha l’abitudine di indossare abiti del sesso opposto. Anche se il termine “travestitismo” è stato coniato intorno al primo decennio del 1900, il fenomeno non è nuovo. Il termine ha subito diversi cambiamenti di significato, da quando è entrato in uso. Tuttora è utilizzato con una varietà di significati o sfumature. Perciò è importante capire, ogni volta che si incontra questa parola, in quale accezione viene usata. Tuttavia, per comprendere i diversi significati è necessario spiegare l’evoluzione del termine. Magnus Hirschfeld coniò la parola travestitismo (dal latino trans-, “al di là, oltre” e vestitus, “vestito”) usandolo per descrivere le persone che abitualmente e volontariamente indossavano abiti del sesso opposto. Hirschfeld osservò un gruppo di travestiti composto da maschi e femmine, eterosessuali, omosessuali, bisessuali e asessuali. Hirschfeld stesso non era soddisfatto del termine: credeva che l’abbigliamento fosse solo un simbolo esteriore scelto sulla base di diverse situazioni psicologiche. In realtà, Hirschfeld aiutò le persone a realizzare il cambiamento del nome e supevisionò il primo intervento noto di Riconversione Chirurgica del Sesso (RCS). Le persone che seguì Hirschfeld, sono state, usando i termini di oggi, non solo travestite, ma persone transgender. Hirschfeld notò anche che l’eccitazione sessuale è stata spesso associata al travestitismo, ma ha anche chiaramente distinto tra travestitismo come espressione di una persona transgender o crossdresser e come espressione di comportamenti e/o sentimenti di tipo feticistico.
Riassunto:
L’indossare abiti dell’altro sesso. Il termine fu scelto da Magnus Hirschfeld (1910). A proposito degli omosessuali maschi in Italia sarebbe stata usata fin dal 1500, registrata sul dizionario Zingarelli solo nel 1970. Negli anni Venti la rivista scientifica ‘Rassegna di studi sessuali’ parla di transvestitismo mentre il termine travestitismo (senza la n) appare nel 1948. L’attuale significato specie se applicato agli uomini può però comprendere anche situazioni erotiche transitorie dove la sessualità è invece di tipo eterosessuale. In The Female Husband (1746) lo scrittore inglese Henry Fielding (1707-54) narra e racconta la storia effettivamente accaduta della travestita Mary Hamilton.
Triangolo rosa: marchio per gli omosessuali confinati nei campi di concentramento nazisti.
Triangolo rosa e triangolo giallo: marchio per gli omosessuali ebrei confinati nei campi di concentramento nazisti.
Triangolo marrone: marchio per le omosessuali confinate nei campi di concentramento nazisti.
Triangolo silenzioso: associazione di gay e lesbiche sordomuti.
Triangolo: rapporto sessuale e/o sentimentale a tre.
Tribadismo-tribade: sfregamento della vulva di una donna contro quello della sua compagna; dal latino tribas, -adis che deriva a sua volta dal greco tribein (strofinare). Con tribadismo in effetti si intende lo sfregamento della vulva d’una donna contro quella d’una sua compagna. E’ probabile che il nome arrivò agli umanisti francesi rinascimentali grazie a traduzioni di autori latini (Luciano, Marziale, Fedro) dove le tribadi vengono decisamente condannate e per tre secoli il termine venne utilizzato per indicare una donna che aveva rapporti con un’altra donna. Nel 1566 Henry Estienne usa la parola nella sua ‘Apologie pour Hèrodote” ma i dizionari francesi cominciano a registrarne la voce solo nel 1680. Per l’italiano Mantegazza (1885) si ha il tribadismo quando “una femmina che fornita di un clitoride eccezionalmente lungo può simulare l’amplesso con altra femmina…[anche se] oggi però è sinonimo di amore fisico tra due donne, sia pur soddisfatto nell’uno o nell’altro modo”.
Trota imbronciata: dall’inglese ‘Trout pout’, chi ha esagerato con il collagene alle labbra.
Tsx: diminutivo di transex.
Tubu: omosessuale di sesso maschile e ruolo sessuale ricettivo in genovese.
Turpi figure del vizio: omosessualità maschile sia insertiva che ricettiva. Probabilmente applicabile anche per l’omosessualità femminile.
Tutancamion: lesbica dai modi e apparenza maschili.
Tuttofare: disposto sessualmente a tutto.
Tv: vip e uomo omosessuale di ruolo sessuale ricettivo.
Twink- Twinkie: ragazzino tra i diciotto e i venti anni. Twink o twinkie è un termine di origine anglosassone che fa parte dello linguaggio gay. Indica un giovane attraente o un uomo gay che dimostra un’età adolescenziale con fisico magro glabro o con pochi peli sul corpo. Spesso questa parola viene sostituita con i termini chick o chicken. Twinkle-toes è un altro termine spesso usato, generalmente in una maniera sprezzante, a indicare un uomo effeminato. Il termine può essere complementario o peggiorativo. Il termine ha origine da un caratteristico dolcetto giallo oro. Originariamente, twink si riferiva soltanto ai giovani bianchi e biondi, ma nel linguaggio LGBT il termine ha assunto un senso lato, venendo attribuito anche a coloro che hanno quelle caratteristiche fisiche ma che possono anche non essere biondi o non appartenere alla razza caucasica. Il termine è stato usato specialmente dagli “orsi” in senso dispregiativo. In molti casi può essere usato come un termine descrittivo, il contrario di “bear“, cioè appunto “orso”. Il termine è anche molto utilizzato nell’industria dei film porno gay.
Uccelliera: luogo frequentato da molti uomini.
Un due tre…liberi tutti: pagina dedicata alle tematiche glbt a cura di Delia Vaccarello il martedi sul l’Unità.
Uncinetto: ‘fare l’uncinetto’ indica l’incontro tra due gay entrambi esclusivamente passivi.
Uncut: dall’inglese ‘non tagliato, integro’ sta per non circonciso.
Underwear: biancheria intima.
Uniform lover: ‘amante dell’uniforme’, gay attratto dalle uniformi da marinaio, poliziotto, operatore ecologico, etc…
Unioni civili: riconoscimento giuridico delle coppie glbt, maggiore rivendicazione delle battaglie delle associazioni e dei gay pride.
Unisessuale: termine che per un breve periodo fu usato con il significato di omosessuale (vedi il libro di Marc-Andrè Raffalovich ‘Uranisme et unisexualitè’ del 1896. E’ in effetti in botanica che si parla di piante unisessuali o dioiche, riferendosi a quelle a sessi separati, che hanno quindi fiori maschili e femminili).
Uoma: usato dai gay per indicare chi ha l’apparenza estremamente virile ed è passivo. 1038. Uomo di piacere: gigolò.
Uomosessuale: storpiatura coniata sulla falsariga dell’assonanza con il greco homos di Omosessuale.
Uranista (uranismo): arcaico per ‘gay’, in uso fino alla fine dell’Ottocento. Uranismo, sinonimo ottocentesco di omosessualità maschile ricettiva, è un prestito dal tedesco Urningtum, creato nel 1864 dal militante omosessuale Karl Heinrich Ulrichs (1825-1895), che lo aveva coniato sul nome di Afrodite Urania (cioè nata dal dio Urano), indicata nel Simposio di Platone come la dea che protegge gli amori omosessuali. La persona connotata da uranismo si definisce urningo (dal tedesco urning), uranita e soprattutto uranista (quest’ultimo fu il termine preferito nella lingua italiana), mentre il corrispettivo femminile di questi termini, urningina, non ha mai attecchito nella nostra lingua. La differenza fra questo termine e omosessualità, creato nel 1869 da un altro militante omosessuale, Karl-Maria Benkert, rispecchia anche una differenza di punti di vista sulla natura delle persone che amavano persone del loro stesso sesso:Ulrichs era l’inventore della tesi del terzo sesso, e cercava nella biologia la ragion d’essere dell’omosessualità. Secondo Ulrichs, i sessi umani non sono due, ma tre: maschile, femminile e intermedio. L’uranista è l’appartenente a questo “terzo sesso”, che mescola caratteristiche del sesso maschile e di quello femminile, e che Ulrichs affermava essere stato trascurato dalla scienza fino a quel momento; Karl-Maria Benkert era invece sostenitore del carattere pienamente “virile” del maschio omosessuale (il lesbismo interessava poco o nulla, a questi teorici), e non poteva quindi che contrapporre un “suo” neologismo a quello di Ulrichs, per prendere le distanze dalla visione del terzo sesso, che non condivideva. I due termini e i due concetti si fecero concorrenza, e fino alla fine del secolo scorso sembrò che uranismo l’avesse vinta. La tesi del “terzo sesso” venne accettata da giuristi e neurologi ottocenteschi come tesi del konträre Sexualempfindung (concetto tradotto in italiano come sentire sessuale contrario e, nel 1870, come inversione sessuale da Arrigo Tamassìa). Questo fu possibile perché fino al 1949 i concetti di omosessualità e transessualismo non furono separati, dal punto di vista teorico.Tuttavia, attorno al 1890 il termine omosessualità iniziò ad apparire sempre più spesso in pubblicazioni scientifiche di medici e psichiatri (soprattutto di Richard von Krafft-Ebing) che avevano direttamente o (più spesso) indirettamente letto le tesi di Benkert. Furono però i grandi scandali d’inizio secolo (Oscar Wilde, Friedrich Alfred Krupp, Moltke-Eulemburg) a rendere noto il termine omosessualità alla popolazione generale essendo questo un eufemismo percepito come “scientifico” e quindi “neutrale”, perciò adatto ai giornali. Per l’intermediario della letteratura medico-scientifica omosessualità passò alla psicoanalisi, che rifiutava a priori l’idea di una “causa organica” dell’omosessualità, come quella sottintesa in uranismo. Con il trionfo completo della psicoanalisi sùbito dopo la seconda guerra mondiale, la parola ed il concetto di uranismo scomparvero definitivamente dall’uso. La sconfitta della proposta di Ulrichs non dipese solo dal fatto che essa esprimeva una concezione, quella del terzo sesso, che passò di moda, ma anche dall’ansia catalogatrice di Ulrichs che, per paura che qualche tipo di omosessuale fosse dimenticato (e quindi privato del “diritto di cittadinanza” che egli chiedeva) arrivò a una macchinosissima costruzione che affastellava l’ urningo (maschio omosessuale) e l’ urningina (lesbica), contrapposti al dioningo (uomo eterosessuale) e alla dioningina (donna eterosessuale), nonché all’ uraniastro (pseudo-omosessuale) e all’ urningo- dioningo bisessuale). A tale cacofonico labirinto venne contrapposta la più comoda e simmetrica costruzione di omo- / etero- / bi- sessuale, linguisticamente molto più agile, e quindi alla lunga preferita.
Riassunto:
Uranista, Urningo, Uranita o Urningina sta per omosessuale. Il termine viene proposto con poco successo dall’avvocato tedesco Karl Heinrich Ulrichs che nel 1864 pubblicò “uno studio giuridico e sociale dell’amore tra uomini” dove appunto definiva quest’amore urnig o uraniano e gli individui che lo provavano uranisti. Il riferimento al Simposio di Platone e Aristofane è piuttosto esplicito. Nella mitologia greca incontriamo sia il dio Urano privato della virilità dal figlio Crono che Urania, la musa protettrice del genere androgino, distinto da quello maschile e femminile. Fu sempre Ulrichs a parlare degli omosessuali come di appartenenti al terzo sesso, uomini con ‘un animo femminile in un corpo maschile’. Sciagurata teoria proposta in assoluta buona fede nonostante l’inesistente base scientifica ma che produsse e ogni tanto continua a produrre danni rilevanti.
Urningo/a: Prestito dal tedesco Urning, coniato nel 1864 dal militante omosessuale Karl Heinrich Ulrichs che lo prese dal nome di Afrodite Urania, cioè nata dal dio Urano, indicata nel Simposio di Platone come la dea che protegge gli amori omosessuali.In italiano ha dato vita anche alle varianti URANITA e URANISTA (quest’ultima più usata di URNINGO), mentre l’orribile corrispettivo femminile, URNINGINA, non ha mai attecchito nella nostra lingua.Ho già detto parlando di OMOSESSUALE le ragioni per cui URNINGO dovette a un certo punto cedere il passo a quello che, all’epoca, era solo un suo sinonimo meno fortunato. Indubbiamente l’insuccesso di URNINGO e termini connessi fu dovuto in buona parte alla sconfitta della tesi di Ulrichs, secondo cui gli omosessuali costituiscono un vero e proprio sesso a sé, con caratteristiche distinte da quelle delle persone “normali” (una tesi molto progressista per quell’epoca, come ho cercato di mostrare in: Dall’Orto). Tuttavia in parte la sconfitta della proposta di Ulrichs fu dovuta anche alla sua generosa ansia catalogatrice che, per paura che qualche tipo di omosessuale fosse dimenticato (e quindi privato del “diritto di cittadinanza” che egli chiedeva) lo portò ad una macchinosissima costruzione che affastellava l’urningo e l’urningina, contrapposti al dioningo e alla dioningina, nonché all’uraniastro e all’urningo-dioningo. A tale cacofonico labirinto venne contrapposta la più comoda e simmetrica costruzione di omo-/etero-/bi-sessuale, linguisticamente molto più agile, e quindi alla lunga preferita. Su questo concetto e terminologia, si vedano oltre ai saggi di Herzer e Dall’Orto già citati, l’importante contributo di Kennedy. Ecco un esempio d’uso del termine: A Parigi non vi sono locali destinati esclusivamente agli urningi, o almeno vi sono sostituiti da certi stabilimenti da bagni quasi esclusivamente per omosessuali di venti e più anni. (Bloch, p. 409).
Ursino: relativo agli ‘orsi’.
Uterosessuale: dispregiativo per il gay che si finge eterosessuale.
Vacanza succhia e fuggi: vacanza breve con l’unico scopo di far sesso.
Vaginoplastica: operazione chirurgica per rettificare il sesso da maschile a femminile.
Vasetto: in napoletano indica un termine desueto che definiva l’omosessuale passivo di sesso maschile. Dal lat. vasu(m). “Per un semitismo penetrato nel latino della Vulgata attraverso il testo greco per effetto di una traduzione letterale dell’espressione biblica ad esso soggiacente, vas è spesso usato nella Bibbia per indicare un recipiente qualsiasi o anche un arnese o congegno”. (A. Niccoli in Enciclopedia dantesca, Roma 1970-1976).
Vastasa: in dialetto barese vuol dire ‘disordinata, poco di buono’.
Veado: anche ‘viado’ in portoghese vuol dire ‘cervo’ o ‘transveado’ e serve per insultare il gay passivo. In Italia è usato per ‘trans sud-americana’.
Velato: chi cela la propria identità sessuale. Omosessuale che si nasconde e che ha paura di rivelarsi in quanto tale. Anche al femminile.
Venereo: da Venere, sensuale, lascivo. Si connette medicalmente alle malattie sessualmente trasmissibili. (MST=malattie sessualmente trasmissibili).
Ventosa: chi bacia senza volersi staccare.
Venus Rising: organizzazione romana che organizza feste per solo donne.
Vergà: fare sesso in dialetto pisano.
Versatile: nei rapporti sessuali omosessuali indica una persona che ha piacere ad avere sia un ruolo attivo che passivo durante i rapporti sessuali, anali in particolare.
Vespa: lesbica.
Vintage: è un tributo che definisce le qualità ed il valore di un oggetto prodotto almeno vent’anni prima del momento attuale e che può altresì essere riferito a secoli passati senza necessariamente essere circoscritto al Ventesimo secolo. Gli oggetti definiti vintage sono considerati oggetti di culto per differenti ragioni tra le quali le qualità superiori con cui sono stati prodotti se confrontati ad altre produzioni precedenti o successive dello stesso manufatto, o per ragioni legate a motivi di cultura o costume. Il vocabolo deriva dal francese antico vendenge (a sua volta derivante dalla parola latina vindemia) indicante in senso generico i vini d’annata di pregio. Talvolta sono oggetti da museo ad essere considerati vintage. In genere, nella versione sostantivata del termine sono definiti vintage oggetti che conservano funzionalità/caratteristiche/fascino/qualità e talvolta estetica superiori ad oggetti contemporanei in qualche modo ad essi paragonabili. La parola viene qui considerata queer nella misura in cui essendo gli oggetti vintage di prezzo di mercato molto alto, spesso solo uomini omosessuali dichiarati e non genitori possono permettersi di affrontare tali costi grazie ad una passione viscerale per l’estetica di qualità.
Visibile: gay, lesbica, transessuale o bisessuale disposto a dichiararsi attraverso i mass- media. Per visibilità si intende l’insieme di atteggiamenti che permettono di identificare l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere di una persona.
Vittimaro: chi ha trovato solo partner sofferenti e paranoici.
Vizio: dispregiativo eufemistico per designare l’atto omosessuale, ‘l’innominabile vizio dei greci.’
Vocetta: voce non virile, acuta, in falsetto.
Voci bianche: uomo omosessuale dal ruolo sessuale ricettivo. Il De Mauro invita a confrontare con l’omonimo film di M. Franciosa e P. Festa Campanile.
Voyeur: guardone.
Walkiria: lesbica combattiva.
Window-shopping: andare in giro per il centro guardando le vetrine dei negozi e informandosi sui prezzi, senza acquistare nulla.
Women only: ingresso riservato solo a donne.
Wonderslip: slip rinforzato, imbottito.
Woof: verso animalesco di origine inglese con cui si salutano in chat di incontri omosessuali, uomini pelosi denominati orsi con altri uomini pelosi denominati orsi.
Worker: divisa da lavoratore.
World Pride: giornata mondiale del Gay Pride, la più celebre si è tenuta a Roma nel 2000.
Yogare: fare yoga.
Yumbo Center: zona di divertimento notturno per la comunità glbt sull’isola di Gran Canaria.
Zaghenne: omosessuale in dialetto romano. Pasolini presenta questa parola nel glossarietto del suo romanzo Una vita violenta.
Zapatao: lesbica in portoghese brasiliano.
Zerofolle: fan di Renato Zero.
Zia: Termine importato dal francese tante e che indica l’omosessuale maschio di solito invecchiato. Molto in uso negli anni Cinquanta e Sessanta, faceva evidentemente riferimento alla figura stereotipata della zia ‘zitella’, solitaria, un poco isterica e frigida nella quale a volte gli stessi omosessuali si identificavano con compiacimento.

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