Gay è (anche) un videogame

di

L’omosessualità nei videogiochi non è più tabù. Lo spiega Luca de Santis in Videogaymes. Omosessualità nei videogiochi tra rappresentazione e simulazione, il primo saggio italiano sull’argomento.

5662 0

“Dal primo accenno di omosessualità tra i colorati pixel dei videogiochi anni ottanta ai matrimoni gay in The Sims 3, c’è una storia da raccontare”. A narrarla, con particolari inediti e spunti sorprendenti, è Luca de Santis nel corposo saggio “Videogaymes. Omosessualità nei videogiochi tra rappresentazione e simulazione” (1975–2009) (ed. Unicopli), che arriverà nelle librerie nei primi giorni di febbraio.
De Santis (che il pubblico italiano conosce per la riuscita graphic novel “In Italia sono tutti maschi” un fumetto su Fascismo e omosessualità), non solo racconta i personaggi gay che hanno conquistato i videogames, e sono ormai a pieno titolo eroi ed eroine contemporanei, ma, all’inseguimento dei pixel arcobaleno, percorre autostrade virtuali inesplorate inseguendo l’omoerotismo che pervade “bistecconi e culturisti” o il pregiudizio e l’omofobia nei videogiochi. E quella dei videogiochi gay è una storia ricca di fascino che non solo adolescenti e adulti smanettoni. Ne parliamo con l’autore.

I videogame hanno ampiamente sdoganato l’omosessualità. Ci spieghi brevemente come e quando è successo?
Il processo è stato lungo e ha rispecchiato la tempistica dei movimenti politici e sociali. Il videogioco, come ogni altra forma di intrattenimento o di creazione visiva, ha raccontato i pregiudizi e gli stereotipi della comunità lgbt negli anni, la sua evoluzione, il suo affrancarsi dal sottobosco culturale alternativo per diventare riconoscibile, comune e mainstream. Nel mio saggio ho cercato di interpretare proprio questo: dare al videogioco la sua dignità e identità di prodotto culturale al pari del cinema, della narrativa, della tv e del teatro. Si va dalla rappresentazione negativa dei gay come perversi e sessualmente deviati, al legame stretto con l’AIDS negli anni ’80, proseguendo con il vittimismo degli anni ’90 e infine la conferma sociale dell’ultimo decennio.

Ben prima del coming out dei videogiochi generazioni di gay hanno desiderato un idraulico come Mario Bros. Che dire poi dell’apprezzamento per le curve e l’indole battagliera di Lara Croft per i collettivi lesbici?
Come per il cinema hollywoodiano degli anni Quaranta e Cinquanta, anche nei videogiochi c’è stata una sorta di Codice Heys che proibiva i riferimenti sessuali oltre che religiosi, ma i game designers son riusciti comunque a far passare un’iconografia ben riconoscibile e a volte interi contenuti. Per esempio penso ai picchiaduro a scorrimento, come Final Fight (Capcom, 1989) in cui l’estetica era presa direttamente da quella omosessuale dell’epoca, o dai disegni di Tom of Finland. Personaggi gay e lesbici ci sono sempre stati, e i giocatori più attenti non se li sono mai fatti sfuggire.

La ricostruzione storica che ne fai nel tuo libro è minuziosa e ricca di sorprese. Che cosa hai scoperto che ha sorpreso anche te?
Negli anni ottanta le buie sale giochi fossero dominio prettamente maschile. Erano luoghi in cui i ragazzi si radunavano per giocare con personaggi iper muscolosi che combattevano contro altri uomini mezzi nudi e dai muscoli guizzanti per una rivendicazione di virilità nell’assoluta mancanza della parte femminile, racconta di un’omosocialità che ha un omoerotismo palese. Penso ad esempio ai tantissimi personaggi transessuali che ho sempre giocato e fruito credendo fossero donne biologiche, come Poison del già citato Final Fight, Bridget in Guilty Gear XX, Shion di King of Fighters XI, King di Art of Fighting, fino al dinosauro rosa Birdo in Super Mario Bros 2 e tantissimi altri personaggi.

Leggi   Una coppia regala i pericolosi libri "gender" a duecento scuole italiane

Scioglimi un dubbio atroce: gli etero giocano gay e cioè, almeno nell’ambito dei giochi di ruolo, interpretano personaggi gay?
Negli ultimi titoli AAA (ovvero blockbuster) i giocatori sperimentano tutte le possibilità fornite dai giochi. Che il Comandante Shepard di Mass Effect 3 possa avere una storia con il meccanico Cortez non è soltanto la prova che i videogiochi possano aprirsi a un target di consumatori lgbt, ma soprattutto di quanto un videogioco possa essere ben programmato.

Che gioco suggeriresti al giocatore gay e perché?
Direi sicuramente la trilogia di Mass Effect, quella di Fable, i due di Dragon Age e The Elder Scroll V: Skyrim, in cui l’opzione di orientamento sessuale e di identità di genere permette sub-plot romantici che favoriscono l’immedesimazione totale con il protagonista. Il videogioco rispetto agli altri media ha il potere di una mimesis totale con il protagonista, e parlando semanticamente più il simulacro, ovvero l’eroe in questo caso, è vicino al giocatore più l’esperienza di gioco è immersiva e coinvolgente.
Salvare un’intera galassia o un regno incantato, essere l’eroe su cui tutti fanno affidamento e avere anche una storia sentimentale gay, è un’esperienza che neppure il cinema ha ancora avuto il coraggio di offrire. Non mi pare che Bruce Willis in Armageddon fosse gay.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...