Generations of Love è tornato in libreria (con una sorpresa): intervista esclusiva a Matteo B. Bianchi

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La scrittura e il senso dell'autobiografia, la comunità LGBT italiana e le trasformazioni nel tempo. Ma anche cose che non ti aspetti, come il tentativo di riabilitare Yoko...

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Il mese scorso, dopo alcuni anni di insensata assenza dalle librerie, è tornato Generations of Love (Fandango, 284 pagg.), il primo grande successo editoriale di Matteo B. Bianchi.

Un libro che è un piccolo classico della narrativa contemporanea italiana, un romanzo che, come si suol dire, ha fatto scuola e che ha incrociato le vite di molti, diventando, anche grazie a una serie di sue caratteristiche intrinseche, una sorta di “specchio generazionale”. Per l’occasione il libro è tornato col vestito della festa: il nuovo sottotitolo “Extension” sta lì infatti a dire che rispetto alla versione originale, questa contiene del materiale in più. Un centinaio di pagine nuove, scritte apposta dall’autore per questo ritorno dai lettori.

Generations of love uscì la prima volta nel 1999: la comunità gay, internazionale ma quindi anche italiana, aveva alle spalle anni oscuri, dolorosi. E la stessa narrazione dell’omosessualità s’era nutrita di quel dolore, raccontandolo, rendendolo emblematico, ancor più indimenticabile. Matteo B. Bianchi provò all’epoca un’operazione inaudita: provò a raccontare un pezzo della sua vita, calcando la mano non sul nero, ma sui colori, non sul male, ma sul pop. Il risultato entusiasmò i ragazzi, gli uomini e le donne di quegli anni. Era nato uno sguardo nuovo, era nato Matteo B. Bianchi.

Ciao Matteo. Cominciamo col dire che avrei troppe cose da chiederti e che soprattutto faccio quest’intervista col senso di colpa per non essere riuscito a fartela qualche settimana fa. Quindi, come facevano i classici, vorrei mettere qui in apertura il mio appello alle muse e agli dei affinché perdonino la mia lentezza e disorganizzazione. Tra parentesi: tu che rapporto hai col senso di colpa?

Un rapporto stretto, nel senso che provo una specie di senso di colpa continuo, soprattutto verso tutte le cose che ho in progetto di fare e non riesco a seguire. Quindi come vedi siamo in due! Diciamo che soffro di un difetto di previsione ottimistica del tempo, mi illudo sempre che sia molto maggiore di quello che ho a disposizione. Per dire, nelle vacanze di Natale ho progettato di fare decine di cose e so già che non ne porterò a termine neanche la metà. E poi mi sentirò in colpa verso quelli a cui le ho promesse.

Generations of Love è un libro molto importante per la scena LGBT italiana, e anzi diciamo pure per la vita di molte persone. Questa nuova edizione – ampliata – è anche l’occasione per pensarci un po’ su. Che effetto fa, oggi, a Matteo B. Bianchi Generations of Love?

Difficile rispondere. “Generations” è un libro totalmente autobiografico, è un pezzo della mia vita che ho deciso di raccontare perché speravo fosse rappresentativo per molti altri ragazzi, e fortunatamente così è stato. Sono trascorsi più di quindici anni dalla sua prima uscita e non so come possa essere accolto dai lettori giovani di oggi, sono curioso di scoprirlo. Questa edizione coincide con la decima ristampa del volume e per celebrare in qualche modo questo traguardo ho deciso di ampliarlo. Ho aggiunto un capitolo in più al romanzo e ho scritto vari racconti che riprendono i personaggi del libro (i miei amici, mia sorella, mia nonna…) dedicando a loro un nuovo spazio per vicende legate in qualche modo alla storia del libro. Un po’ come se fossero i contenuti extra di un dvd, per intenderci. Tornare a scrivere di quel periodo è stato un modo anche per me di riappropriarmi del romanzo, di tornare a sentirlo vicino.

Era il 1999 quando Generations of Love uscì e in un certo senso si era già in un momento particolare: finivano gli anni ’90 e pure un millennio. Sono successe cose rilevanti secondo te durante questi anni nel modo in cui l’omosessualità viene vissuta e raccontata in questo Paese?

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È cambiato letteralmente tutto: oggi abbiamo conquistato diritti che solo due decenni fa erano impensabili, abbiamo attori e cantanti che dichiarano la propria omosessualità con orgoglio, la comunicazione e gli incontri avvengono on line… Una rivoluzione, insomma. Però mi piace pensare che questo influisca poco col senso del romanzo, che in fondo racconta la presa di coscienza di sé di un adolescente nell’Italia di provincia. Anche se a livello sociale le differenze sono notevoli penso che a livello emotivo, umano, le sensazioni siano rimaste molto simili.

Il libro viene generalmente definito un romanzo di formazione e, secondo me, per molti omosessuali l’adolescenza e la prima giovinezza sono periodi che non passano mai. Sembra un po’ che, nel bene o nel male, quella fase della vita per molti ragazzi gay resti un riferimento implicito o esplicito molto forte. Per te è così?

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