GLI ANGUSTI CONFINI DEL CORPO

di

Marco Mancassola racconta la storia di Ettore e Ale, nel romanzo "Il mondo senza di me", descrivendone insoddisfazioni, turbamenti, desideri. Un libro forte, amaro e lucido.

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Sarebbe bello se il libro di Marco Mancassola potesse parlare, emettere tutti i suoni che vi sono contenuti: quella cui ci troviamo di fronte è un’orchestrazione chiara e misurata di voci e suoni diversi, una musica nuova nel panorama della letteratura italiana più recente.

Ciò non avviene soltanto perché Marco attinge saggiamente da grandi autori d’oltralpe: si pensi ai Dubliners di James Joyce, ma anche alla prosa ritmica e incantevole di October di C. Isherwood, alle pagine luminosissime e dolenti di Hercé Guibert o alle atmosfere sublimi del "grande svedese" Stig Dagermann. Quello che Marco realizza è un equilibrio accattivante e misterioso, strizzando l’occhio da una parte a tanta letteratura giovanile, ai trend più o meno contemporanei, e inseguendo dall’altra la sua personale ricerca di scrittore vero.

Non è difficile riconoscersi nelle vicende dei due giovani protagonisti: Ale e Ettore sono immersi in un quotidiano che è quello di ognuno di noi, omo o etero che sia.

La bravura di Marco sta nel dare voce alle loro insoddisfazioni, ai loro turbamenti, ai loro desideri, una voce che cambia pur restando uguale a se stessa, come se gli spostamenti di Ale in bici a Padova, le sue corse sfrenate fossero una proiezione del viaggio verso Amsterdam di Ettore – toccante omaggio a Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli. Una voce che rimbomba nei confini angusti del corpo dei protagonisti, visto sentito descritto nei suoi bisogni più elementari (la pipì, la sete, la fame, le docce) in modo costante, quasi ripetitivo. Sembra vano cercare una via di fuga nella sessualità, come nell’uso di droghe: i personaggi sono inchiodati a se stessi, incapaci di gesti risoluti che possano spezzare questa angoscia.

La cassa armonica del corpo è inoltre suggellata dall’uso continuo della similitudine, quasi che Marco volesse trovare nella classicità della figura retorica un’ulteriore conferma ai limiti della fisicità.

Sempre a questo proposito colpisce la naturalezza estrema, al delicatezza con cui viene descritta la parabola ultima del corpo, la morte, dopo la quale la voce si spegne, e il mutismo diventa inesorabile.

Un libro forte, amaro e lucido, profondo e coraggioso. Che merita lettori attenti. E a quelli meno attenti, auguriamo che il suono di campana dell’incipit risvegli in loro la coscienza di sé, perché intraprendano nuove vie, nuovi percorsi di lettura e di vita.

Marco Mancassola, Il mondo senza di me, Pequod editore, 2001, p. 180, L. 20.000

di Tiziano Togni

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