Il sesso gay in scena a Bologna

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Per la prima volta nel capoluogo emiliano "Macadamia Nut Brittle", riflessione dolce/amara sulla sessualità omosex del duo terribile Ricci/Forte

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Tre attori dalle straordinarie capacità atletiche e una attrice scatenata e irrefrenabile in scena per quasi un’ora e mezzo alternando monologhi scabrosi e duri scontri verbali, lotte violente ed esplorazioni corporali, amplessi al limite del romantico e orge di puro consumismo sessuale. Approda per la prima volta a Bologna Macadamia nut brittle lo spettacolo di cui sono autori Stefano Ricci e Gianni Forte (in foto), il duo terribile del nuovo teatro italiano. Uno show tutto incentrato sulla sessualità promiscua tipica di certo mondo gay, capace di suscitare risate ma anche di risultare disturbante per la crudezza e l’immediatezza comunicativa. Il pubblico bolognese potrà assistere da mercoledì 9 a venerdì 11 febbraio a Teatri di Vita alle performance di Anna Gualdo, Fabio Gomiero, Andrea Pizzalis e Giuseppe Sartori diretti dallo sguardo implacabile di Stefano Ricci che abbiamo intervistato per l’occasione.

Come mai una compagnia innovativa come la vostra non è mai stata a Bologna, che è un po’ la capitale di certa cultura teatrale di ricerca?

Credo che sia solo un caso. O forse un po’ c’è il fatto che l’Emilia Romagna, patria dei gruppi di ricerca teatrale, ha una volontà di guardarsi intorno che non va oltre i perimetri geografici dell’esperienze regionali. O forse semplicemente la reputazione che ci precede, legata a una serie di aggettivazioni un po’ superficiali e che ruotano intorno alla trasgressione, alla dissacrazione e alla violenza, può intimorire qualche operatore.

Mi sembra strano che questo possa intimorire Bologna, capitale italiana della comunità omosessuale…

Effettivamente noi avevamo provato a venire grazie ad alcuni contatti con Gender Bender negli anni passati, ma c’è sempre stato l’ostacolo di un fattore economico. Gender Bender, forse per i tagli alla cultura che condizionano molte rassegne, preferiva qualcuno dall’estero perché è più di richiamo oppure performance più piccole: noi come gruppo non siamo tantissimi ma quando ci muoviamo abbiamo dei costi che incidono più di una performance con un unico performer in scena.

Capisco. Comunque visto che approdate nella "capitale gay" italiana, vorrei parlare dell’origine dello spettacolo che rappresentate, Macadamia Nut Brittle, che a me è sembrato fortemente legato a un modo di vivere proprio del mondo gay…

Certamente. Il lavoro nasce infatti da una riflessione intorno al mondo di Dennis Cooper, dalla necessità di raccontare il suo universo senza voler però riferire le vicende dei suoi ragazzi losangelini. Quello che ci interessava in lui era l’indagine sui vuoti e sul sesso come possibilità riempitiva; il sesso in Copper è in grado da un lato di tappare falle esistenziali e dall’altro di procrastinare l’entrata nel mondo adulto producendo una sorta di giovinezza eterna illusoria, e tutto questo è profondamente legato alla cultura omosessuale. Nello spettacolo vengono analizzate delle vicende che appartengono, almeno nei modi, al tipo di vita di un giovane gay di oggi, però poi profondamente se andiamo a sfrondare dai perimetri superficiali come gli incontri, la chat, il sesso reiterato, si racconta un disagio che esula da metodologie comportamentali e che è condivisibile anche da chi non vive un tipo di sessualità di questo genere. Infatti lo spettacolo viene compreso da un pubblico composto sia da persone che ripercorrono stili di vita vicini a quelli rappresentati sia da chi ne è invece molto lontano.

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Sono curioso di sapere delle reazioni negative: in genere quando si descrivono alcuni stili di vita della comunità gay c’è sempre qualcuno che si risente e ha una reazione stizzita…

In effetti ci sono state, soprattutto da parte dei giovani gay, delle punte di irritazione dovute al fatto che alcuni di loro non riconoscono in questa ricerca incessante di sesso condotta attraverso le chat il vuoto che descriviamo noi. Probabilmente c’è una ipocrisia di fondo soprattutto nelle giovani generazioni che nascondono ed edulcorano tutto attraverso la ricerca del "principe azzurro", giustificando tutto; forse per loro un sano cinismo e una rappresentazione del reale scevra da qualsiasi infiocchettamento buonista può dare fastidio.

Mi racconti un po’ come nasce il duo Ricci/Forte?

Io e Gianni ci siamo incontrati in Accademia di Arte Drammatica, quindi abbiamo avuto una formazione classica. Poi abbiamo deciso insieme di collaborare nella scrittura, quindi componendo partiture drammaturgiche. Poi siamo partiti per gli States perché la formazione tradizionale stava stretta ad entrambi e questo disinteresse comune ha cementato il sodalizio artistico. A New York abbiamo fatto un incontro determinante con l’arte contemporanea; conoscendo questo settore e affinando le arti della drammaturgia verbale siamo tornati in Italia con le idee più chiare. Si è così formato questo gruppo con un’estetica che viaggia su binari paralleli: da una parte un’estetica che lascia poco spazio al minimale e a una descrizione sinottica della realtà. Avendo avuto la fortuna di lavorare per altri media come la televisione e il cinema, abbiamo preso teatralmente le distanze da un tipo di rappresentazione che neghi questi altri due fattori di comunicazione; nel nostro teatro abbiamo deciso di perseguire delle indagini che travalichino l’aspetto quotidiano del reale per andare ad indagare delle zone visionarie da un punto di vista estetico, ma che da un punto di vista verbale e personale possano rivelare qualcosa che va al di là della storia e che è profondamente radicato sottopelle. Il lavoro che facciamo con i performer è un lavoro di improvvisazione con cui andiamo a scavare in zone d’ombra private, in sinapsi che non vengono attivate perché profondamente dolorose; lì andiamo ad edificare delle architetture, delle strutture che in qualche modo siano condivisibili.

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