IL VIAGGIO INUTILE DEL GENIO

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Aldo Busi propone un nuovo prodotto editoriale: "E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno?". Ma i resoconti del suo vagabondare stancano, e l'autore non sa parlare...

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Aldo Busi ha oggi 55 anni, una trentina di opere pubblicate e una decina di traduzioni da varie lingue. Di lui alcuni apprezzano la sua coerenza di gay che ha condotto battaglie solitarie e coraggiose, altri invece non sopportano i continui eccessi, ma non v’è dubbio che abbia fortemente contribuito all’evolversi della questione omosessuale nel nostro paese.
Alla vigilia del gay pride romano del 2000, che suscitò mille dibattiti e polemiche, disse che non avrebbe speso una sola parola in proposito perché aveva già fatto abbastanza per gli omosessuali italiani. E non aveva torto. Se le sue provocazioni degli esordi sono servite a farlo conoscere al grande pubblico, sono state anche utili a imporre prepotentemente all’attenzione dei media il tema dell’omosessualità che negli anni ottanta era ancora tabù.
Dal punto di vista letterario invece è difficile dire quali fra le sue opere resteranno a rappresentarlo. Lui si considera il più grande scrittore italiano vivente. Ma purtroppo, come spesso capita ai geni, i suoi contemporanei lo apprezzano meno di quanto faccia lui stesso. Probabilmente lo scrittore è davvero oltre la logica di noi umili lettori esasperati dalla sua prosa pirotecnica che spazia vorticosamente da un tema all’altro senza perdere mai di vista l’argomento principale di tutta l’opera scritta finora: lui stesso! Un io, io, io, ripetuto fino alla nausea, che secondo lo scrittore è un parlare degli altri.

Forse sarà come dice lui, ma questo ennesimo libro intitolato E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno? (Mondadori, 318 p, 17,60 euro) risulta prolisso, eccessivo e poco efficace.
Nella trasmissione di Maurizio Costanzo di qualche sera fa, un intelligente giovanotto ha cercato educatamente di dirglielo e lui lo ha bollato quale “idiota in marcia”. Allora mi unisco al coro degli idioti per esprimere se non un giudizio completamente negativo su questo libro, un moto di insofferenza verso una scrittura che francamente ha stancato.
Busi è persona intelligentissima ed è un piacere ascoltarlo quando appare in tv dove deve necessariamente sintetizzare il suo pensiero. Il dramma però si consuma sulla pagina dove lo scrittore è vittima di un’emorragia verbale con la quale allaga le sue idee più brillanti in un vano sproloquio che esaspera ed estranea.
Tanto per cominciare ci troviamo di fronte a due diverse opere messe insieme a forza in un unico libro. La prima è costituita dai sei capitoli iniziali che riferiscono di viaggi veri e immaginati. L’ultimo capitolo è il classico divagare di Busi che parla di tutto attraverso se stesso. In questa seconda parte troviamo le pagine più belle del libro, quando egli abbandona il tono di moderno vate e parla direttamente di sé e dei rapporti con i suoi familiari. Già nei Manuali erano molto apprezzabili le pagine relative al rapporto con la madre e col padre. Qui è da segnalare la parte dedicata al rapporto con il nipote undicenne, quello che lui chiama il figlio della figlia della donna che ha partorito anche me.
Forse i primi sei capitoli ce li poteva risparmiare o farne un altro libro di viaggi come il precedente dedicato al suo soggiorno in Madagascar. Della Francia ci racconta principalmente delle due uniche persone intelligenti che ha incontrato nella sua vita; del Marocco ci parla soprattutto della sua arrabbiatura a causa di un’accompagnatrice bella e sfrontata; di Bali ci spiega la qualità dei servizi a bordo della Singapore Airlines e ci descrive l’incontro con un simpatico nativo che gli fa da guida e che storpia l’italiano; di Israele ci dice pochissimo (tranne un breve resoconto sui cazzi duri e circoncisi dei maschi che ha incontrato), e si scatena in una lunga filippica contro le donne. Insomma, avrete capito che si tratta di resoconti di viaggio molto personali nei quali lo scrittore fornisce pochissime informazioni sui luoghi visitati (ma si ha l’impressione che qualcuno se lo sia inventato), mentre si sofferma a lungo su svariati argomenti che non sempre hanno un diretto collegamento con i posti in cui si trova.
Questo divagare ha una sua spiegazione nel capitolo dedicato al viaggio in Argentina, un viaggio insolito perché dopo essere atterrato all’aeroporto di Buenos Aires è subito tornato indietro con l’aereo successivo. Qui lo scrittore ci spiega che viaggiare non lo incuriosisce più perché non sente più possibile alcun cambiamento in sé.
E la chiave di lettura del libro potrebbe essere racchiusa in questa affermazione. Forse lo scrittore vuole ricreare in chi lo legge la stessa sensazione che egli prova viaggiando. E se viaggiare a lui non provoca più nulla, anche a noi lettori leggere i suoi libri fa ormai lo stesso effetto. Se questo è l’intento, be’, Busi è davvero un genio.

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Aldo Busi
E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?
Mondadori, 2004, 318 p., 17,60 euro

di Alberto Bartolomeo

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