Jordan Wolfson: ecco come il sovraccarico digitale invade l’arte contemporanea, svuotandola di significato

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Riempiendo di molteplici elementi e informazioni le sue opere, Jordan Wolfson ci lascia con più domande che risposte, criticando un aspetto di cui tutti siamo colpevoli.

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Osservare le opere di Jordan Wolfson è come entrare in una fiaba a tinte torbide. Come il testo pieno di parole senza senso – Jabberwocky – che Alice trova dall’altra parte dello specchio in Through The Looking Glass, le opere di Jordan Wolfson potrebbero significare qualcosa ma non si riesce a trovare la soluzione. Gli indizi ci sono, certo, ma i significati ad essi associati sono sghembi e di dubbia interpretazione.

Raggiungendo la fama grazie soprattutto a video, l’artista trentaseienne originario di New York ha reso parte costituente della propria arte la contaminazione e l’uso di diverse tecnologie, come l’animazione in rodovetro (CEL – disegno a mano), l’animazione al computer (CGI), riprese video, clip-art, stock photography… abbinandovi l’uso del voice-over, di canzoni o di regolari conversazioni.

I mezzi che utilizza sono molti, ma la questioni centrale, come lui stesso ha sottolineato in un’intervista con Helen Marten, è “il modo in cui elementi non legati tra loro vengono fusi… Creare contenuto è la parte più facile. Mettere [il tutto] insieme in un modo che sia logico è la vera sfida”.

Per comprendere quale sia, dunque, il filo logico che Jordan Wolfson segue nella creazione delle sue opere è essenziale considerare tre video in particolare: Con Leche (2009), Animation, Masks (2011) e Raspberry Poser (2012). Sebbene l’artista sia lontano dal considerarli una trilogia, ciò che è certo è che di una progressiva evoluzione artistica si tratta.

In Con Leche del 2009, frotte di bottiglie di Coca Cola Diet riempite di latte camminano indisturbate per le strade deserte di Detroit, mentre in sottofondo, una voce femminile legge i risultati di alcune ricerche fatte su internet che spaziano da “Kate Moss cocaina” al riciclaggio a “Come faccio a sapere se sono gay?” – voce spesso interrotta dalla voce stessa dell’artista che le dà ordini di aumentare o diminuire la velocità o parlare in maniera più sensuale.

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Still da video Con Leche (2009)

Ora, le bottiglie di Diet Coke sono ritenute l’oggetto per antonomasia del marchio e l’onnipresente pubblicità ad esso associato. Perché quindi riempirle di latte, mentre una voce di sottofondo legge a velocità variabili ricerche dal dubbio interesse o legame?

Entrambe le dimensioni uditiva e visiva hanno in comune una cosa: la rappresentazione fuorviante di determinati aspetti. Sono, in altre parole, una “stilizzazione di inesattezza”. La pseudo-conoscenza trovata su internet e pronunciata dalla donna fa eco alla pubblicità inesatta di un prodotto che ha totalmente capovolto la concezione di “diet”. Insomma, prendere come verità tutto ciò che si trova su internet è un po’ come considerare la Diet Coke un healthy drink.

In Animation, Masks del 2011, invece, ad essere protagonista è la rappresentazione digitale e ricolma di pregiudizi fisici dell’ebreo per antonomasia – un cliché universale che poggia le basi nel personaggio di Shylock del Mercante di Venezia di Shakespeare.

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Anche in questo caso, Jordan Wolfson combina animazione 3D, fotografie, clip-art e voci fuori campo per creare un video che si sviluppa su due dimensioni: uditiva e visiva. Se da un lato l’omino animato sfoglia una copia di Vogue France sullo sfondo di case in costruzione, camere da letto e interni di negozi di SoHo, dall’altro mima una conversazione intima tra un uomo e una donna, poi la lettura della poesia “Love Poem” di Richard Brautigan recitata da più voci, fino a guardarci in modo languido sulle note di “La Mer” di Charles Trenet.

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Still da video Animation, Masks (2011)

Il personaggio rimane invariato sul piano visivo, ma le personalità che incarna – rappresentate dalla pluralità delle voci e dalle “maschere” clip art che gli appaiono sul viso – sono svariate. Questa dissonanza tra visivo e uditivo viene rafforzata dal fatto che questa sua “statua animata” tenga gli occhi fissi su di noi per tutta la durata del video – un aspetto che ricorre spesso nelle sue creazioni. In questo modo, siamo impossibilitati dal considerare nella sua pienezza il video perché influenzati dalle sue occhiate continue, rendendo il rapporto con l’opera puramente soggettivo.

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Still da video Animation, Masks (2011)

L’esperienza fisica (sempre centrale nella visione dell’artista) che noi visitatori avremmo di fronte a tale opera varierebbe enormemente, dopotutto, se chiudessimo gli occhi o se ci tappassimo le orecchie. Ciò che ne risulta, è un video che si dipana su diversi livelli intrecciati: ogni aspettativa di chiarezza-pronta-all-uso è cancellata dalle molteplici voci e dalle maschere in continua evoluzione.

In Raspberry Poser del 2012, la matassa di significato si aggroviglia ulteriormente. Le scene presentate sono un connubio di video digitali, animazione computerizzata, disegno a mano e, tra le altre, una performance dell’artista stesso.

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