L’ARTE DI GUARDARE

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Henry Cartier-Bresson: le sue foto in mostra a Milano

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MILANO. Vedere. Detto della capacità di percepire la realtà con gli occhi. Leggerezza.Detto della precisione e destrezza di tocco: qualità di chi è lieve, leggero, senza gravità.

I bambini che giocano tra le rovine di Siviglia, le donne velate del Kashmir, un picnic vicino alla Senna, un uomo che salta una pozzanghera dietro la Stazione di Saint Lazare – le immagini di Henry Cartier-Bresson sono momenti presi e persi chissà dove e poi riconsegnati intatti all’immaginario contemporaneo.

Vedere e leggerezza. In breve, l’arte di Henry Cartier Bresson, il fotografo più famoso del secolo passato, è questa: una sintesi di intuizione e di armonia, un equilibrio tra l’arte e la vita, una poetica costruita intorno all’attesa, all’osservazione e a quell’inafferrabile dote che è l’organizzazione dello spazio visivo.

Una mostra, che è un po’ un collage di altre passate, ne celebra il genio lungo i corridoi del palazzo dell’Arengario a Milano, tra pareti prefabbricate e un certo disordine espositivo.

Ma il piacere, fin dal primo scatto, è un ospite così ingombrante da far dimenticare tutto il resto.

Lungo e stretto come una statua del suo amico Marinetti, Cartier-Bresson arriva all’inaugurazione defilandosi ancor prima di apparire: da sempre fugge interviste e giornalisti, e anche questa volta non si smentisce rifugiandosi in una piccola sala a bere tè.

91 anni, di buona famiglia e di grande determinazione, inizia come pittore, diventa poi fotografo e ritorna, infine, alla pittura come ad una vecchia conoscenza di cui non si stancherà più. Il suo occhio e la sua Leica sono il retino delle farfalle di un ragazzino curioso che si aggira tra le primavere e gli inverni del Novecento senza perdere un attimo di slancio, senza accusare un’incrinatura o un’incertezza. Nel 1947 con Bob Capa, David Seymour e altri illustri amici fonda l’agenzia Magnum che prende il nome dalla bottiglia di champagne utilizzata per brindare. Più tardi se ne distaccherà per continuare il suo cammino in solitario.

La mostra comincia con una delle sue ultime foto: uno scatto della campagna Provenzale con prato, alberi, ombre degli alberi e l’ombra del fotografo stesso.

"Per fare un prato ci vuole un trifoglio, e un’ape

un trifoglio, e un’ape –

E il sogno-

Ma basterà il sogno se le api sono poche"

(Emily Dickinson)

Il primo scatto, come una quinta, con regista e scenografo in scena, inaugura gli altri che raggruppano per lo più paesaggi, vedute o situazioni dove i protagonisti si scambiano le parti: nuvole che parlano a laghi, cavalli che ascoltano cani, uomini che si stendono come alberi.

"Io possiedo un piccolo talento: posso rappresentare le montagne e le colline" diceva uno tra i più illustri giardinieri del Giappone del 600dc per spiegare l’arte dei giardini: un esercizio della memoria di quelli che hanno viaggiato e nello stesso tempo un indizio per chi non ha viaggiato. E infatti Cartier-Bresson soggiornò a lungo nei paesi raccontati dalle sue fotografie: in Oriente – dove assiste alla vittoria di Mao e ai funerali di Gandhi -, in Messico, in Canada, in Russia, a Cuba e negli Usa.

La sua ispirazione è pittorica, l’ossatura dell’impianto visivo è simile a quella degli antichi maestri della pittura ad inchiostro: necessità di avere più piani, giustezza delle proporzioni e ricerca di equilibrio.

In una foto – Liverpool 1962 – tre bambine camminano per la strada: per quinte hanno il muro di una casa diroccata che ne incornicia il passo; in terzo piano a destra e a sinistra altre rovine sfumate e, infine, nell’angolo alto di sinistra, come una mano che asseconda il movimento verso destra della strada che scende, un gruppo di rami secchi di un albero che non si vede. La giustapposizione di vuoti e di pieni, di bianco e di nero ha del miracoloso.

E così la punta di una gondola che spezza a metà un ponte che una donna in movimento sta attraversando (Torcello 1960) o tre oche che si incamminano come tre Don Chichotte verso un mulino a vento (Beauce 1960) o ancora l’abilità di intuire la luce in un cortile dove una bambina sta saltando (Roma, 1959).

E anche quando la sua arte si fa reportage, lo fa senza enfasi, come accogliendo la storia con umiltà, con sorpresa, senza celebrazione.

"Piuttosto che finestre sullo spazio e sul tempo, le sue foto sono il finestrino di un espresso in corsa attraverso il tempo".

E non c’è giudizio morale, solo rappresentazione: in uno scatto una donna, in un campo di deportati, riconosce una spia della Gestapo che l’aveva arrestata (Dessau, Germania 1945). Il riso di rabbia sul viso della donna, l’annientamento colpevole della denunciata, la curiosità della folla-pubblico, il fare annoiato dello scribacchino: una lezione in sordina sul rispetto, sulla capacità di vedere e sulla volontà di far vedere.

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