LA PSICOTERAPIA “DIVERSA”

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La rivista della scuola della Gestalt dedica un numero all’omosessualità. Giuseppe Iaculo, uno dei primi ad aver affrontato l’argomento, spiega le particolarità di questo approccio.

2003 0

PISA – La psicoterapia non solo aiuta ad affrontare i problemi delle persone; spesso le sue correnti di pensiero possono influire sulla mentalità delle persone in generale e soprattutto degli stessi psicoterapeuti. E’ quanto è successo, ad esempio, con il modello teorico-clinico della Gestalt che ha contribuito a far crescere sia i professionisti a disagio nell’avvicinarsi alla diversità e a forme di amore meno frequenti e conosciute, sia gli individui ed i gruppi eterosessuali, e sia gli stessi uomini gay e le donne lesbiche.
Nonostante ciò, questa scuola di pensiero raramente ha affrontato in maniera diretta il tema dell’omosessualità. Giuseppe Iaculo, uno dei primi psicoterapeuti europei della Gestalt ad aver proposto di recente un saggio sull’omosessualità maschile (Le identità gay, del 2002), ricava le motivazioni di tale mancanza dall’idea che i fondatori avevano della sessualità umana: “L’omosessualità non era vista come un’entità prefissata ed immutabile, così come d’altronde le altre opzioni sessuali. Non ritenevano, partendo anche dalle proprie esperienze di vita, che la sessualità umana fosse divisibile in due nette categorie, eterosessualità ed omosessualità, ma che vi potessero essere piuttosto fasi differenti nell’esistenza, nelle quali un aspetto poteva essere più enfatizzato rispetto all’altro, né che la prassi della terapia della Gestalt dovesse agevolare un adattamento definitivo”.
Recentemente, la scuola della Gestalt ha affrontato per la prima volta in maniera diretta il tema delle relazioni omosessuali: la Gestalt Review una delle principali e più prestigiose riviste specialistiche nel campo della psicoterapia della Gestalt, ha dedicato buona parte del suo ultimo numero a tematiche inerenti all’omosessualità e al sostegno terapeutico che si può offrire ai clienti gay e alle donne lesbiche.
Sulla Gestalt Review, organo quadrimestrale del Gestalt International Study Center diretto da Joseph Melnick ed Elizabeth S. Revell, sono presenti, insieme ad altri, due contributi principali di Carol Brockmon e dello stesso Giuseppe Iaculo, al quale abbiamo chiesto di spiegare il ruolo della Gestalt nella psicoterapia di clienti omosessuali.
Come nasce la psicoterapia della Gestalt?
La psicoterapia della Gestalt si inserisce nel filone dell’approccio esistenziale e delle terapie umanistiche. L’approccio esistenziale si sviluppa intorno al 1930 in Europa e sostiene che l’uomo deve essere compreso in quanto esistenza e che la psicoterapia funziona fondamentalmente come un incontro; all’interno di questo incontro il terapeuta ha il compito di saper valorizzare le risorse e le qualità del cliente, relazionandosi a lui come persona e non come oggetto di studio. L’obiettivo della terapia diventa in tal senso far sì che il cliente possa sperimentare la propria esistenza con effettiva pienezza. Le psicoterapie umanistiche si ispirano al Movimento per lo Sviluppo del Potenziale Umano, sorto negli Anni Cinquanta, e alle idee di Martin Buber, il filosofo dell’incontro autentico “io-tu”, dell’apertura fiduciosa all’altro e del rispetto per la soggettività. La psicoterapia della Gestalt nasce nel 1950 circa a New York dalle idee innovative di Friedrick Perls, psicoanalista tedesco eretico, e dall’ispirazione anarchica di un gruppo di intellettuali (tra i quali Paul Goodman e Isadore From) che, insieme a lui, e a sua moglie Lore, elaborarono il modello del nuovo approccio terapeutico.
Puoi illustrare in maniera accessibile, magari con degli esempi, i principi su cui si basa la Gestalt, per permettere a chi non la conosce di farsene un’idea?
È difficile sintetizzare i principi di un indirizzo terapeutico in maniera divulgativa senza rischiare di cadere nella banalizzazione. Ci provo! Diciamo intanto che la Gestalt propone sia come chiave di lettura del comportamento umano, sia come strumento centrale di cura, la relazione. Ogni conflitto e difficoltà esistenziale va affrontato nel qui ed ora della relazione reale cliente – terapeuta. C’è una sorta di aneddoto che raccontiamo a volte agli allievi nei Corsi di Formazione che forse chiarisce un po’. Se un paziente va in terapia da uno psicoanalista classico, un freudiano, e in seduta inizia a dire di essere arrabbiato, lo psicoanalista può indagare come la rabbia possa avere a che fare con i vissuti antichi legati alle figure genitoriali e magari chiedergli: “Mi dica perché è arrabbiato con suo padre!”. Uno psicoterapeuta della Gestalt, con lo stesso cliente e nella stessa situazione chiederebbe: “Mi dica cosa le fa o le ha fatto rabbia di me?”, e terrebbe presente cosa di nuovo e di diverso dal passato può sperimentare quella persona, nella relazione con lui, portandogli la rabbia. Ho semplificato davvero molto, ma è per provare a farmi capire ai tanti lettori che comprensibilmente non sanno molto del mondo delle psicoterapie.
Stai dicendo che il terapeuta è lo strumento di cura del paziente?
Sarebbe meglio dire che è la disponibilità all’incontro, alla sperimentazione e al confronto di cliente e terapeuta, è quello che succede nel mezzo del loro entrare in contatto (la teoria fa riferimento al concetto di “confine di contatto”) a porsi come momento di cura e di cambiamento. Come ha recentemente scritto Giovanni Salonia, uno dei miei due principali maestri (insieme a Margherita Spagnolo Lobb), nel suo libro Sulla felicità e dintorni, uno dei compiti del terapeuta è, un po’ come fa il poeta, “inventare le parole che curano le ferite interiori del paziente” (Salonia, 2004, 76). E la parola per essere cura deve partire dal corpo, dalla “carne”, essere veramente “mia”, così da avere il potere di toccare l’altro, di incontrare la sua intenzionalità bloccata.
All’interno della storia dell’approccio gestaltico, che rilevanza ha avuto la tematica omosessuale? È già successo che riviste del settore si occupassero dell’argomento? Ci sono esponenti della ricerca che si sono concentrati su questa tematica?
Malgrado negli Anni Cinquanta Frederick e Lore Perls fossero ritenuti figure autorevoli dell’avanguardia culturale statunitense e, tra l’altro, persone vicine, proprio per la loro apertura ideologica, al movimento omosessuale, malgrado la dichiarata ma mai ostentata omosessualità di Isadore From e di molti esponenti del New York Institute for Gestalt Therapy, l’orientamento bisessuale di Paul Goodman, ed una più ampia disponibilità politica e psicologica dell’approccio verso il sostegno per le minoranze, sono stati davvero pochi i terapeuti della Gestalt interessati a scrivere, almeno in passato, sull’argomento. Sono convinto che ciò dipenda dal fatto che in Gestalt l’omosessualità non viene considerata un’entità prestabilita e statica, così come d’altronde le altre opzioni sessuali. La sessualità e l’affettività umane non sono scindibili così rigidamente in due nette categorie: eterosessualità ed omosessualità; anche se ognuno può sentirsi completato maggiormente in un senso o nell’altro nel corso della propria intera esistenza, o solo per una parte di essa. Un’altra peculiarità della psicoterapia della Gestalt è il non dar mai per scontato e per definitivo un adattamento, una forma di equilibrio. Ci si propone di sostenere il continuo divenire della persona, il suo movimento verso la vita. Il terapeuta non ha il compito di definire cosa è “salute” e “normalità”, ma quello di aiutare la persona a trovare la propria “forma buona” (buona in quel momento della sua vita) di pienezza, di maturità.
Per quanto riguarda i testi sull’argomento di orientamento gestaltico credo che l’unico che affronti finora in maniera più dettagliata la tematica del lavoro clinico con i pazienti omosessuali, soprattutto per quanto riguarda il loro processo di coming out, sia il tuo Le identità gay.
Sì, ti ripeto, è stato scritto molto poco in passato su questo. È perciò che l’uscita del numero di Gestalt Review, che include articoli di terapeuti, uomini e donne, dichiaratamente omosessuali, sulla lettura dell’omosessualità in chiave gestaltica, ed un dibattito sul lavoro clinico con gli uomini gay e le donne lesbiche, può essere visto come un segnale, insieme a molti altri, di un importante cambiamento culturale.
Alcuni esponenti del mondo della psicoterapia conservano ancora visioni pregiudiziali dell’omosessualità, che naturalmente si riflettono nel loro operato: credi che il mondo scientifico sia pronto ad escludere sempre più questo tipo di atteggiamento?
Ci sono molti segnali che fanno ben sperare – insieme purtroppo a perduranti atteggiamenti omofobi, più o meno espliciti, di alcuni colleghi –, esiste soprattutto un movimento culturale diffuso, presente a più livelli, nel mondo scientifico e non, ed ormai inarrestabile, che induce a guardare alle “omosessualità” come a varianti naturali della complessità umana. Mi auguro che presto non sia più così fondamentale dover esplicitare il proprio orientamento sessuale, che ad esempio un uomo possa presentare ad altri il proprio compagno senza dover prima circostanziare: “Guarda, io sono gay…!” Ci vorrà ancora tempo, soprattutto in Italia, per arrivare a questo tipo di spontaneità, ed il ruolo degli psicoterapeuti, degli psicologi, degli intellettuali può essere importante nel promuovere ulteriormente questo tipo di cambiamento, ma lo è ancora di più, a mio avviso, quello delle donne e degli uomini omosessuali, bisessuali, a tutt’oggi troppo spesso identificati con stereotipi antiquati.
Mi racconti, brevemente, la storia del percorso terapeutico di un paziente venuto in terapia da te perché in difficoltà nell’accettare la propria omosessualità?
Ti racconto di Paolo, un mio giovane cliente, del quale ho scritto anche nel mio libro. Paolo aveva interrotto gli studi universitari ed avvertiva sentimenti di ansia a depressione, da quando aveva iniziato ad avvertire dei forti desideri di vicinanza e di contatto fisico volti verso Saverio, un suo amico conosciuto da poco. Queste nuove sensazioni gli avevano fatto sorgere il dubbio, per lui stridente, di essere gay. Aveva bisogno di chiamare l’amico più volte al giorno, di vederlo tutte le sere, preferendo spesso la sua compagnia a quella della ragazza di turno, con la quale si sforzava di continuare ad accompagnarsi. Provava sentimenti di gelosia e tradimento quando Saverio sceglieva una sera di non incontrarlo o di uscire con altre persone. Ma si rassicurava rispetto a quest’evidente vissuto di innamoramento ricordando a se stesso e a me che aveva rapporti sessuali “normali” con le ragazze, non faceva fantasie erotiche sull’amico, e non aveva mai pensato al sesso con gli uomini. La crisi di Paolo si è acuita quando, durante un tenero abbraccio con l’amico, ha avuto per la prima volta un’erezione, e già nel momento in cui ha iniziato a dirmi in terapia, con grande imbarazzo, che c’era “qualcosa di me” che gli piaceva. Sono stati la lenta e difficile presa di consapevolezza della sua inequivocabile preferenza amorosa, l’accettazione dei sentimenti che mi esprimeva, una forma di sostegno rispettosa e non invasiva per il suo “venir fuori”, la sua motivazione a fare chiarezza, insieme al graduale lavoro sulla destrutturazione delle sue rigide convinzioni, assorbite in un ambiente familiare molto tradizionalista e da un padre con il mito del “machismo”, a farlo accettare col tempo come gay.
Mi dici in chiusura cosa ha spinto te ad avvicinarti alla Gestalt?
Da ragazzo avevo una certa propensione per l’arte, la musica, il teatro ed aspiravo ad indirizzarmi verso questi campi. Per tutta una serie di motivi e di circostanze, che sarebbe troppo lungo esplicitare ora, ho rinunciato a queste velleità artistiche, anche se la musica, l’arte, il teatro sono rimaste comunque grandi passioni della mia vita! La psicoterapia della Gestalt è un approccio molto creativo, è un’arte, piuttosto che una professione, in quanto si concretizza nell’incontro sempre nuovo e diverso tra cliente e terapeuta, nella loro capacità di “creare” una forma nuova, significativa, originale! L’indirizzo ha inoltre un forte background nelle discipline artistiche, Perls ha fatto teatro con il Living Theatre, idem Goodman, cimentatosi in testi teatrali, oltre che in romanzi e saggi (di Paul Goodman ricordo ad esempio Partents’ Day, un classico della letteratura underground a tematica gay), Lore Perls era appassionata di danza e di musica, Miriam Polster (altra mia preziosa formatrice insieme al marito Erving) era stata una cantante lirica, e potrei continuare a lungo. È chiaro quindi che la Gestalt mi ha consentito di “recuperarmi artista” e di sentirmi tale negli scambi di vita arricchenti con le persone che si rivolgono a me.
Giuseppe Iaculo risponde alle domande dei lettori nella rubrica LEO – L’Esperto Online di Gay.it: clicca qui
Il numero di Gestalt Review incentrato più in generale sul tema del relazionarsi, centrale nel sistema teorico e clinico della psicoterapia della Gestalt, include articoli di terapeuti, uomini e donne, dichiaratamente omosessuali, sulla lettura dell’omosessualità in chiave gestaltica, e ad un dibattito sul lavoro clinico con gli uomini gay e le donne lesbiche.
L’elenco completo degli articoli pubblicati su Gestalt Review volume 8 numero 2 è il seguente:

  • Brockmon C., The Fish is in the Water and the Water is in the Fish: A Perspective on the Context of Gay and Lesbian Relationships for Gestalt Therapists, in: “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 161-177.
  • Iaculo G., Relational Support in the Gay Coming-Out Process, in: “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 178-203.
  • Aaron B., Coming Out as a Life-Long Practice: Commentary on “Relational Support in the Gay Coming Out Process” by Giuseppe Iaculo, in “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 206-209.
  • Brockmon C., Response, in: “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 223.
  • Cook C. A., Commentary on “The Fish is in the Water and the Water is in the Fish” and “Relational Support in the Gay Coming Out Process”, in: “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 217-222.

  • Iaculo G., Response, in: “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 224-228.
  • Layton M., Commentary: The Fish is in the Water and the Water is in the Fish, in: “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 204-205.
  • McCann A., Commentary on Articles by Carol Brockmon and Giuseppe Iaculo, in: “Gestalt Review”, 8 (2), 2004, 210-216.
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