Le cinque rose di Jennifer

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Torna in scena uno dei testi più importanti del teatro gay italiano contemporaneo: ironia e canzoni che nascondono angosciose solitudini.

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Ritorna con una veste nuova uno dei più coinvolgenti spettacoli gay contemporanei: Le cinque rose di Jennifer, tra le prime opere di Annibale Ruccello, talento tragicamente scomparso in un incidente stradale, che il palcoscenico non smette di rimpiangere e riscoprire (basterebbe l’esempio di Giuliana De Sio in "Notturno di donna con ospiti" o di Isa Danieli in "Ferdinando").

Siamo nel quartiere dei travestiti di una immaginaria periferia napoletana di recente costruzione: le linee telefoniche sono nuove e le interferenze all’ordine del giorno. La radio trasmette di continuo bollettini tragici sulla morte dei travestiti. Cadono uno dopo l’altro, preda di un serial killer tanto spietato quanto inafferrabile.

Uno di questi, Jennifer, si presenta come donna in tutto e per tutto, al punto di giungere a parlare del bambino che ha perduto. Gira per casa, si cambia d’abito, risponde al telefono, ascolta la radio e attende. Attende il ritorno di Franco, l’uomo che le ha fatto perdere la testa e che dovrà portarla via da un destino di solitudine. Attorno a lei e alla sua ironia malinconica, solo la musica, di cui Jennifer si impossessa per divenire a tratti una cosa sola con essa.

Mina, Patty Pravo, Milva, Ornella Vanoni, Gabriella Ferri: l’abilità nell’utilizzarne le canzoni (in questa versione quasi tutte quelle previste dal testo) senza spezzare il ritmo ma iniettando ulteriore carica emotiva a questa piccola vicenda in un’unica stanza, la struttura così sottilmente metaforica eppure tanto reale, basterebbero per comprendere perché Ruccello avesse una marcia in più rispetto a molti autori contemporanei.

Il protagonista, Leandro Amato, per quanto possieda fisicamente tratti e fattezze decisamente maschili, risulta del tutto credibile, di volta in volta romantico e patetico, realistico e perfino sarcastico. La sua interpretazione, ricca e generosa, ricambia il dono che un personaggio simile fa ad ogni attore che abbia la fortuna di indossarne le vesti.

Al suo fianco, Fabio Pasquini nel ruolo di Anna: altro travestito, altro esemplare di solitudine, eccezion fatta per una gatta. In contrasto col suo compagno di scena, si caratterizza per il taglio violento dell’eloquio, una minore caratterizzazione dialettale e un impatto emotivo fortemente ambiguo. La scena in cui i personaggi interagiscono si spoglia di ogni orpello senza perdere mai la sua credibilità. La stilizzazione punta su rari e misurati effetti di luce, su pochi oggetti della vita quotidiana capaci di assumere una loro violenza simbolica, quasi fossero gli unici compagni di Jennifer.

Di fondo, lei è una creatura sola. Poco importa se sia un uomo o una donna, in quale anno e luogo viva, se la gente con cui interagisce al telefono o di persona sia reale o frutto di un delirio. Lo spettatore ne è avvinto e vorrebbe gridarle che non tutto è finito, che c’è ancora una speranza.

Eppure, per quanto struggente nel suo pessimismo, lo spettacolo è anche divertente e, comunque, mai noioso. Triste e amaro, rappresenta un’epoca in cui ci si poteva interrogare sulla felicità, ma i ventotto anni trascorsi non lo hanno ancora reso un pezzo d’epoca. La sua attualità è ancora troppo evidente, anche se preferiremmo che così non fosse.

Compagnia Teatro il Quadro presenta

"Le cinque rose di Jennifer"

di Annibale Ruccello

con Leandro Amato e Fabio Pasquini

regia Agostino Marfella

Fino al 16 Novembre 2008

Roma – TEATRO ARGOT

via Natale del Grande 27 – tel. 065898111 – www.argot.it

(foto: Pino Le Pera)

di Flavio Mazzini

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