MIO FIGLIO? E’ DIVINA.

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La biografia di Divine scritta dalla sua mamma. Con inedite foto di famiglia. Ecco cosa vuol dire essere madre di un mito gay.

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Se volete far pratica d’inglese leggendo un libro scritto col cuore di una mamma, il momento è arrivato. E’ la biografia di Divine, l’icona gay più celebre del mondo. Attrice, cantante, scandalo totale… scomparsa qualche anno fa e oggi rievocata (o rievocato?) dalla sua mamma. Ma non formalizziamoci troppo su maschile o femminile: con Divine i confini sono stati spostati beeeen più avanti.

Cosa vuol dire essere mamma di un mito? Quali sono le forze profonde che si scatenano nei fenomeni dello spettacolo capaci poi di travolgere barriere, pregiudizi e convenzioni? Con umiltà e puntualità, cerca di spiegarcelo (e spiegarselo) la signora Frances Milstead (oh! anche i terremoti hanno famiglia!)

"My son Divine" che racconta la storia di quest’uomo controverso per tutti, figuriamoci per sua madre. E’ stato personaggio d’imponenza assoluta, fisica e storica: cosa sarebbe la storia del mondo gay senza Divine?

Oggi forse non è facilissimo cogliere l’importanza di quest’impatto: il trash è ormai parte della vita quotidiana, anzi è in testa alle classifiche di vendita senza che neanche ce ne accorgiamo.

Ma allora fu una bomba, e proprio Divine l’ha inventato: la rivincita della cicciona, impersonata da un uomo. Eversiva e bonaria. Goffa e spietata. Imprevedibile. Diceva parolacce tutto il tempo, violentava se stessa (grazie al montaggio), uccideva i genitori con l’albero di Natale perché non le avevano regalato un paio di zatteroni, mangiava pupù di cane, diventava lesbica mentre pregava in Chiesa perché l’avevano violentata (tutto in Female Trouble, Pink Flamingos, Polyester i film girati con John Waters).

Dietro la beffa e il ghigno si nascondeva un enorme bisogno di tenerezza come forse rivelano i suoi hit musical hi-energy con testi ipermalinconici ("Native Love", "You think you’re a man") o l’ultima interpretazione cinema in "Hairspray", film arrivato alla gran massa (si fa per dire), dove Divine fa la parte della brava mamma, evocando forse qualcosa della mamma vera, quella che oggi ha scritto il libro.

Glenn Milstead -questo il suo vero nome- era un uomo dolce, molto sensibile, bisognoso di tenerezze e continue conferme.

Dopo la morte (per infarto) ha subito la dimenticanza ingiusta che colpisce gli artisti che rompono troppe uova nel paniere per l’epoca in cui vivono (salvo essere riesumati decenni dopo).

Per chi vuole capire già oggi, per chi già da tempo segue il cult di Divine… "My son Divine" è una lettura coinvolgente.

Ad aiutare la sciura, Kevin Heffernan and Steve Yeager, registi che con "Divine Trash" (Divina Spazzatura) hanno vinto il premio per il miglior documentario a Sundance 98.

Il libro è illustrato da fotografie di famiglia -inutile dirlo- mai pubblicate prima. Per trovare la forza propulsiva (e le prove generali) di Divine la stella nel Glenn adolescente che cantava nel coro della Chiesa? Una nuova sfacciata e impietosa versione del mito americano.

E se il successo clamoroso di un personaggio è riflesso di una comune appartenenza a qualcosa di superiore, Divine non è stato un nome a caso. Divine era – e resta – la luminosissima e paradossale scintilla di un dio dimenticato.

My Son Divine, Alyson books.
256 pagine, edizione non rilegata, $19.95.

Gli Autori

Frances Milstead, oggi in pensione, vive in Florida ed è attiva esponente dei gruppi religiosi che si battono per migliorare l’accettazione di gay e lesbiche nella società.

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Kevin Heffernan è assistente alla cattedra di Cinema della Southern Methodist University-Dallas, dove vive con moglie e figlia.

Steve Yeager è regista di Divine Trash, On the Block, In Bad Taste. Vive a Baltimora, citta dove hanno preso vita i capolavori undergronund di John Waters e Divine.

Per acquistare il libro e leggere un estratto (il catalogo della casa editrice è ricchissimo di titoli gay): http://store.yahoo.com/alysonbooks/mysondivine.html

di Paolo Rumi

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