NIJINSKY MON AMOUR

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Parigi: una mostra sul famoso danzatore e coreografo, la prima icona gay del Novecento.

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PARIGI. Ha lasciato appena quattro coreografie, eppure è uno dei padri fondatori della danza moderna del 900. Ha ballato soltanto 10 anni, dal 1909 al 1919, ma ha segnato una traccia profonda e indelebile, costruendo intorno a sé l’aura del mito e della leggenda, Sicuramente Vaslav Nijinsky, morto nel 1950, resterà il nome più famoso della danza del ‘900. Anche per la scia tragica che ha seguito il suo destino, così intimamente legata alla sua sessualità e alle sue scelte di vita: un successo clamoroso per un decennio e poi per 30 anni, dal 1919 al 1950, tanti quanti ne aveva vissuti sino ad allora, sprofondato nella follia.

A Parigi, che fu teatro delle sue gesta artistiche più clamorose, il Musée d’Orsay, con la collaborazione del Dansmuseet di Stoccolma e con il concorso della collezione privata di John Neumeier, direttore del Balletto di Amburgo, presenta sino al 18 febbraio una mostra davvero definitiva sul danzatore e coreografo. Foto, disegni, dipinti, manoscritti, costumi ci fanno ripercorrere la carriera breve e sfolgorante del danzatore russo di origine polacca. Accanto a cose conosciute come i disegni di Valentine Gross , ai dipinti di Léon Bakst ecco bellissimi e meno noti ritratti di Kokoschka, Klimt, Modigliani.

E una impressione emerge prepotente dalle foto e dai disegni che lo ritraggono: danzatore totalmente fuori della norma, coreografo rivoluzionario, Nijinsky, per la prima volta, proiettava sul pubblico l’immagine compiaciuta di un essere carico di sessualità eppure di totale ambiguità. Nijinsky non è stato certamente il primo danzatore omosessuale, ma sicuramente il primo che ha riflesso apertamente in scena questa qualità. E per molto tempo è stato l’unico. Si dovrà aspettare il secondo dopoguerra, Merce Cunningham, i post modern degli anni 60 e 70, la danza europea di fine secolo, perché l’uomo in scena rinunci definitivamente alle prerogative di virilità in scena.

Ma torniamo a Nijinsky. Il sorriso sfrontato e trionfante che emerge dalle immagini in mostra, la gioia con cui metteva in scena il proprio corpo (tremendamente tozzo e sgraziato nella vita di tutti i giorni) denunciano la voglia di scandalizzare con atteggiamenti effemminati, il gusto di portare in pubblico modi di fare sino ad allora magari relegati in ristretti circoli omosessuali. In una parola: Nijinsky in scena "scheccava". Non soltanto, ovviamente. Tutta la sua storia artistica in quei dieci fatidici anni è un cammino attraverso personaggi speciali. Ipersessuati, come lo schiavo d’oro che attira le attenzioni della moglie del sultano in "Sheherazade", come il "Fauno" che si masturba con la sciarpa della ninfa. O di totale ambiguità come lo spirito leggero che con un costume fatto di petali di rosa visita il sonno della fanciulla appena rientrata dal ballo in "Spectre de la rose".

O, ancora, perdente di fronte alla virilità del rivale: Arlecchino in "Carnaval", ma soprattutto pupazzo innamorato della Ballerina, sconfitto dal Moro, tenuto a bada dal Mago in "Petrushka". Mai balletto espresse più computamente la condizione umana di Nijinsky. O perlomeno quella che egli dà di sé nei suoi diari, di cui quest’anno Adelphi ha pubblicato l’edizione completa e non censurata.

In poche settimane all’inizio del 1919 , prima di perdere coscienza nella follia, Nijinsky vergò le confuse e ossessive pagine di diario (e altrettanto ossessivi disegni dove il segno di base ripetuto all’infinito è il cerchio).

Da queste pagine risalta tutto il suo disprezzo per Sergej Djagilev: il padrone, l’impresario, l’amante. L’artefice della sua gloria, colui che seppe costruire la sua fama di ballerino scandaloso e di sublime bravura, il talent scout che capì la forza rivoluzionaria delle sue coreografie, fu anche l’uomo che lo distrusse, quando subito dopo al prima guerra mondiale durante una tournée in Sud America Nijinsky sposò l’ungherese Romola de Pulszky. Semplicemente non lo volle più come stella dei Ballets Russes, lo licenziò. E solo, pieno di idee ingenue e generose, Nijinsky non seppe crearsi una autonoma vita artistica: affondò, fallì. Sta anche in questo la sua tragedia.

Negli anni del successo, racconta nei diari, passa le giornate alla ricerca di cocottes sui boulevard parigini e trascorre le notti nel letto di Diagilev i cui capelli tinti, ricorda con disgusto, lasciavano tracce di grasso nero sui cuscini. Eppure lo faceva, non manca di ripetere per trovare una giustificazione al proprio comportamento, perché la gloria, i soldi servivano a mantenere a Pietroburgo la vecchia povera madre e il fratello folle chiuso in manicomio.

Un animo tormentato che probabilmente, nella vita reale, aveva bisogno di un alibi, un uomo profondamente diviso nei desideri, ma che in scena, lasciando alle spalle le tragedie della quotidianità sapeva far risplendere un nuovo genere di ballerino, e diventava la prima icona gay del 900.

di Sergio Trombetta

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