NON SOPPORTO QUESTO MACHISMO

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E' in libreria "Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin", del colombiano Efrain Medina Reyes. Gay.it lo ha intervistato nella sua casa di Bogotà. "Le coppie gay? Comunicano...

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BOGOTA’ – Belloccio lo è, con quello sguardo arruffato dopo una notte di bagordi, chiaro lo è ancora di più. Efrain Medina Reyes riceve i suoi ospiti con la bocca ancora impastata dal sonno in un paio di terrificanti pantaloni arcobaleno. E ci accoglie con un:
Vuoi una birra?
Ma sono le dieci del mattino…..
Giusto. Allora un whisky?
Lasciamo perdere, va’. Senti, ma tu come hai cominciato a scrivere?
Ho iniziato fra i 20 e i 21 anni. Studiavo medicina ed ebbi una crisi emozionale di quelle che mi capitano ogni tre giorni. Decisi di mollare l’università e dedicarmi ad altro. Con alcuni amici iniziammo a girare video sperimentali per un gruppo di teatro che ci aveva contattato. Si trattava di scrivere musica per il teatro. È stata la prima volta che ho scritto qualcosa. Poi m’innamorai di una delle attrici. Siamo rimasti assieme a lungo. Lei però odiava la mia musica, preferiva ascoltare schifezze cubane. Ma le piaceva la poesia. Allora andai all’università e in biblioteca presi un testo di un tale, Ernesto Cardenal, un poeta. Mischiai le sue parole alle mie e regalai alla mia ragazza alcuni versi. Fu così che la conquistai. Con il tempo ci presi il gusto, ma non pensavo che sarebbe diventato un lavoro. Quando la nostra relazione terminò, lei mi restituì i miei scritti dicendomi che facevano schifo, che erano una porcheria. Sapeva che erano scopiazzature. Lo aveva sempre saputo, per tre anni. Credo che sia stato a quel punto che ho pensato che lo scrivere poteva diventare un lavoro. È stata una rivincita. È cominciata così ed è diventato un vizio. In famiglia però sono l’unico. A casa mia sono persone normali, di arte e cultura non gliene frega nulla. Mangiano, si sposano, fanno figli, insomma vivono. Mi hanno sempre visto come una cosa strana.
Da dove trai l’ispirazione per titoli tanto suggestivi e provocatori come, “Una volta ho incontrato l’amore però ho dovuto ammazzarlo” oppure “Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin“?

Mah, la mia estetica è quella dei fumetti, del cinema underground, del rock e del blues che ascolto da quando avevo nove anni. Ha formato il mio linguaggio. Il titolo del mio primo libro “Una volta ho incontrato l’amore però ho dovuto ammazzarlo” si può dividere in due parti. “Una volta ho incontrato l’amore” sembra l’inizio di una favola. La seconda parte “…ma ho dovuto ammazzarlo” sembra invece presagire un poliziesco, un giallo, come dite voi italiani. L’amore è una fantasia, ma anche una cosa… sporca, non è puro, non ha bisogno di esserlo. Le uniche cose a cui serve l’amore sono sposarsi, fare figli, avere una famiglia e magari andare a lavorare in banca. L’amore serve solo a mostrare le nostre debolezze, quanto siamo vulnerabili. Cesare Pavese dice che l’amore non è spogliare due amanti uno davanti all’altro, ma ognuno di fronte a se stesso. Tante persone soffrono per amore. Ci stanno male persino degli idioti come Berlusconi o Bush. Si, addirittura creature così inferiori soffrono per amore. Ecco perché mi sembrava che il titolo andasse bene per la storia. Non è che sia disincantato dall’amore e non ci creda più. L’amore è questo.
“Tecniche…” invece di cosa parla?

Di tante cose, ma la parte che mi piace molto gira attorno alla relazione di due donne. Una è etero, l’altra è lesbica e alla fine riesce a sedurre l’amica. Gli esseri umani, a me sembra, non hanno una condizione sessuale predefinita. Il sentimento è una condizione intellettuale, non solo fisica. Si tratta di due esseri che si innamorano l’uno dell’altro. Il perché non lo so nemmeno io. Forse la donna “straight” si decide per una relazione omosessuale perché la vede come un rapporto meno dominante rispetto a quelli che ha vissuto con gli uomini. Il mio prossimo libro s’intitolerà “Sessualità della pantera rosa“. Anche questo lavoro tratta questo tipo di relazioni. I miei titoli sono provocatori perché la gente è conservatrice. Non hanno nulla di straordinario.
Ci sono eventi personali presenti nei tuoi libri?
Si, non ho una grande immaginazione, né una grande educazione nel senso più intellettuale del termine. Le storie che racconto sono in gran parte autobiografiche. Si tratta di cose che ho vissuto.
Ma, insomma, tu chi o che cosa sei?
Sono un uomo. Vivo, m’innamoro, racconto e critico quello che non mi piace come questo schifoso machismo che vedo in giro, non solo qua in America Latina. Mi fa sorridere la presunta eterosessualità di tanti. Guarda quanti uomini preferiscono stare con altri uomini, si baciano, si scambiano effusioni, anche qui da noi. Si ubriacano, preferiscono stare assieme a gente del proprio sesso. Io credo che l’amicizia sia di per sé un innamoramento.

Non è necessario che si finisca a letto. Francamente non capisco che cosa ci sia da vergognarsi. Non c’è nulla di più fico, di più tenero di due tipi che si baciano. Spero di non fare incazzare qualcuno, ma arrivo a dire che sia più facile comunicare con qualcuno del proprio sesso. Spesso le coppie etero hanno difficoltà a parlare. Spesso solo un uomo può comprendere un altro uomo.
Ma tu sei misogino?
Ma quando mai? Mi fa incazzare l’uso della donna per vendere tutto, dai pannolini alla birra. Sono per la libertà e parlando della donna uso sempre una frase che mi piace molto: “la donna nasce puttana, poi la società la corrompe”. Quello che non sopporto è la doppia morale. Qualcuno mi ha chiesto come mai nei miei libri non ci sia mai una figura paterna. È perché faccio parte di una generazione cresciuta senza padre, per me la donna è un punto di riferimento…. Ora la prendi una birra?
Dammela, va’…

di Peter Blazan

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