QUEER CARTOONS STORY

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Fumetti animati gay, dal comico all'hard-core

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Le feste natalizie sono il periodo in cui, tradizionalmente, i film di animazione invadono le sale cinematografiche italiane. Gli Stati Uniti (da Disney in poi) detengono il primato in questo settore, e a prima vista sembrerebbe strano che questa nazione non abbia mai prodotto della vera e propria "animazione gay", come nel caso del Giappone (clicca qui). Eppure il motivo è semplice: un film di animazione richiede notevoli investimenti, ed esige riscontri di pubblico altrettanto notevoli (non a caso viene pensato "per tutta la famiglia") e, a differenza del Giappone, negli USA non si investe direttamente nel mercato home-video.

Tuttavia negli ultimi anni qualcosa sta iniziando a muoversi, complice la relativa "economia" della computer animation e della stop-motion (ovvero la tecnica usata in "Nightmare Before Christmas", in cui si crea l’illusione del movimento mostrando in rapida successione ciascuna "posa" dei vari pupazzetti protagonisti). Tuttavia la prima serie "gay" statunitense era ancora animata in maniera tradizionale, in perfetto stile trash anni ’60, ed è stata trasmessa addirittura in TV (a partire dal 1996)! Si tratta di "Ambiguously Gay Duo", in cui due muscolosi supereroi (Ace e Gary) vivono avventure super-demenziali, ricche di ammiccamenti e allusioni più che esplicite (viaggiano su un’ auto a forma di dildo, per esempio), non perdendo mai l’occasione di solleticare la malizia dello spettatore con una serie di trovate che definire ambigue è riduttivo.

Nel 1997, seguendo la scia delle parodie supereroistiche, Lewis Klahr realizza un cortometraggio incentrato su Jimmy Olsen (per chi non lo sapesse è il migliore amico di Superman), dal titolo "Pony Glass", ma nello stesso anno vede la luce anche un’ opera per certi versi rivoluzionaria: "Achilles". Gary Morris è un maestro della stop-motion (è stato il capo-animatore di "Mars Attack"), e con "Achilles" ha voluto descrivere il rapporto che legava Achille e Patroclo in maniera finalmente realistica (con tanto di nudi frontali e rapporti sessuali), guadagnandosi però il boicottaggio in diverse rassegne di cortometraggi animati (non ultima quella di Positano).

Sempre nel 1997, e sempre usando la tecnica della stop-motion, Todd Downing realizza "Dirty Baby Does Fire Island", in cui un bambolotto viene iniziato al sesso gay dagli indigeni di un’ isola del pacifico (e nel 2000 bisserà il successo con "Jeffrey’s Hollywood Screen Trick", in cui i bambolotti gay billy "interpretano" il famoso musical "Jeffrey").

Visto il fermento e l’interesse che inizia a circondare questi primi esempi di animazione gay, nei maggiori festival di cinema gay e lesbico statunitensi iniziano a comparire sezioni espressamente dedicate ai cortometraggi animati, spesso realizzati con povertà di mezzi e con tecniche molto semplici (come nel caso di "The rape of Ganymede", rivisitazione del famoso mito greco ambientata ai nostri giorni), ma senz’altro degni di attenzione (non dimentichiamo che anche successi come "South Park" hanno le stesse caratteristiche). Tuttavia un apporto significativo a questo genere di produzione potrebbe arrivare dal’impiego dell’animazione computerizzata, che con un budget molto contenuto permette di ottenere risultati sempre più convincenti e, a parita di costi, convenienti.

Seguendo l’esempio di recenti successi come "Toy Story" e "Shrek", nel 2000 la Inferno Film ha affidato a Peter Warkmark la realizzazione di "Gay Fun One", ovvero il primo video hard gay interpretato da personaggi interamente digitali in ambientazioni di vario tipo: l’animazione è ancora meccanica e grossolana, ma il successo è stato tale che ne sono già usciti due seguiti. Sempre nel campo dell’animazione "hard" proprio quest’anno ha visto la luce "The House of Morecock", tratto dai web-comics omonimi ospitati da alcuni siti a pagamento.

Jonas Morecock è un giovane avventuriero che si ritrova alle prese con ogni sorta di "x-files" (dagli alieni al mostro di Lockness), e ogni occasione è buona per trovare qualcuno con cui fare sesso. I disegni di Joe Phillips (già affermato fumettista) conferiscono alle avventure di Jonas Morecock una marcia in più (anche se le animazioni sono abbastanza legnose), e nei nove episodi che compongono il primo video c’è spazio anche per "omaggi" ai manga giapponesi e ai film disneyani (c’è persino un "sirenetto"). Certo è presto per parlare di un’industria dell’animazione "gay", ma forse è solo questione di tempo (e di buona volontà).

Purtroppo la maggior parte del materiale recensito è per ora visionabile solo in qualche festival del cinema, ma potete saperne di più su "The House of Morecock" consultando il sito ufficiale, e lo stesso vale per "The rape of Ganymede". Per visionare alcuni cortometraggi selezionati al Queer Short Movie Hawards potete cliccare su http://www.planetout.com/pno/popcornq/, selezionando "animation".

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