Quei delicati efebi nudi di Henry Scott Tuke

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Per celebrare l’ottantesimo anniversario della morte, ecco l’opera ingiustamente dimenticata di un pioniere dell’arte figurativa gay inglese, amico di Oscar Wilde e John Addington Symonds.

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Quest’anno si celebra l’ottantesimo anniversario della sua morte, ma il mondo gay l’ha sempre piuttosto ignorato pur essendo uno dei pionieri dell’arte queer. Stiamo parlando di Henry Scott Tuke (1858 – 1929), pittore inglese specializzato in ritratti di efebi nudi o seminudi in contesti naturalistici che avrebbero fatto la gioia di Cadinot ma curiosamente passato alla storia (dell’arte) per un unico, celebre volto, quello del tenente colonnello e scrittore Thomas Edward Lawrence “D’Arabia”, autore del classico “I sette pilastri della saggezza” evocato nel cinecapolavoro del 1962 di David Lean. Nato a York da una famiglia di filantropi e attivisti sociali – il padre Daniel Hack si battè per il trattamento umano dei malati mentali portando avanti il lavoro dell’avo William che fondò uno dei primi ricoveri psichiatrici della storia, nel 1792 – Henry Scott Tuke studiò arte a Londra e Parigi. 

Verso il 1880 conobbe Oscar Wilde che gli permise di entrare dalla porta principale del circolo gay costituito dai cosiddetti “Uraniani” che orbitavano intorno a lui, quali John Addington Symonds, il più grande critico letterario inglese gay dell’800. Tentò anche la carriera letteraria, pubblicando anonimamente un “Sonetto alla gioventù” su “The Artist” e in seguito un saggio per “The Studio”. Così, il suo nome iniziò a circolare nell’ambiente intellettuale inglese ed ebbe la fortuna di poter viaggiare all’estero, in Italia, Francia e persino nelle Indie Occidentali.

 

Nel 1885 si stabilì in un piccolo porto di pescatori della Cornovaglia, Falmouth, dove acquistò per poche sterline una barca da pesca malmessa e la ristrutturò trasformandola nel suo studio permanente galleggiante. I suoi soggetti preferiti erano giovani languidi, quasi sempre biondi e imberbi, che oziano languidamente in barca o sul bagnasciuga, si tuffano in mare o prendono il sole. 

Nel noto “August Blue”, giocato su diverse tonalità di azzurro, tre ragazzi nudi si rilassano su una scialuppa mentre il giovane rematore, l’unico vestito, ferma l’imbarcazione in mezzo al mare. L’omoerotismo dai caldi colori acquerellati è più suggerito che esplicito, raramente i protagonisti dei suoi dipinti si sfiorano pur essendo evidente una sorta di venerazione contemplativa del corpo maschile da parte dell’autore. 

Un suo quadro, “Calore a mezzogiorno”, fu realizzato in due versioni, una naturista e l’altra con tanto di pantaloni indossati per coprire le nudità di un ragazzo e aggirare così la censura. Non raggiunse mai veramente il successo ma si creò una cricca di collezionisti gay che amavano le sue opere e gli consentirono di vivere attraverso la pittura. Praticamente dimenticato anche dal mondo intellettuale omo, fu riscoperto negli anni ’70 dal movimento di liberazione queer e nel 2003 il critico Emmanuel Cooper gli dedicò un esaustivo saggio biografico per Heretic Books.

Un pittore da riscoprire.

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