Quel sottile filo queer che corre lungo il MoMa

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Un curioso itinerario glbt al Museum of Modern Art di New York: non solo la celebre Gold Marilyn di Warhol ma anche il salotto in carboncino di Gilbert...

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NEW YORK – In un pomeriggio assolato che non concede scampo nemmeno all’ombra, ci rifugiamo al Museum of Modern Art sulla 53esima, tra la Quinta e la Sesta detta anche Avenue of the Americas, a due passi da Central Park.

Considerato uno dei massimi musei d’arte moderna e contemporanea al mondo, il MoMa festeggia 80 anni di vita e ospita in questi giorni due omaggi all’avanguardista belga James Ensor e al designer israeliano Ron Arad. Noi, però, proviamo a tracciare un itinerario meno convenzionale e allineato, cercando un filo rosso (anzi, rosa) tra le suggestioni queer che emergono tra le 150.000 opere di questa istituzione kolossal che si sviluppa in estensione su ben sei piani e vanta capolavori di Picasso, Chagall, van Gogh, Kandinskij, Magritte, Monet e molti altri.

Al quarto, dedicato alla pittura e scultura dal ’40 al ’70, la fa da padrona l’ormai classico Andy Warhol, sovrano indiscusso della pop art, di cui è possibile ammirare, oltre agli arcinoti barattoli di zuppa seriali Campbell’s, anche l’originale “Gold Marilyn Monroe” del 1962, donato da Philip Johnson, un po’ deludente per le dimensioni davvero ridotte del ritratto che va quasi a scomparire sullo sfondo dorato in vernice polimerica sintetica (stesso effetto che procura, al piano di sopra, il minuscolo “La persistenza della memoria” di Dalì). 

Seguono a ruota la patriottica “Flag” americana di Jasper Johns, i fumetti murali di Roy Lichtenstein, i caratteri ‘ultrabold’ di Edward Ruscha ma ad attirare la nostra attenzione è l’imponente scultura penica appesa al soffitto di Louise Bourgeois, eccentrica scultrice francese quasi centenaria (è nata il giorno di Natale del 1911), che qualcuno ricorderà per i suoi enormi ragni stilizzati ma anche perché fu ritratta da Robert Mapplethorpe con sotto braccio proprio questo enorme membro realizzato “ricordando chi amo di più: mio marito e i miei tre figli” come ha candidamente dichiarato l’artista.

 

Al terzo piano, dedicato ad architettura, design e fotografia, spicca una curiosa installazione della più longeva coppia gay della storia dell’arte contemporanea, i londinesi Gilbert & George (ma ricordiamo che il primo è nato in Italia, nel bolzanese San Martino in Badia). Riproduce un salotto domestico con disegni a carboncino di un bosco dentro al quale s’incontrano proprio i due artisti, nella loro classica mise da gentlemen in giacca e cravatta. Non mancano varie fotografie elaborate riproducenti loro ritratti ‘gold’ (furono le prime ‘statue viventi’ ricoperte d’oro e argento). 

E le donne? Non ci è sembrato di scorgere molti spunti lesbo, a parte due donne vestite di bianco che si baciano danzando in un Matisse d’antologia o l’iconissima Frida Kahlo in un ritratto a suo modo ‘doppio’ perché accostato a uno specchio con la medesima cornice dove lo spettatore può riflettere la propria immagine e affiancarla a quella dell’artista messicana.

Dopotutto l’arte non ha mica sesso. O no?

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