"GLI ITALIANI? PIENI DI FASCINO"

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Intervista a David Leavitt, che torna in libreria con un romanzo autobiografico. Lo scrittore americano parla delle sue passioni: i ragazzi italiani, Firenze, il sesso. E giudica la...

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Il suo prossimo romanzo sarà autobiografico. In "Martin Bauman", che Mondadori dà in uscita a gennaio, David Leavitt si racconta partendo dal suo primo corso di scrittura creativa fino ad arrivare alla pubblicazione del suo secondo libri, "La lingua perduta delle gru", che coincide con la fine di un travagliato rapporto col suo uomo, quasi un matrimonio che finisce. Nel mezzo, ed erano gli anni ottanta, il coming out, la società letteraria di New York, la comparsa dell’Aids nel mondo gay americano.

Una vera autobiografia di ben 480 pagine, uno spaccato di vita e società. Leavitt, attratto dall’Italia, vive per buona parte dell’anno nella campagna toscana. Aspettando il suo romanzo-confessione, ecco cosa ci ha raccontato.

David, cosa ti piace di più dei ragazzi italiani?

La loro simpatia e la loro cultura. In Italia vedo un livello di cultura unico al mondo. Fisicamente poi adoro i ragazzi italiani, li trovo davvero affascinanti…

Quali criteri useresti per definire, in astratto, la bellezza?

C’è un tipo di bellezza che puoi vedere da lontano, la bellezza dei corpi, che per quanto mi riguarda risponde a criteri del tutto soggettivi. Diverso è il discorso per l’attrazione: l’attrazione è una cosa più individuale, che ha a che fare con la personalità, con l’anima di ognuno di noi.

Sessualmente come giudichi gli italiani?

Abbastanza timidi all’inizio, forse per via della loro educazione cattolica. Frequento spesso un locale a Firenze dove ho saputo che alcuni ragazzi si sono lamentati a causa della darkroom, che a loro giudizio è troppo poco "dark". Vedi, si tratta probabilmente di vergogna indotta dall’educazione cattolica.

A proposito di Firenze, è nota la tua passione per la città di Dante. Puoi spiegarne il motivo?

Per ragioni personali e storiche. Firenze è oggettivamente una città bellissima. Inoltre ha una lunga tradizione di tolleranza omosessuale. Nel Rinascimento la pratica della sodomia era diffusa ed accettata, specialmente tra gli aristocratici. Anche durante il Settecento e l’Ottocento Firenze si è distinta per la sua legislazione favorevole in tema di omosessualità, tanto da diventare in alcuni casi il rifugio di intellettuali omosessuali, come per Henry James.

Tu vivi molti mesi in America. Quale città consideri la capitale gay americana?

Sono due le capitali, anzi tre: San Francisco, New York e Los Angeles, con alcune differenze. Los Angeles è probabilmente la capitale della perversione, San Francisco è indubbiamente la capitale della comunità omosessuale, la città con il più forte senso di appartenenza. New York è la capitale della vanità, della ostentazione dell’orgoglio omosessuale.

Come vedi la comunità gay italiana?

Working in progress, ma dipende dalle città. A Milano è a buon punto. A Bologna ritrovo lo stesso spirito di comunità di San Francisco. Qui c’è un centro di aggregazione ben organizzato, dove i gay non vanno solo per incontrarsi, ma dove discutono, si aprono alla società civile, interessano le istituzioni. Questa dimensione "culturale" c’è anche a Firenze e a Roma, meno a Napoli, quasi per niente a Palermo. Forse in queste due ultime città interessa più "fare" che "essere".

Qualcosa sta cambiando, a tuo parere?

Dipende. Il cambiamento interessa specialmente le grandi città del centro-nord, dove i gay hanno acquistato fortunatamente maggior visibilità. Diverso è il discorso per la provincia, dove essere gay è ancora considerato un dramma.

Credi che il "coming out" sia una forma di impegno civile?

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Credo prima di tutto nel rispetto delle posizioni altrui, qualunque esse siano. Poi credo nell’impegno civile che ognuno di noi può esprimere con il proprio outing. Ma ognuno di noi è diverso dall’altro. Non tutti sentono il dovere di assumere la stessa posizione coerente. Alcuni uomini non dichiareranno mai la loro natura gay per paura, per vergogna, per calcoli di carriera. Dobbiamo rispettare ugualmente questi individui, comprendere il loro disagio, anche se le loro scelte non aiutano la comunità gay.

Come giudichi l’adozione dei figli da parte di coppie gay?

Molto positivamente. L’unico argomento che ancora si oppone è quello secondo cui crescere in una famiglia omosessuale ostacolerebbe la maturazione psichica del bambino, per cui egli incontrerebbe maggiori difficoltà nello studio, nella socializzazione, rispetto ad un bambino cresciuto in una famiglia eterosessuale. A parte che ogni bambino ha i suoi problemi, crescere in una famiglia gay non sarebbe né meglio né peggio che crescere in una normale famiglia eterosessuale, con tutti i suoi problemi quotidiani. Gli studi più recenti sostengono che tra le due "categorie" di bambini non esiste alcuna differenza. Semmai l’unica differenza che gli psicologi hanno riscontrato è che i bambini di coppie gay sono più aperti alle possibilità sessuali della vita. E questo a mio parere è un bene.

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