SANDRO PENNA, POESIA CHE ACCAREZZA I FANCIULLI

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Languori omosessuali e amore per la giovinezza tornano e s'intrecciano in tutta l'opera penniana, divenendo anche manifesto poetico: la perfezione dell'arte si svela nella bellezza dei ragazzi cantati

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Molta della bellezza della poesia di Penna sta nella capacità di cogliere l’essenza del nostro comune sentire, cristallizzandola nell’opera artistica e dunque rubandola alla precarietà del tempo. Questa poesia, però, all’apparenza leggera e spesso svagata, deriva in realtà da una terribile crisi dell’essere, figlia legittima dunque delle angosce novecentesche, e – per dirla con Elio Pecora – «da un’alternanza di disperazione e di allegrezza, di discesa verso il vuoto e il niente e di risalita alla luce e alla dolcezza della vita». Come sottolinearono sia Saba che Montale è l’amore, o la sua ricerca, il nucleo fondamentale della poesia penniana. Questo amore esclusivamente omosessuale resta però fermo nella grazia iniziale dell’adolescenza, lontano dal rumore caotico e ambiguo del mondo degli adulti (Forse la giovinezza è solo questo / perenne amare i sensi e non pentirsi). Penna non crede nella città degli uomini, nella civiltà: rincorre e prefigura un’età remota, quella dell’infanzia, al di fuori della storia stessa, e pone il suo dio adolescente, il suo angelo monello, nello spazio e nel tempo del mito, contemplando la propria delusione del poco che di questa bellezza gli tocca. La poesia del poeta perugino nasce dalla vita e dalla tensione interna dell’uomo che non smette di promettersi la gioia. Penna solleva il ragazzo, soggetto-oggetto del suo amore, dalla precarietà dei giorni che lacerano e imbruttiscono, alla perfezione dell’arte che placa e incanta, fermando nella parola l’attimo dell’ebbrezza, dell’innamoramento, costruendo un mondo a parte, definitivo ed eterno. Il ragazzo diventa simbolo. È l’amore che dona le sue gioie ma in ugual misura è dono egli stesso, e in quanto tale è imprendibile come la felicità, come la vita nella sua pienezza. Modo franco e libero di essere, quello di Sandro Penna. Lui non cercò poteri, non mantenne mai a lungo un impiego, era uomo che si sapeva far amare e la sua vita fu costellata da numerose amicizie. Dai giovani ragazzi incontrati all’Acqua Acetosa nei pomeriggi domenicali con i quali poi continuava a mantenere, anche dopo l’incontro amoroso fra i cespugli, rapporti fraterni, all’amicizia con Montale che onorò, poco prima della morte, con una poesia per una pubblicazione del Comune di Genova in occasione degli ottant’anni dell’autore di Ossi di Seppia. Intenso fu anche l’affetto poi contrastato per Elsa Morante e la profonda amicizia con Pasolini, legami che portarono a far vivere nelle pagine in versi e in prosa di questi due artisti alcuni degli ‘angeli dalle ali sporche’ che palpitano sospesi tra terra e cielo nella lirica penniana. Infine il rapporto complesso con Saba che al margine di una lettera del ’32 all’amico scriveva: «ti vedo sempre colla tua valigetta, le tue nove meravigliose poesie e poca (non molta) nevrosi. O leggero Penna, tu non sai una cosa, non sai quanto t’ho invidiato». Penna in realtà visse continuamente diviso fra il desiderio di scomparire e quello di poter continuamente viaggiare tra gli uomini, vivendo «addormentato entro il dolce rumore della vita», cercandosi e trovandosi nella parola poetica. Di certo la realtà con la sua drammaticità fu un assillo presente per la sua condizione di anticonformista, e la tragedia, se tragedia vi fu, è condensata nei versi scritti nel clima scuro e intollerante del ventennio fascista: “Fuggono i giorni lieti/lieti di bella età/Non fuggono i divieti/alla felicità”. Ma ai momenti di sconforto per l’esclusione dal mondo (che fu soprattutto esclusione dell’anima, prima che conseguenza della sua spregiudicatezza), Penna sapeva contrastare l’attimo di splendore. Ecco quindi che il risveglio torbido nella luce tenue dell’alba e nell’odore stantìo di un treno diventa l’occasione per un nuovo incontro con la bellezza della vita. Il risveglio impastato. La luce del giorno che cresce. Gli occhi finalmente liberi di vedere la giovinezza del marinaio che siede accanto, la sua divisa azzurra e infine, al di là del finestrino, l’immensità luminosa del mare con tutto ciò che esso significa.

Continuamente ma mai in modo noioso i pochi temi (i «rissosi fanciulli», il sole accecante, i languori omosessuali e l’amore per la giovinezza), tornano e s’intrecciano in tutta l’opera penniana, divenendo, come ad esempio nella poesia che segue, anche manifesto poetico. Tutto il vigore e la bellezza, tutta la forza e allo stesso tempo la delicata illusorietà della poesia di Penna trovano manifestazione, in questo caso una volta di più, nella bellezza di un giovane atleta che si scolora in un caldo tramonto estivo, sottolineandone e perdendone nel medesimo momento la concreta fisicità, fissando nella parola poetica l’attimo esatto, languido e intenso, della fine del giorno e dell’apparizione fugace della felicità.

“La mia poesia non sarà

un giuoco leggero

fatto con parole delicate

e malate

(sole chiaro di marzo

su foglie rabbrividenti

di platani di un verde troppo chiaro).

La mia poesia lancerà la sua forza

a perdersi nell’infinito

(giuochi di un atleta bello

nel vespero lungo d’estate)”.

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