SCOPRENDO LO SCHUBERT OMO

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E' in libreria una nuova biografia del grande musicista austriaco, che non tralascia di parlare della sua sessualità. Ce ne parla l'autore.

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Chissà perché esiste un vizio tutto italiano di scrivere saggi in cui gli autori più che parlare al lettore parlano a se stessi. Godono del loro linguaggio colto con rimandi e intrecci interdisciplinari tutti pertinenti, per carità, ma che hanno il risultato di allontanare il lettore medio o, ancora peggio, di mettere in difficoltà i poveri studenti. Saggi che dovrebbero servire alla divulgazione della cultura sono invece uno scambio erudito fra una ristretta cerchia di studiosi al fine di accrescere la propria stima reciproca o per mandare segnali a colleghi avversari. Certa cultura italiana soffre di un provincialismo che sarà impossibile estinguere. Provate a consultare una rivista letteraria realizzata in ambito universitario, oppure un saggio di letteratura antica, un libro su Dante o su Petrarca: ci capirete ben poco.

Purtroppo anche la critica musicale italiana soffre della stessa malattia. I testi dei nostri musicologi sono appannaggio di un élite ancora più appartata e autocelebrativa che sembra godere del proprio isolamento culturale. Senza andare a consultare i loro libri, basterebbe semplicemente pensare ai programmi di sala che illustrano le opere e i concerti dei nostri teatri italiani. Li acquistiamo all’ingresso a prezzi salatissimi, ci servono per seguire il libretto o per leggere la sinossi, ma quando andiamo ad affrontare il saggio critico del musicologo tal dei tali, ecco che la nostra mente si offusca. Di solito ci colpevolizziamo per la nostra ignoranza in campo musicale ma faremmo meglio a diventare più critici nei confronti di questi signori che amano fare sfoggio di erudizione senza servire allo scopo per il quale sono stati interpellati, quello cioè di divulgare.

Tutte queste considerazioni mi sono state provocate dalla lettura di un saggio su Schubert pubblicato qualche mese fa dalla casa editrice torinese EDT. Si intitola L’altro Schubert (173 pagine, 15 euro) e lo ha scritto Sergio Sablich, docente al Conservatorio di Firenze, musicologo, critico musicale e direttore artistico dell’Orchestra regionale della Toscana. Forse perché insegnante e quindi più sensibile ai problemi dell’apprendimento, oppure perché direttore di un’orchestra che ha come obiettivo principale la divulgazione della musica, o semplicemente perché intellettuale attento e intelligente, fatto sta che ho finalmente capito il perché della grandezza della musica di Schubert, che anni di letture – seppur distratte non lo nego – di commenti e programmi di sala (ma giuro di avere pure affrontato la lettura di qualche saggio sul compositore austriaco) non mi avevano fatto comprendere.

Come dice lui stesso nella breve intervista che ci ha rilasciato e che riportiamo alla fine di questo articolo, il titolo del libro fa riferimento al tentativo di far conoscere il vero Schubert che una certa tradizione musicale ha cercato di occultare forse a causa della grandezza della sua stessa musica la quale ha alimentato il mito di un artista tutto modestia e candore, musicista “naturale” e creatore inconsapevole di melodie immortali, che non rispecchia affatto né la tragicità della sua vita né il suo forte impegno artistico.

Aggiungerei alle intenzioni dell’autore anche un altro significato del titolo, perché l’altro Schubert può fare benissimo riferimento allo Schubert che altri prima d’ora non sono stati in grado di spiegare e raccontare con un linguaggio semplice, con esempi chiari tratti dall’analisi dei Lieder o dei concerti, che rendono evidentissimo il valore e l’originalità dell’arte del grande musicista.

Un altro merito del saggio è quello di parlare senza ipocrisia dell’omosessualità di Schubert. L’autore dedica il primo capitolo alla sua biografia e dichiara quanto sia importante fare chiarezza sulla vita dell’artista (non solo di questo ma di tutti i “creatori” di ingegno) per capire meglio la sua arte.

Non che si debba andare necessariamente alla ricerca morbosa dei più piccoli particolari della vita di un autore, ma non è nemmeno giusto negare aspetti fondamentali del carattere, con l’intento di tramandarne un’immagine idealizzata e pura. Un esempio eclatante in letteratura è stato quello di Federico García Lorca di cui la famiglia per anni ha occultato scritti e opere che facevano diretto riferimento alla sua omosessualità e che solo nei recenti anni ottanta, grazie all’abilità di critici ostinati e controcorrente sono venuti alla luce. Mi riferisco principalmente ai Sonetti dell’amore oscuro la cui rivelazione ha del romanzesco.

Nel caso di Schubert uno studio come questo aiuta a chiarire alcuni interrogativi sulla sua personalità e sulle conseguenze che essa ebbe nella sua vita e nell’opera. Tutte le testimonianze di chi lo conobbe concordano su un punto: il suo carattere presentava zone enigmatiche, fra loro sdoppiate se non opposte. E tracce di questa doppia natura inquieta e contrastante è evidentissima nella sua produzione, soprattutto nei Lieder. Sablich li indica sapientemente: nei testi poetici che egli scelse di musicare, nei temi trattati, nella struttura delle composizioni e nell’uso del pianoforte, tutte caratteristiche che danno vita a una nuova creazione: il Lied narrativo a sfondo psicologico.

L’autore spiega che il musicista era stato attratto in modo morboso dall’aspetto più abnorme della poesia romantica. I suoi primi Lieder, soprattutto le ballate, ribollono costantemente di situazioni estreme, efferate e quasi orride: eccessi passionali, fantasie di cadaveri, visioni spettrali, pianti e lamenti, perfino istinti omicidi contro natura, come Der Vatermörder (Il parricida) nel quale è impossibile non vedere un gesto autobiografico di rivolta.

Tutta la sua vita si svolse a contatto di una fitta cerchia eterogenea e trasversale di amici viennesi. Oltre al gruppo di ex compagni di liceo egli frequentò un élite di giovani intellettuali e di artisti. Un elemento di coesione del gruppo era costituito dal rifiuto delle convenzioni borghesi e da una condotta di vita libera, emancipata anche nei costumi sessuali: alcuni di essi erano dichiaratamente omosessuali, altri disinvoltamente bisessuali. Queste amicizie esclusivamente maschili, cementate da un vincolo di comunanza assoluta, furono il fondamento dell’esistenza di Schubert, in un certo senso sostituirono quello a cui lui aveva rinunciato: il matrimonio, la famiglia e la carriera.

Non è dunque azzardato mettere in relazione la natura delle sue scelte artistiche con quelle esistenziali. Ma attenzione, Schubert non si commiserò per questo. Sablich ce lo ribadisce nelle ultime pagine, ricorrendo a un romanzo di Ingmar Bergman intitolato Il quinto atto in cui la musica e la figura di Schubert illustrano una riflessione sulla vita e la morte e sulla giustificazione dell’opera d’arte. Colpisce l’identificazione che il regista svedese compie tra l’artista creatore e il suo destino, rispecchiandolo proprio in Schubert. Nonostante le umiliazioni subite, egli fu consapevole del suo genio, ma era assalito dai dubbi sul significato della sua arte. Soprattutto lo tormentava l’idea che la sua musica potesse essere fraintesa, considerata come una testimonianza di dolore e di rinuncia, al punto che durante un’esecuzione a quattro mani della sua Sinfonia Grande, si rese conto che l’amico Marcus Jacobi che lo accompagnava non aveva compreso le intenzioni della sua opera e proruppe in un’aperta confessione nella quale spiegò che il tema centrale dell’opera è un grido, non di dolore ma di gioia, che serviva a lenire l’inferno in cui viveva, la malattia e la furia dei medicinali. Nel romanzo di Bergman, Schubert sul letto di morte dice con un filo di voce “Sto affondando”. Poi rimane in silenzio per qualche secondo e ascolta… ascolta la sua stessa musica. Infine dice in modo chiaro e nitido: “Non sto affondando, non sto affondando, sto salendo, sto salendo…”.

A Sergio Sablich, abbiamo rivolto qualche domanda sull’aspetto di Schubert che più ci interessa, quello dell’omosessualità.

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