Shakespeare ‘en travesti’

di

Emozioni e ironia, ma anche un sottile gusto per lo scambio dei ruoli: il Bardo non era solo un maestro dei dialoghi e degli intrecci ma sapeva giocare...

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Una tempesta stravolge l’ordine delle cose e la vita degli uomini,

dando il via a numerosi equivoci e a una sottile ambiguità sessuale: è l’inizio di uno dei testi più divertenti di Shakespeare, La dodicesima notte, in scena a Roma fino all’otto marzo al Teatro Ghione, per la regia di Nicasio Anzelmo, con una compagnia di giovani attori bravi (e belli). Verrebbe quasi da chiedersi se il Bardo avesse doti di veggente quando disegnò, sia pure con toni lievi, un tale ingorgo di maschi e femmine travestiti, scambi di ruoli e interrogativi sull’identità.

Al punto che Viola e Sebastian, costretti a sperimentare nuove

esistenze, spacciandosi lei per uomo e lui per donna, più che fratelli gemelli sembrano quasi i principi complementari dello yin e dello yang. Una volta separati, ecco scoppiare il caos, si smarrisce la rotta, non esiste più un centro saldo attorno a cui ruotare, la forza yang è obbligata ad affinarsi con la musica, l’arte e la pulizia, prima di riunirsi alla forza yin che deve a sua volta purificarsi ‘mascolinizzandosi’.

Quando gli inganni saranno svelati e i ruoli sociali ricomposti (ma il Billy Wilder di "A qualcuno piace caldo" avrebbe portato il paradosso perfino oltre), si otterrà un nuovo equilibrio, ma solo fino al successivo e inevitabile caos. Anche perché qualcosa accade anche ai livelli più bassi e, alla fine della commedia, quello che sembrava virtuoso diventa ridicolo e viceversa: l’amore estremo diviene ‘peccaminoso’ e la beffa spinta oltre i limiti sembra quasi saggezza.

D’altronde, la vita stessa per Shakespeare è incomprensibile, proprio come la parola: "Una frase è appena un guanto di capretto per uno che sa parlare: fa presto a voltarne il dritto al rovescio e il rovescio al dritto . . . le parole sono diventate così false che proprio non me la sento di servirmene per dimostrare la verità".

Non è un caso allora che un regista sofisticato come Valter

Malosti abbia preso un altro testo di Shakespeare, non nato per il teatro e l’abbia sapientemente adattato sulla scena, giocando anche lui con un travestimento. Parliamo del poemetto erotico-pastorale Venere e Adone, in tourneé in Puglia e poi a Bologna, opera giovanile dedicata al suo protettore, l’efebico diciannovenne Henry Wriothesley conte di Southampton (di cui è stato ritrovato, un paio di anni fa, un ritratto in abiti femminili…).

Una dea pazza di desiderio per un giovane bellissimo che non riesce a trattenere, nonostante sia avvinto a lei su uno spazio minuscolo (una pedana di ottanta centimetri quadri, metafora di più misteriosi equilibri precari) che scorre avanti e indietro su un binario posto al centro della scena. Ai lati, come crinali di montagne, due veli scuri sotto i quali si illuminano a intervalli tante lucine colorate.

Interpretata dallo stesso Malosti, truccato e travestito, a volte grottesco ma mai ridicolo, grintoso e rutilante, Venere tritura suoni e sputa parole, mentre l’Adone di Daniele Trastu tace (è lei a parlare in sua vece), corpo sfuggente e meccanico, apparentemente in balia di chi lo vuol cogliere e tanto simile al giovane la cui beltà fu narrata nei Sonetti (cosa che implica – naturalmente – che Venere ricordi Shakespeare…).

Ma sopra il gioco degli specchi e dei travestimenti, l’ironica e amara vicenda è un’indagine a tutto campo sull’amore e sulla passione erotica, una sinfonia per la quale il regista ha selezionato accuratamente un ampio ed emozionante accompagnamento musicale, che spazia da Nyman e Bryars a Ligeti, Riley e Andriessen, dal Berio cantato da Cathy Berberian, a Maderna, Rota, Nono e Stockhausen, fino ai più recenti Aphex Twin e Thom Willems. E ancora: Armstrong, Blow, Bryas, John Cage, Death Ambient, Stuart Dempster e Alan Splet.

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Due testi e due messe in scene apparentemente agli antipodi, ma entrambi intrisi della sublime capacità di linguaggio di Shakespeare della sua grande ironia e di un forte trasporto erotico. Ma anche di una straordinaria intuizione per la fragilità dei ruoli imposti socialmente.

Teatro Ghione

"La notte dell’Epifania o… La dodicesima notte"

Traduzione, adattamento e regia di Nicasio Anzelmo

Con (in ordine alfabetico): Tony Allotta, Marco Benvenuto, Cristina Borgogni, Alessandra Fallucchi, Flaminia Fegarotti,  Federico Frignani, Selene Gandini, Ciro Pipolo, Fabrizio Raggi, David Paryla, Natale Russo, Mario Scerbo

ufficio stampa CU.SP.I.D.E. di Michele Luca Nero

www.cuspide.biz – ufficiostampa@cuspide.biz

Teatro Ghione – Roma, via delle fornaci 37

fino a domenica 8 marzo 2009

Teatro di Dioniso

"Venere e Adone"

uno spettacolo di Valter Malosti

ufficio stampa Giulia Calligaro

24 e 25 febbraio, Lecce

giovedì 26 febbraio, Mesagne (BA)

28 febbraio e 1 marzo, Bari

martedì 3 marzo, Bologna

di Flavio Mazzini

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