Una sbirciata al domani

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Alla Biennale d’arte di Venezia si può curiosare oltre la moda e il quotidiano, stupirsi per molte idee geniali e qualche cialtronata. Il nostro inviato racconta l'approccio con...

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Alla bella età di trentotto anni, abbandonando le baruffe politiche e la rubrica di sesso, mi sono avventurato per la prima volta in quel curioso mondo di stimoli, sperimentazioni (ma anche cattivo gusto) che va sotto il nome di Biennale d’arte di Venezia. Con occhi da profano e cauto nei giudizi ma pur sempre gay, mi sono gettato tra calli, corti, campi, rami e gli altri nomi assurdi di quella città assurda e fuori dal tempo, però capace come poche di interagire con la modernità.

Perché l’arte contemporanea sarà pure una cosa serissima, ma a me sembra sempre un gioco, che spazia da un estremo all’altro, dalle mega installazioni alle operine in miniatura, dai video all’idea nuda e cruda, dal figurativo ripensato e aggiornato fino all’astratto più assoluto, fondendo suggestioni, stili e tecniche diversissimi e con diversissimi esiti.

In ogni caso, è praticamente impossibile annoiarsi perché, per quante ripetizioni o delusioni si trovino, pure dietro l’angolo è sempre in agguato la sorpresa, la provocazione riuscita e magari qualcosa di più.

Come le buffe massime lapidarie di Yoko Ono, che riportano a una filosofia naif anni Sessanta, o il cielo stellato in una stanza creato da Chu Yun con decine di elettrodomestici in stand-by, da fotografare con e senza flash per coprire l’inganno.

Oppure le finte cartoline pacchiane “da Venezia” di Aleksandra Mir, le varianti romantiche dei supereroi del Tempio della Bellezza Sublime o la proiezione di Simon Starling, con la pellicola che scorre tutto intorno fino a comporre una scala a chiocciola di celluloide in perenne movimento. 

Se la sessualità e i generi non sono dominanti in questa edizione, qua e là spuntano interessanti eccezioni, come i maschioni superdotati di Tom of Finland, le installazioni di Jan Fabre o il meraviglioso video su nove schermi zeppo di splendidi ragazzi di Unconditional Love, che fa perdere il senso del tempo (ma fate molta attenzione agli orari del motoscafo che vi ci porta!).

Insomma, un tuffo in altri mondi, tra persone gentilissime e altre più freddine (per non dire cafone, ma a Venezia pare impossibile trovare vie di mezzo), prezzi folli e inevitabili disagi negli spostamenti, lontani da auto e motorini ma soprattutto dai turisti giapponesi.

Col risultato che non posso non invitare quelli come me, senza velleità artistiche o eccessivi snobismi, ma animate dalla curiosità di scoprire le tendenze della contemporaneità, a fare altrettanto. Perché essere gay –  almeno così era una volta – non significa solo discoteca, mutande firmate e concerti di Madonna. E nemmeno solo sesso sfrenato.

 

di Flavio Mazzini

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