VITA GAY SULL’ISOLA DEI CONFINATI

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Fascismo. Carmine è un omone alto e grosso, dalla forza straordinaria. Ma è omosessuale. Al confino alle Tremiti. Ecco cosa accadeva lì in quegli anni nel romanzo "Amori...

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La realtà dei gay confinati durante il fascismo costituisce una parte della nostra storia recente non ancora del tutto indagata. A renderla una “storia segreta” sono stati soprattutto loro, i confinati, prima vittime della intolleranza fascista e poi silenziosi sopravvissuti che si guardavano bene dal rivelare i torti subiti in una società che continuava a considerarli indegni. Solo negli ultimi anni alcuni studi hanno cominciato timidamente a fare luce sulla vicenda grazie alle poche testimonianze di alcuni coraggiosi protagonisti. Citiamo gli studi di Giovanni Dall’Orto, e quelli di Franco Goretti che sull’argomento ha anche in preparazione un nuovo impegnativo lavoro.

La difficoltà nel reperire una esauriente documentazione ha reso l’argomento materia per la fantasia di alcuni romanzieri. E’ il caso di Giorgio Robiony e Rosaria Conte, che hanno scritto un’opera narrativa ambientata alle Tremiti, luogo di confino di oppositori politici e omosessuali in epoca fascista, in cui si ricostruiscono i fatti e l’ambiente di quegli anni. Il romanzo, edito dalla casa editrice Rocco Carabba, si intitola Amori al confino (220 pagine, 18 euro) ed è composto su due piani temporali sovrapposti. Yuri, giovane giornalista, viene inviato alle Tremiti dal direttore della rivista per cui lavora: il suo compito è quello di realizzare un servizio-inchiesta sull’esperienza umana del confino, che comportava una convivenza aperta tra “femminielli” (così venivano chiamati sull’isola) e cittadini comuni.

Yuri ricostruisce la storia di Carmine, un omosessuale alto e grosso dalla incredibile forza che prima di finire alle Tremiti faceva il ciabattino e il pittore. Con i suoi compagni di confino, Carmine vive in un camerone e cerca di guadagnarsi qualche soldo in più facendo lavoretti per gli abitanti del posto. La vita quotidiana di confinati e isolani è raccontata con dovizia di particolari: «a Tremiti abbiamo effettuato una serie di interviste di persone anziane che potevano avere un ricordo di quei fatti» riferisce Giorgio Robiony, avvocato e autore con Rosaria Conte, oltre che di Amori al confino, anche del racconto Tremiti della memoria.

L’idea di scrivere un romanzo su questo argomento nasce nei due autori dalla sorpresa di apprendere che le Tremiti siano state luogo di confino di omosessuali: «Da anni passiamo buona parte delle nostre vacanze alle Tremiti. Poi un giorno siamo incappati in questo sito di Giovanni Dall’Orto in cui si citano le Tremiti come luogo di confino. Non sapevamo che gli omosessuali fossero stati confinati». E decidono di approfondire l’argomento.

«Oltre che delle testimonianze, ci siamo avvalsi anche dello studio effettuato da Goretti, ma sempre raccontando episodi verosimili. Le modalità di trasporto dei confinati, dove vivevano, che tipo di attività potevano svolgere, sono realistiche. La maggior parte dei confinati vivevano in un camerone. E quello di cui si parla nel libro è tuttora visibile sull’isola, anche se attualmente adibito a struttura alberghiera». La ricostruzione dell’ambiente dell’isola è fatta con molta cura, anche ricorrendo a una prosa densa di descrizioni che cede al sentimentalismo. Ma al cuore della vicenda resta un interesse genuino verso la sorte dei confinati. Il cui umore paradossalmente non era poi dei peggiori; come evidenzia un testimone che giunge, all’inizio del romanzo, nella redazione della rivista di Yuri, in quell’ambiente «eravamo finalmente noi, non era più possibile sfuggire alla nostra identità… per la prima volta, quella natura, a molti di noi, non apparve più come un orribile destino». Così i femminielli, oltre a svolgere i loro lavoretti fianco a fianco con gli isolani, realizzavano spettacoli, costruivano amicizie. E, naturalmente, avevano occasione di soddisfare i desideri nascosti di qualche maschietto dell’isola.

Ma ciò che colpiva era soprattutto il clima di convivenza e tolleranza: «Certo – precisa Robiony – molti piangevano, ma le condizioni erano abbastanza tollerabili, pur nella persecuzione di regime. Nella popolazione non c’erano atteggiamenti di intolleranza: mi ha fatto impressione una signora che raccontava che prendeva lezioni di ricamo da uno dei confinati. Insomma, c’era una forma di omosessualità accettata, perché antica e scontata». In quei contesti il problema non era andare a letto con un uomo saltuariamente, cosa che oltre che comprensibile era assai diffusa: «Le reticenze maggiori a parlare dell’argomento le abbiamo trovate da parte degli uomini più anziani – rivela ancora Robiony – forse perché anche loro avevano avuto relazioni con i femminielli…».

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