ADELE E MICOL

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Nel racconto di D.Suvilla, una storia d'amore durante la guerra. La paura, l'aiuto ai partigiani, la scoperta...,

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Passo attraverso queste strade di paese con i ciottoli lisci di un selciato che ti scivola sotto i piedi ma che si fa sentire come le nervature di un plantare ortopedico. E mi guardo intorno. La farmacia dei miei bisnonni, rimasta farmacia a tuttoggi anche se i proprietari non li conosco; il bar – tabacchi che vende anche i biglietti a fasce Kilometriche perché la biglietteria della stazione è aperta solo 4 ore al giorno e tutte concentrate nella mattinata. Entro e chiedo un the al limone caldo.

La vecchia mi guarda storto…è abituata agli spritz, alle ombrette, ai calicini, giusto da quando è venuta fuori la pubblicità con quei quattro maschioni di veterinari qualcuno si azzarda a chiederle un Montenegro. Si volta, mette una tazza sotto la pompetta della vecchia Gaggia e la riempie d’acqua bollente. Ci aggiunge un filtro di the, una scorzetta di limone e mi serve il tutto su un piattino che non ha nulla a che vedere con la tazza. Si chiama Adele, lo so, me l’ha detto mia nonna. L’Adele è una di quelle che hanno fatto storia in paese, anzi scandalo. In tempo di guerra faceva la staffetta per i partigiani, lei e la Micol.

Chiudeva il bar ereditato dal padre …tardi, molto tardi, andava in magazzino, e li c’era Micol che

l’aspettava già vestita di scuro con dei pantaloni pesanti di fustagno e delle pedule ai piedi per andar su più veloce. Si cambiava anche l’Adele poi via in due su una bicicletta, con gli zaini pieni di pane, avanzi di salame, le caciotte della cooperativa Stella, due stecche di sigarette. Non avevano mica paura, mi diceva mia nonna, due volte la settimana partivano, arrivavano con la bici fino al capitello poi, da dove iniziava la boscaglia, prendevano a salire a piedi, in silenzio. Micol era la figlia adottiva della maestra elementare rimasta vedova giovane. Fra le due Micol sembrava la più fragile, la più timorosa ma per Adele e soprattutto con Adele sarebbe andata in capo al mondo.

Una notte le camice nere tesero un’imboscata, ma il Consiglio è grande e loro lo conoscevano bene. Adele si ricordava di uno dei primi nascondigli dei suoi amici e passarono lì tutta la notte. Stavano in una buca coperta, sotto terra di un metro e mezzo, strette e accovacciate l’una sull’altra ad ascoltare i fischi degli spari, lo scalpiccio dei piedi veloci sopra le loro teste tra le foglie, il muschio bagnato, le cortecce insidiose degli alberi. Micol batteva i denti per il freddo e la paura. Adele le fece segno di serrare le mandibole. La teneva stretta e le accarezzava la schiena, i loro visi si sfioravano, i respiri erano due ma poco distinti si sommavano l’uno all’altro. Micol azzardò piccoli baci, Adele non si scompose ma con le mani cominciò a frugare sotto gli strati di lana cotta, sotto una maglia fatta a ferri punto riso e poi osò più sotto, scivolò sui fianchi nudi e si eccitò nel percepire un brivido che fece accapponare la pelle di Micol. Questo le dette ulteriore coraggio, osò salire e liberare i seni da una specie di fasciatura stretta che Micol usava in quelle "gite" notturne per non sentire il peso del suo petto ballarle davanti come un davanzale.

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Le accarezzò i capezzoli con le dita finchè Micol le si sedette sopra a cavalcioni sfidando la sua bocca, sì senza dire, chiedeva che la bocca di Adele si avventurasse sui suoi seni.

Passò la notte e non se ne accorsero. Si spensero i rumori degli spari e si diradarono anche gli echi dei respiri affannati di uomini che come cani rabbiosi inseguivano altri uomini .

L’aurora le colse sveglie e consapevoli, innamorate e fieramente avvinghiate. Da allora presero a far l’amore in ogni dove, in magazzino alla chiusura del bar, nei nascondigli, perfino a casa di Micol la domenica pomeriggio quando sua madre si recava al vespro. E proprio una domenica pomeriggio sua madre s’incamminò verso la chiesa ma un freddo birichino che le fece gelare le orecchie la consigliò di rincasare a prendersi un fazzoletto.

Le trovò sul divano nude amanti inequivocabilmente intente l’una sull’altra. Micol fu spedita in collegio, Adele continua a gestire il suo bar. Una volta, pochi giorni prima di venire fin quassù a ritrovare un po’ di me e di quello che mi appartiene, chiesi a mia nonna come faceva a sapere di quello che era stato fra Adele e Micol, sì insomma di quella notte su al nascondiglio sotto il fuoco dei fascisti e di quegli altri incontri furtivi nel magazzino e perfino sul divano della signora maestra.

Mia nonna mi rispose che lei già frequentava il collegio quando in quarta superiore arrivò Micol con la sua valigia e la sua faccia triste e colpevole. Si confidò con mia nonna e trovò un’amica e un’alleata per affrontare gli sguardi dei paesani quando tornavano in quel borgo sperduto durante le vacanze. In mia nonna trovò la fiducia, lo specchio razionale che le dette animo per accettare quello che era stato e per continuare a essere sempre sé stessa, ovunque.

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