I diritti non sono caduti dal cielo: l’errore di Gianna Nannini

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Le critiche che la cantante pronuncia le si rivoltano contro: sono in definitiva indirizzate a se stessa.

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S’è molto discusso nelle ultime settimane di Gianna Nannini e della sua volontà di lasciare lasciare l’Italia per unirsi civilmente con la compagna in Inghilterra, in modo da offrire alla figlia Penelope un contesto più sano e inclusivo in cui crescere.

L’artista ha insomma definito il nostro Paese un Paese arretrato: un Paese inospitale nei confronti delle nuove forme di famiglia e chiuso verso i diritti civili. Molti membri della comunità LGBT l’hanno criticata ma Gianna Nannini, effettivamente, merita queste critiche? Probabilmente è più giusto dire che le dichiarazioni di Gianna Nannini dovrebbero essere ignorate, esattamente come si ignorano tutte le posizioni contraddittorie e insensate, che si auto annullano.

Il suo è un pensiero infatti essenzialmente irrazionale, le critiche che la cantante pronuncia le si rivoltano contro: sono in definitiva indirizzate a se stessa. Perché l’Italia non è solo un Paese privo di leggi adeguate, in cui la politica a lungo è rimasta insensibile, sorda verso i diritti civili. L’Italia ha un’altra tradizione altrettanto ingombrante: quella delle icone gay non dichiarate o che peggio si dichiarano etero. L’Italia è il Paese in cui gli esponenti più in vista della minoranza che reclama diritti si nascondono, negano di appartenere a quella minoranza. L’Italia è quella che è anche per “colpa” dei tanti, troppi don’t ask don’t tell come quello della signora Nannini. Le cose non cambiano solo grazie alle leggi: la sensibilità popolare cambierà solo quando la visibilità diventerà imponente.

Perché mai avrebbero dovuto pensarci gli altri (come in parte in effetti hanno fatto) alle rivendicazioni e alle battaglie per i diritti civili? La politica che istanze avrebbe mai potuto raccogliere se fosse stato per la cantante toscana? Lei per anni, decenni, ha offerto silenzio, omertà, connivenza: le leggi avrebbero forse dovuto cadere dal cielo? Sulla base delle richieste di chi? Degli altri? E perché?

Non è un obbligo prendere parte alla vita pubblica: si può benissimo vivere un’esistenza sospesa, ovattata dalla discrezione e dalla privacy. Perfino dall’alibi dell’arte. Ma se lo si fa poi bisogna ricordarsene. Perché anche le proprie azioni vanno fatte rientrare nel giudizio complessivo di ciò che è stato fatto e non fatto, delle leggi che sono arrivate e di quelle che ancora mancano, dei diritti che sono finalmente tutelati e di quelli che, venendo ignorati, ci rendono un Paese più ingiusto e incivile.

L’Italia è spesso purtroppo il Paese dei vili e delle Gianne Nannini, della gente a cui piace (provare a) incolpare gli altri davanti allo specchio, non rendendosi conto della coincidenza tra punto di vista e figura riflessa. Gianna Nannini avrebbe fatto meglio a tacere, come ha sempre fatto in questi anni, oppure avrebbe potuto cogliere l’occasione per metterci finalmente la faccia, legando queste recenti dichiarazioni contro il nostro Paese alla sua storia di icona gay in incognito. Avrebbe potuto spiegare il senso del suo silenzio durato tutta una carriera, riconoscere l’errore e diffondere, partendo da lì, una lezione di stile e sensibilità necessaria a tutti noi.

(Jonathan Bazzi)

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