FAMIGLIE PATCHWORK

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Esistono anche in Italia: il racconto di una coppia lesbica che vive con una figlia nata al di fuori della loro relazione...

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Un paese civile e democratico è quello che sa dare risposte concrete a ogni parte della società che lo compone, che sia una minoranza o la maggioranza, senza alcuna discriminazione. Le ultime elezioni hanno portato in parlamento due politici, Franco Grillini e Titti De Simone, che possono rappresentare in maniera decisiva i gay e le lesbiche italiani con iniziative che, anche a piccoli passi, speriamo ci portino ad allinearci ai risultati ottenuti dai glbt in altri paesi europei.

Tra gli argomenti che ci riguardano, il più delicato è senz’altro il diritto delle coppie gay e lesbiche a crearsi una famiglia – allevando figli nati al di fuori della relazione omosessuale, famiglie patchwork, oppure allevando figli nati all’interno della relazione omosessuale attraverso l’inseminazione artificiale, famiglie arcobaleno, – sotto la tutela di leggi che le garantiscano. Malgrado il desiderio di diventare madri o padri sia sempre più in aumento nelle coppie che hanno rapporti solidi e duraturi, alcuni esperti, interpellati da giornali che hanno trattato l’argomento, insistono col considerare le famiglie gay e lesbiche qualcosa di alieno nella società in cui viviamo, sottovalutando nettamente il fatto che, seppure con le difficoltà che questo comporta, tali famiglie già esistono e con successo. A questo proposito diventa importante dar loro voce, cercando di stimolare un confronto positivo tra le varie esperienze e, chissà, in futuro, permettendo loro di entrare in contatto.

Ecco il racconto di C. e N., quando si sono conosciute C. era ancora sposata e sua figlia aveva due anni:

C. : Ho trent’anni. Mia figlia ha sei anni ed è nata dal matrimonio con il mio ex marito. La prima volta che mi sono coinvolta in una relazione d’amore con una donna avevo 20 anni. All’epoca stavo già con quello che in seguito sarebbe diventato mio marito. Nonostante ciò, la mia attrazione per le donne in generale mi ha portata ad approfondire le mie domande al punto tale da lasciarmi andare anche in una relazione più intensa. Il mio futuro marito già sapeva e tollerava pazientemente, pensando che si trattasse di una fase di passaggio, di una sperimentazione. Ho convissuto per un anno con una donna mentre vivevo in California. E ho sempre avuto il desiderio fortissimo di avere dei figli. Questo, ma non solo, mi ha portata di nuovo in Italia, con l’idea che se volevo avere dei figli significava che in qualche modo dovevo volere anche un uomo. E così è nata mia figlia e mi sono sposata. Presto però mi sono resa conto che le cose non stavano così come volevo vederle a tutti i costi o almeno come ero tenuta a vederle per cultura, educazione e convenzioni sociali. Mi sono resa conto che il mio desiderio di figli era qualcosa di indipendente dall’amore per un uomo. Con mio marito i rapporti erotico/sessuali sono finiti molto presto. Siamo sempre stati buoni amici, e lo siamo tutt’ora. Lo considero una specie di fratello grande, un confidente affidabile, un buon amico e un valido padre. Mentre eravamo ancora sposati ho conosciuto N. Allora la mia bambina aveva due anni circa ed io avevo molto chiaro per me stessa che avrei voluto avere proprio una donna al mio fianco. L’innamoramento per N. è stato fulmineo, intensissimo, fatto di una comprensione profonda. Io mi sono lanciata a capofitto nel rapporto, senza nemmeno valutare troppo a fondo tutte le implicazioni e le comlicazioni che il nostro stare insieme avrebbe potuto portare. A partire dall’impatto su mia figlia. N. ha conosciuto mia figlia fin dall’inizio della nostra relazione. Presto si è instaurato una rapporto molto stretto tra di loro, fatto anche di momenti di forte tensione per entrambe. Oggi sembra che più il tempo passa più il rapporto tra di loro diventa teso e conflittuale, ma credo che questo sia abbastanza indipendente dal fatto che N. è una donna, quanto piuttosto dal fatto che lei non è il suo babbo, è l’altra, la mia compagna. Intendo dire che se invece di stare con una donna, stessi con un altro uomo, i problemi tra mia figlia e il mio nuovo compagno non sarebbero tanto diversi. Credo sia inevitabile che ci siano manifestazioni di gelosia da parte dei figli nei confronti dei nuovi compagni delle madri, o dei padri, indipendentemente

che questi siano uomini o donne. E accade anche viceversa. Rimane il fatto che N. è una figura di riferimento forte per la bambina. Oggi quando mia figlia parla di noi, si riferisce al babbo e alle sue due mamme. Io tremo ogni volta che lei torna a casa e mi racconta, con estrema naturalezza, che ha parlato di noi in questo modo. Da un lato sono contenta che lei sappia usare tanta apertura sulla composizione della sua famiglia. Dall’altro temo che possa essere ferita, giudicata, maltrattata. Ho paura ad affrontare l’argomento apertamente a scuola, con le maestre o gli altri genitori. Resta il fatto che il messaggio che lei, come tutti, costantemente riceve dovunque e comunque è che le donne stanno con gli uomini, che un uomo e una donna si possono sposare, ma due uomini o due donne no. Il problema per me spesse volte è farle vedere che non sempre le cose stanno così; cerco immagini, foto accessibili alla sua comprensione di bambina, le proprongo storie alternative, ma mi sembra di dover affrontare un muro di cui nemmeno immagino i confini. Io e N. abbiamo parlato molto a fondo della cosa e ci pare che la soluzione migliore sia il dare per scontato la nostra situazione, senza fornire giustificazioni o spiegazioni di sorta. Cerchiamo di farla passare come la cosa più "normale" del mondo: tutti hanno la loro famiglia, ogni famiglia ha le sue particolarità, i suoi gusti, le sue differenze, noi abbiamo questa, così come abbiamo una casa di un certo tipo invece che un’altra, i capelli lunghi invece che corti, parliamo italiano invece che inglese, e così via. Io e N. abbiamo iniziato a convivere dopo un anno e mezzo che stavamo insieme. Lei è venuta nella casa in cui abitavamo da prima io e la bambina. Il babbo è andato a vivere da solo altrove, ma ci vediamo molto spesso, anche tutti e quattro insieme, da solo e con gli amici (molti sono in comune). Abbiamo vissuto insieme in città per un altro anno e mezzo, meditando ogni giorno ad una possibile soluzione che ci portasse fuori, lontano dalla città e dalle dinamiche stressanti e caotiche che quotidianamente ti impone. L’idea di crescere un bambino in mezzo al caos, al traffico e al fetore delle automobili, ma anche l’idea di doverci stare io stessa, mi hanno fatto maturare una profonda intolleranza per l’ambiente cittadino. Dopo anni di ricerche, abbiamo trovato l’occasione di trasferirci ed ora viviamo in un piccolo paese immerso nella campagna. Il mio desiderio di figli non si è affatto esaurito. Chiarito che l’avere figli, almeno per me, non significa essere legata ad un uomo, ora che ho trovato la donna con cui intendo vivere e condividere speranze e realtà, il problema si pone ancora più evidente. Come fare ad avere dei figli nostri? Non sto nemmeno a raccontarti tutto l’iter di mesi e mesi di domande, richieste di informazioni, annunci, pensieri e riflessioni. Per farla breve, le strade possibili sono tre: se hai i miliardi, il figlio te lo paghi attraverso una banca del seme negli USA o nel nord Europa e ti comperi la garanzia che nessuno, un domani, verrà mai a reclamare alcun diritto di paternità (ma insieme a questo, ti garantisci anche un bel po’ di problemi il giorno che il bambino ti verrà a chiedere da dove viene). Se hai abbastanza fegato, vai a scopare un po’ qua e un po’ la nei giorni fertili, senza ovviamente informare il bel capitato dei reali intenti che favoriscono tanta disponibilità e poi sparisci nel nulla. Anche in questo caso ti garantisci l’anonimato, ma vai anche incontro a tanti rischi (AIDS…), senza considerare come poi te la vedi con la coscienza. Terza possibilità, trovi un uomo, un amico, un gay disponibile a donarti il seme e ti arrangi alla meglio. Qui ci vuole fiducia: il donatore oggi ti dice che non c’è problema, che non rivendicherà nulla, ma domani? Se cambiasse idea? Non ci sono tutele nè garanzie per nessuna delle parti. Ma almeno ci può essere chiarezza e onestà d’intenti. E c’è che puoi scegliere una persona con cui senti una certa affinità. E un domani, potrai dire a tuo figlio da dove viene. Magari potrà non imortagli nulla, ma se invece dovesse essere una questione importante per lui, almeno gli avrai dato la possibilità di sapere. Per tornare a noi, attualmente optiamo per la terza soluzione. L’amico gay l’abbiamo anche trovato (finchè non cambia idea). Speriamo che funzioni presto. Un ultima cosa che ritengo molto importante, è la rete di informazione tra chi sta vivendo una situazione simile alla nostra. Manca, totalmente, completamente. Tutto è lasciato all’iniziativa personale. Io ho vissuto negli USA per un pò e ho visto e toccato con mano cosa significa trovare un supporto fra coloro che vivono in una situazione simile alla tua, a qualsiasi livello. Qui in Italia è già difficile trovare una rete di supporto quando sei una neo-mamma e basta. Ti ritrovi con un bambino appena nato tra le mani, pieno di esigenze, devi affrontare problemi mai pensati, responsabilità nuove e sei da sola. Figurati se sei una lesbica con un figlio che cerca di trovare altre lesbiche nella sua stessa situazione, fosse anche solo per far incontrare i bambini, per far loro vedere che non sono i soli, che altri, come loro, hanno due mamme, due babbi, che il modello eterosessuale non è l’unico e non è più giusto nè più vero di altri.

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