IL BELLO DI ESSERE UNA FAMIGLIA

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Da semplice coppia a madri a tempo pieno, passando per il prossimo censimento...

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E’ tempo di censimenti, tempo di riflettere su noi stesse, su cosa significhi avere una famiglia ma, prima di tutto, sulla consapevolezza di essere una famiglia già in quanto coppia. Giorni fa, proprio su queste pagine, una mamma lesbica e la sua compagna, ci hanno confidato la loro esperienza ricca di soddisfazioni e fatiche. Una storia, tra tante che non conosciamo, che pure esistono in giro per l’italia, dove anche numerosi gay lottano ogni giorno per continuare a frequentare i loro figli, e spesso con successo. Una storia, come tante storie italiane, che appartiene a ognuno di noi, se non altro in prospettiva; che riguarda ognuna/o di quelle/li che risentono dell’assenza di una legge solida e chiara che legittimi le unioni di fatto.

Il censimento a cui dovremo rispondere, ci chiede di identificare la nostra situazione denunciando la nostra collocazione sociale, ebbene, io vivo con la mia compagna e sono una coppia di fatto, soffro, amo, pago le tasse, compro casa insieme a lei, abbiamo un conto in comune e siamo costrette ad affidarci a mille cavilli legali, quando ci sono, per tutelare il nostro futuro. Il censimento è importante in virtù della realtà che potremo scoprire, sulle pagine di Gay.it, Alessio De Giorgi, vi ha dedicato un editoriale in cui ci spiega il valore di questo censimento e perché sia così importante per la comunità gay tutta.

Essere una coppia gay o lesbica, e quindi una coppia di fatto, è essere una famiglia, diciamolo! E diciamolo a chiare lettere! Ma non solo: la famiglia è un bisogno e un diritto di tutti indistintamente, su questo tra noi non ci sono dubbi, ma è importante che anche chi, come ci hanno testimoniato su queste pagine, ha avuto il coraggio e la forza di convivere con il/la propria partner e un figlio avuto fuori della loro relazione, venga fuori e racconti di se e della propria esperienza, negativa o positiva che sia, perché venga sempre più presa in considerazione anche la voglia, il desiderio, e il diritto di adottare un bambino, di concepirlo con l’inseminazione artificiale, o attraverso un utero in affitto.

Roberta Calì, 41 anni e una laurea in matematica, è un’altra amica che ci ha parlato della sua famiglia: "Mi sono sposata a 26 anni, dopo 8 di fidanzamento, con quello che è stato il mio primo e unico uomo. Abbiamo avuto due figli, un maschio che ora ha 13 anni, e una femmina che ne ha 8. Quando mi sono sposata non ero ancora consapevole di essere lesbica, anche se a livello inconscio l’idea era sicuramente presente"; la morte della madre segna la sua prima svolta,

comincia a farsi domande, poi la seconda svolta all’età di 35 anni attraverso l’incontro con Internet sulla ListaLesbica, e la sua prima relazione con una donna che ha definitivamente sciolto ogni dubbio. Nel 1997 Roberta si separa dal marito e proprio in un momento in cui era tornata single e usciva dalla sua seconda storia con le ossa a pezzi, ma ormai la strada era spianata e senza alcun ripensamento. Il presente sembra averle dato ragione, da più di tre anni convive con quella che considera la donna della sua vita: "Viviamo insieme coi miei figli, che l’hanno accolta benissimo. Finora non ci sono stati assolutamente problemi con i bambini. Il grande è a conoscenza di tutto, la piccola non ha ancora fatto domande, ma noi non ci nascondiamo davanti a lei, sarà quindi lei a chiedere se e quando la cosa la incuriosirà".

Secondo la dott.ssa Margherita Graglia (psicologa che opera come formatrice e consulente all’interno di vari progetti inerenti l’educazione sessuale, l’educazione multiculturale e l’educazione al rispetto delle diversità, e autrice di diversi articoli scientifici sui temi della salute mentale e della sessualità) sembra che ci sia un cambiamento nelle nuove generazioni di lesbiche e di gay: non è insolito, infatti, sentire coppie di giovani gay/lesbiche parlare di figli e di famiglia. Per quanto

riguarda la famiglia gay/lesbica già formata con un figlio avuto fuori dal rapporto omosessuale, non vi sono strutture sociali di supporto nè modelli di ruolo, cosicchè molto dipenderà dai partner, dalle loro esperienze e dalle loro attitudini. Il ruolo del nuovo partner non è stabilito, ma dovrà essere negoziato: "Affrontare una separazione dal genitore naturale e il cambiamento che comporta non sono facili nè per il bambino con un genitore eterosessuale nè per un bambino con un genitore omosessule; sono gli adulti spesso a facilitare o a ostacolare il processo di accettazione del nuovo partner. In generale valgono le considerazioni che si possono fare per le reazioni dei figli di genitori eterosessuali nei confronti del nuovo/a partner, così ad esempio vi possono essere rivalità tra il partner e il bambino per le attenzioni della madre/padre". Sempre secondo la dott.ssa Graglia, l’assenza di modelli di ruolo favorisce la creatività individuale e in mancanza di convenzioni è più probabile che i bisogni reciproci della coppia guidino la strutturazione del legame e alllora ogni famiglia gay/lesbica avrà le sue caratteristiche e le sue particolarità. Si è coniato il termine "famiglia di scelta" per indicare il fatto che spesso gli amici più intimi sono considerati una vera e propria famiglia nella comunità omosessuale, scambiandosi supporto e assistenza pratica. Questo non vale solo per la realtà americana, ma anche in Italia le famiglie con figli non sono isolate, ma spesso si cercano per costiuire un network supportivo, tuttavia restano invisibili all’occhio pubblico! "Molti gay e molte lesbiche sono padri e madri e il loro contributo alla felicità, salute e sicurezza dei figli è inestimabile. I risultati delle ricerche condotte sull coppie omosessuali con figli possono tuttavia rivelarci alcuni apsetti interessanti. Gli studi intanto suggeriscono che le madri lesbiche non differiscono da quelle eterosessuali per le cure elargite ai figli, gli stili di vita e negli interessi legati alla maternità (Kirpatrik, Smith e Roy, 1981). Questi studi inoltre non hanno trovato nesssuna evidenza circa la credenza (la paura universale) che vuole che i bambini cresciuti da coppie omosessuali subiranno dei danni psicologici, disadattamento sociale e saranno sessualmente confusi (Green et Al, 1986).

L’orientamento sessuale delle

madri e dei padri non ha effetti negativi nella costruzione dell’identità e del ruolo di genere del bambino e non determina l’orientamento sessuale del bambino. E’ vero che lo stigma sociale di avere genitori omosessuali è ancora presente; tuttavia non sembra causare problemi di carattere emotivo al bambino. Come l’autoaccettazione è il presupposto per farsi accettare così amarsi è la conditio sine qua non per amare e ricevere amore. Si è visto ad esempio che lo svelamento del proprio orientamento sessuale al figio sembra rafforzare la relazione dei genitori omosessuali coi loro bambini e ridurre la distanza psicologica genitore-figlio. E’ necessario dunque essere sereni rispetto alla proria omosessualità e preparasi alle domande dei figli. I figli non sono mai troppo piccoli per poter ascoltare e del resto recepiscono una miriace di messaggi non verbali. E’ opportuno non farsi cogliere impreparati e comunque è bene farlo prima che i figli sospettino o lo vengano a sapere da altri. Lo svelamento dovrebbe essere dunque pianificato e non esseere accidentale; il genitore non si confessa, ma dà delle informazioni e risponde alle domande del figlio/a: "Perchè mi dici questo?" "Cosa significa gay?", "Sarò anche io gay?", "Cosa fa una persona gay?", "Perchè non ti piacciono le donne/uomini?", "Cosa dirò ai miei amici?". E’infine conveniete rassicurare il figlio/a che dopo lo svelamento non cambierà nulla nel loro raporto. Senza sottostimare il fatto che la nostra società rimane omofoba e sessista, ritengo che l’amore e la sincerità siano gli ingredienti dell’auto ed etero accettazione".

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