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Una donna, cieca e disabile, viene abbandonata dalla sua compagna che parte per l'Africa alla ricerca di suo figlio.

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Ospitiamo con piacere un breve capitolo tratto dal romanzo, ancora inedito, della scrittrice Stefania Maldonado. Il titolo del libro non ci è stato rivelato, ma la storia tratta di un amore intenso tra due donne che la vita a un certo punto decide di separare e che lotteranno disperatamente per riuscire a ritrovarsi, contando sull’aiuto di amici.

Due settimane di lenta agonìa. Poi la neve, e i bambini del palazzo giù a giocare nel cortile interno della casa. Zara si era persa a ascoltare il loro ridere e gridare dalla finestra della camera aperta sul piccolo terrazzo confinante proprio col cortile. Le piaceva la neve. Le piaceva immaginare i pupazzi alti come statue. Le piaceva sentire la gioia dei bambini, il loro entusiasmo, il loro desiderio di vivere. Laura le aveva chiesto un po’ di tempo per sistemare alcune cose in ufficio, prima d’insediarsi da lei e dare inizio ai lavori per l’Associazione Libere Donne, e organizzare i contatti riguardo alla vicenda di Maddy. E poiché, il giorno dopo, il fisioterapista le era piombato a casa, carico di energia, a esporle il programma di lavoro per i prossimi mesi, da una settimana aveva ripreso confidenza con il centro di riabilitazione.

Un mondo a parte. L’odore di sudore. Gli sforzi dei disabili racchiusi nei suoni distorti che uscivano dalle loro bocche. Il silenzio di chi non sperava. Le urla di chi aveva lavorato tanto col suo assistito, e ora intravedeva qualche seppur minimo progresso. Un mondo di fatica il cui unico motore attivo era la speranza. Il mondo magico della vita riconquistata coi denti, della gioia che tornava a bussare alla porta, della scienza che non voleva abbandonare la presa e s’inventava nuovi tratti di strada percorribili. Lì, arrendersi voleva dire offendere la vita. "Eppure sarebbe stato lecito" pensò Zara. "Sì, lo sarebbe stato".

Nel frattempo, Carmen si era dimostrata una ragazza molto dolce e comprensiva che la viziava, a dimostrazione che la conoscenza porta anche buone nuove, e che la paura spesso è fondamento di

pregiudizi sterili. La consapevolezza della perdita aveva rimesso tutto in movimento. Il dolore, trovato un senso, si era prodigato alla vita dandole priorità assoluta. Respirò a grandi polmoni un’ultima volta, poi rientrò.

E’ fantastico! La neve attutisce i rumori del traffico, sembra di vivere in un altro posto. Disse Carmen, chiudendo la finestra.

E i bambini sono più felici. Stanno giocando da ore come se non sentissero il freddo. Disse Zara.

Sono instancabili. Hanno scolpito…uno, due… cinque piccoli pupazzi di neve e adesso devono decidere qual è il più bello, ma sono tutti buffi. Io non saprei mica quale premare. Disse Carmen.

Premiare. La corresse Zara.

Premmiare. Tentò Carmen.

Più dolcemente: premiare. La incitò Zara.

Pre..miare.

Brava! In fondo è facile.

Mica tanto. Sbuffò Carmen.

Zara non le diede retta. Girò per casa, poi andò a sistemarsi sulla poltrona in salotto, in attesa del caffè che Carmen le stava preparando. Qualche istante, e la tazza era stretta dalle sue dita.

Siediti Carmen. Mi piace scambiare due parole con te, ma sei sempre così efficiente che non c’è mai il tempo.

Posso chiederti una cosa?

Ma certo. Rispose Zara.

Tuo padre non viene più?

Bè…diciamo che l’ultima litigata è andata un po’ fuori dalle righe, e ci vorrà del tempo prima di riuscire a mettere ogni cosa al suo posto.

E’ un uomo buono. Disse Carmen.

Forse troppo. Essere buoni va bene, ma a volte è meglio ferire che avere paura di farlo.

Perché?

Perché il dolore è la verità. E la verità qualche volta è necessaria. Ma non ti preoccupare, per noi non è la prima volta. Dobbiamo solo capire come andare avanti, come volgere al meglio questa situazione.

E tu cosa provi? Le chiese Carmen.

Era una ragazza curiosa e incauta. Difficile capire le sue intenzioni. Malizia e ingenuità si scambiavano doni, giocando d’anticipo, col beneficio della sorpresa.

Io sono disperata. Rispose secca.

Carmen non ebbe il coraggio di dire altro. Zara sentì la tensione:

Scusami – disse. – Mio padre manca anche a me, non credere. Ci siamo detti cose cattive e non me lo perdono.

Cose cattive?

Già. Gli ho detto che in fondo ce l’ha con Maddalena perché lei mi ha insegnato a essere indipendente nonostante il mio handicap. Perché lei è riuscita a farmi percepire la vita in tutta la sua bellezza. Lui ha invidiato il mio amore per lei e, in fondo, non l’ha mai capito.

Ma non è vero. Disse Carmen.

Può darsi, ma io non ne sono più sicura – replicò Zara. – Ora aspetto il ritorno di Laura. Studio e aspetto. Ho intenzione di raggiungere Maddalena ovunque si trovi, con o senza gambe. Questo è il mio scopo.

Nello stesso istante, decine di chilometro lontano da lì, Laura aveva riunito il gruppo. La situazione andava riorganizzata. Secondo lei, qualcuna di loro doveva partire per l’Africa e

indagare per proprio conto su Maddalena.

Tu sei completamente fuori di testa, bella mia, te lo dico io! Fece Enrica, la napoletana.

Concordo con lei. E’ un’avventura troppo rischiosa. Disse Giulia, la veneta.

E poi, scusa, a quale titolo piombiamo in un paese straniero in piena guerra civile, che chissà se ci puoi entrare, per indagare su una donna bianca che non da segni di vita da un sacco di tempo…ma dai. C’è gente che lo fa per mestiere, facciamolo fare a loro. Disse Elena, la lombarda.

Siete proprio capitane coraggiose, non c’è che dire. Sentenziò Laura.

Scusa, non capisco perché dovremmo risolvere il problema di Zara. Quando Maddalena se n’è andata, lei ci ha mollato in tronco e ha preso le distanze, come se fossimo un brutto male da tenere lontano. Con tutto il rispetto: cazzi loro! Disse Enrica.

Io mi dissocio da qualsiasi iniziativa pubblica o privata intendiate promuovere. Già ho problemi a nascondere la mia vita privata al lavoroe in famiglia, figurati se mi vado a invischiare in una storia simile.

Ma come, anche tu, Francesca? Le chiese Laura.

E più delle altre. Rispose quella.

E tu, Chicca?

Io…bè a me dispiace per loro, io voglio bene a tutte e due, però…ho appena cominciato una storia e dopo tanto…mi secca un po’.

E’ un’occasione irripetibile, lo capite sì o no?

Un’occasione, dice Laura. Ma quale occasione? Te l’ho detto, tu sì pazza. Disse Enrica.

Cristo ragazze, siete tutte donne fatte, cercate di….

Adesso basta! – si alzò Elena. – Zara è sempre stata coccolata da tutte noi. Abbiamo fatto tante cose insieme, è vero, ma la nostra lotta è diversa dalla sua. Lei cerca l’integrazione. Noi vogliamo autogestirci. E poi, donna è donna, uomo è uomo. Inutile cercare di fare cose miste. Ora l’Associazione va avanti da sola e non puoi negare che sia migliorata, perciò…Anzi, adesso che mi ci fai pensare mica le avrai proposto la storia della rivista interattiva?

Senti, fighetta da niente, come ti permetti di parlare a Laura con quel tono da ministra che se non fosse per lei staresti ancora con quella puttanella da quattro soldi che ti voleva infinocchiare col marito? – balzò in piedi la Chicca. – Mica comandi tu?

Io non comando – le si slanciò contro Elena, – ma la tua amica si è mangiata il cervello, e se continua così..

Se continuo così? Le chiese Laura.

Ah no, ragazze, qui la cosa sta prendendo una curva che ci manda tutte a schiantarci fuori strada. Diamoci una calmata, che forse è meglio. Intervenne Francesca.

Senti, Laura, io posso capire che Zara abbia bisogno d’aiuto e tu vorresti darglielo nel migliore dei modi – conti-nuò Elena, spavalda – però devi ammettere che Maddalena a noi non ci filava per niente, e in qualche

circostanza abbiamo pure dovuto faticare a trattenerle tutte e due nell’associazione. Credevamo di non potercela fare senza di loro e invece…

Ma quanta grinta che si ritrova Bella Napoli.. – incalzò la Chicca. – Anche tu aspiri al comando? Cos’è un ammuti-namento senza preavviso? No, perché se è così, sappiate che io non ci sto. Laura conosce tutti qui, ha lavorato duro, e tante di quelle che lavorano per noi devono ringraziare lei mica voi, cercate di ricordarlo!

Laura, sconcertata da tanto astio nei suoi confronti e in quelli di Zara, rimase zitta ad ascoltare. Ormai parlavano tra loro, ignorandola. Sarebbe bastato avvicinarsi all’uscita e sgattaiolare via per non udire altro, ma la curiosità era più forte.

Le cose sono cambiate, Chicca. E’ inutile negarlo. C’è l’apertura del nuovo locale per sole donne, l’impegno su Internet, la politica.. Disse Paola.

E su, non esageriamo! Nella politica Laura e Zara sono maestre, noi non facciamo testo. E poi, mi sembra che stiamo correndo troppo, non siamo mica tutte qui. Tra i consiglieri che hanno diritto al voto ci sono quelle dell’ala intellettuale che non molleranno facilmente.. Disse Elena.

Questa, quando parla, non si capisce mai da che parte stia.. Disse Paola, guardando l’ Enrica.

Dalla parte delle coglione! Disse la Chicca, d’un fiato.

Bè? Ti fai mettere in mezzo come una stupida? A parlare era la voce di Giuseppe, ex Federica, che dopo essersi fatta cambiare i connotati a Losanna, si era fidanzato con Elena. Era entrato da un minuto e nessuna se n’era accorta. Nemmeno la sua compagna:

E tu, come mai sei qui? Gli chiese scocciata.

Ti cercavo, e ti ho trovata.. Posso partecipare anch’io?

Perché no? Disse Laura.

Andiamo bene… Sbottò Elena, per niente d’accordo.

Tutte la guardarono ridendo sotto i "baffi", perché sapevano benissimo che lei non avrebbe più avuto il coraggio di dire una parola. Giuseppe era un tipo manesco, soprattutto con chi offendeva la sua ragazza e quindi…

Per concludere, io credo che l’idea che la rivista abbia come direttore Zara sia palesemente sbagliata e fuori luo-go. Disse Elena.

Ah, la cieca è tornata? Chiese Giuseppe.

Taci, che neppure la conosci! Disse la Chicca.

Lui la guardò di sbieco, poi lasciò perdere.

A quel punto, Paola si alzò dalla poltrona per avvicinarsi a Laura:

Avrai capito che non ce l’abbiamo con te, no? Zara è fuori da troppo tempo. E’ una donna in gamba, lo sappiamo, ma ci tampina con le sue idee, ci chiede di non chiuderci in un ghetto, lotta per vivere la sua vita e non ascolta le nostre richieste. A noi piace stare tra di noi, avere posti tutti per noi, luoghi dove nessuno ci metta in discussione. Il nostro mondo, mi spiego?

Laura la fissò per un istante, poi disse:

Il vostro piccolo mondo. Un mondo che chiunque potrà divorare in un solo boccone.

Ti rifiuti di capire.

No, siete voi a non capire che il vostro luogo è il mondo intero, e che lo spazio che occupiamo tutti i giorni è già nostro di diritto, come lo è degli altri. Dovremmo imparare a coesistere e interagire con chi è diverso da noi, invece di allontanarlo. Ma che ne sapete voi… che faticate perfino a rispettarvi l’una con l’altra.

Eppure, fino a prima di rivedere Zara, anche tu la pensavi come noi. La cieca ti deve aver fatto un bel lavaggio del cervello… Disse Giuseppe.

Mi è bastato riabbracciarla.. – fece Laura. – A proposito, ragazze, nel vostro locale "drastico" potrà entrare anche lui? No, tanto per sapere. Altrimenti Elena dovrà smettere di vederlo il fine settimana… Mi sembra chiaro.

Cosa, cosa? S’insospettì Giuseppe.

Ma non stare ad ascoltarla, dice cazzate. Disse Elena.

Eh no, cazzate mica tanto. Lui è un uomo a tutti gli effetti e dovrà restare fuori. Disse Enrica.

Ma che cazzo dici!? Si scaldò Elena.

Senti, stronza, fuori ci stai tu! Gridò Giuseppe.

Si scatenò una baraonda colossale: Elena e Giuseppe contro tutte. Laura capì che era arrivato il momento di sgusciare fuori dalla sala. Andò nel suo ufficio, prese l’occorrente per caricarlo in macchina e, senza salutare, scappò via, verso l’autostrada.

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di Elle

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