LA DIASPORA CANTA CON VOCE DI DONNA

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Struggenti e appassionate, le canzoni popolari degli ebrei di Spagna da cinque secoli portano in giro per l’Europa una tradizione poetica e musicale quasi tutta femminile. A Firenze...

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La rosa enflorese / en el mes de mayo / mi alma se eskurese / firiendose el lunar (la rosa fiorisce nel mese di maggio, la mia anima si oscura sotto i raggi della luna)

Cuori che appassiscono come fiori, usignoli che cantano la sofferenza d’amore, fanciulle guerriere e regine adultere. Solo la melodia riesce a dominare i sentimenti travolgenti dell’altra faccia della musica ebraica, quella che si faceva al di fuori dei templi, al di fuori dei riti in onore del Signore; una musica che canta la passione e che aveva – ha – voce di donna.

Non sono molto noti i canti "profani" della tradizione dei Sefarditi (gli ebrei di Spagna), che furono cacciati dal paese nell’anno cristiano 1492. E non è molto noto il fatto che a cantarli, a trasmetterli di generazione in generazione, di luogo in luogo siano state soprattutto le donne.

Le radici di questi canti attingono alla poesia e alla mitologia medioevali europee (soprattutto quella spagnola) e alla musica araba; hanno risentito degli influssi di tutte le località toccate dagli ebrei dopo la cacciata dalla Spagna, ma sono rimaste intatte nella loro essenza, tramandate per secoli da una bocca femminile all’altra, fino ai giorni nostri, quando le moderne tecnologie e gli studi etnomusicologici hanno cominciato a raccogliere le testimonianze musicali dei popoli. Molti dei testi toccano temi giudicati "scottanti", come l’infedeltà femminile (vigeva la pratica del matrimonio coatto), l’amore non corrisposto, addirittura lo stupro. Altri narrano le imprese cavalleresche di eroiche fanciulle che per salvare padri o mariti non esitano a vestire panni maschili e a lanciarsi nei duelli col nemico. Altri ancora il dolore di amanti abbandonati cui non resta che guardare il mare e straziarsi l’anima al canto degli uccelli notturni.

Non deve sembrare troppo un mistero il perché sono state le donne le principali interpreti di questo genere musicale.

La società ebraica tradizionale era (è tutt’oggi in certe situazioni) fortemente patriarcale e maschilista; le donne venivano escluse dallo studio dei testi scritti e dalla celebrazione di molti riti religiosi, ossia la maggior parte delle occasioni sociali in cui si faceva musica. Vivevano segregate in un perenne stato di subordinazione. Molti uomini sentivano come una minaccia le donne cantanti e si diceva che mentre i canti sacri (patrimonio unicamente maschile) promuovono l’unione con Dio, le canzoni delle donne fanno perdere di vista l’anima e provocano "malefiche epidemie". "La voce delle donne è indecente" arrivano a sentenziare certi insegnamenti rabbinici del Talmud.

Ma proprio la voce femminile è stata lo strumento del riscatto culturale e l’attività musicale un mezzo di autoaffermazione. Le ebree sefardite si opposero ai veti rabbinici e cantarono, sviluppando un proprio repertorio nel linguaggio dialettale ebraico: una lingua non codificata che su una base di antico spagnolo frammisto a ebraico -il giudeo-ispanico, detto anche ladino sefardita – si è arricchita nei secoli di vocaboli arabi, turchi, italiani, francesi, inglesi, slavi, secondo le terre in cui si insediarono gli esuli della diaspora spagnola. Alcune donne composero personalmente musiche e poesie. È testimoniata anche l’esistenza di associazioni femminili che si incontravano in casa di una o dell’altra per fare musica; alcuni di questi gruppi venivano anche invitati a pagamento ai matrimoni e i soldi raccolti servivano a pagare il corredo per le ragazze povere.

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In netto contrasto con l’affermazione che il canto femminile faceva perdere di vista l’anima umana, questo patrimonio sonoro e poetico è pervaso da un sentimento fortissimo e da una passione che si avvicina moltissimo, per fare un esempio, a quella che anima tutti i versi della più grande poetessa del Mediterraneo, Saffo. Il canto come forma di espressione di desideri repressi da una società troppo chiusa, il canto come forma di resistenza, il canto come forma di autodeterminazione e di trasmissione di una cultura "altra" rispetto a quella dominante. Questa è la musica delle donne ebree.

Per conoscerla, una buona occasione è il concerto di Liliana Treves Alcalay, interprete dalla voce calda e suadente, oltre che studiosa delle tradizioni degli ebrei spagnoli, che si terrà Giovedì 7 dicembre alle ore 18 a Firenze, alla Sala della Cassa di Risparmio in via F.Portinari, per una serata dal titolo "Melodie di un esilio", nell’ambito del ciclo di incontri "Percorsi ebraici". L’entrata è libera e vale davvero la pena andare, per ascoltarla cantare al suono della sua chitarra e narrare l’esilio degli ebrei spagnoli insieme con Talia Pecker Berio.

(per maggiori informazioni: http://www.egroups.com/message/agenziadibase/118)

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