LIBRI AL FEMMINILE

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Gli spazi della letteratura lesbica si allargano: la Tufani di Ferrara propone alcuni introvabili classici e importanti novità. A partire dall'opera di Annemarie Schwarzenbach.

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Gli spazi della letteratura lesbica si allargano. Luciana Tufani, editrice ferrarese, apre una collana che alle donne, alle loro problematiche e alla loro relazione con la scrittura, dedica particolare attenzione. E parlando di letteratura lesbica, non si può non fare riferimento anche a Annemarie Schwarzenbach. Tra i titoli pubblicati dalla Tufani, infatti, due si riferiscono proprio alla scrittrice svizzera che fu amica dei figli di Thomas Mann: si tratta del romanzo “La valle felice” e dell’intensa biografia scritta da Areti Georgiadou, “La vita in pezzi”.
Un’altra autrice pubblicata da Tufani, è Mariella Mehr, svizzera trasferita in Toscana dal 1996. La sua letteratura è considerata una lotta permanente contro la discriminazione, il razzismo e l’intolleranza. Per raggiungere questo scopo la Mehr utilizza uno stile particolare, violento, estremo che colpisce le coscienze. Di lei, in Italia, è stato pubblicato solo Steinzeit con il sottotitolo Silviasilviosilvana dalle edizioni Aiep (1995), e ora esce per i tipi della Tufani, “Il marchio” (pagine: 148, prezzo: € 12.91), in cui, in un crescere di colpi di scena, Mariella Mehr mette in atto, con poetica crudeltà, una storia disperata ed estrema in cui amore e morte divengono una sola cosa: Anna, la protagonista del romanzo, è una donna scontrosa, chiusa e difficile abituata a convivere con la solitudine e la morte di cui, quotidianamente si circonda. Fugge, come un animale spaventato, da tutto quello che è stata. All’arrivo di una nuova paziente, incontrata nella hall dell’albergo-casa di cura in cui lavora come inserviente, il passato ritorna prepotentemente, basta uno sguardo a gettare Anna in uno stato di puro terrore.
Il passato è il 1944, anno in cui Anna viene strappata dalle braccia dei genitori, considerati inadatti a crescerla, dagli assistenti sociali. Il passato è l’istituto in cui Anna si ritrova, in cui i bambini vengono maltrattati e lasciati in balia di se stessi. Il passato è Franziska, la ragazzina ebrea oggetto della rabbia della gente, una delle vittime della follia, dell’odio, del razzismo, con la quale Anna instaura un legame fatto di dolcezza e amore che le strappa per qualche istante alla desolante solitudine di un mondo che le disprezza e che le vuole annientare. Il presente è una nuova vita, lontano dagli istituti, dall’abbandono, dalle violenze. Franziska è lontana ma la sua anima si avvicina a quella della nuova paziente Gertrud H. dallo sguardo triste e lontano, immobilizzata, dopo un incidente, nei suoi silenzi.

Da una scrittrice svizzera, a un’altra: l’opera di Annemarie Schwarzenbach sta conoscendo, in questi mesi, un momento di meritata riscoperta. Per orientarsi nella sua vita intensa e avventurosa, la biografia, pubblicata da Tufani, scritta da Areti Georgiadou, una giornalista che ha dedicato anni di studio e ricerca alla vita dell’autrice, è uno strumento perfetto. La storia della Schwarzenbach è narrata con precisione e amore, e la Georgiadou ci regala, con sensibilità e delicatezza un affresco reale e dolcissimo del male di vivere della Schwarzenbach. Conosciamo, attraverso le pagine ricche di informazioni, gli altri componenti della sua famiglia, la difficoltà nello scoprire il proprio essere, il desiderio di avventura, la disperazione e il coraggio, le vicende politiche, sociali ed economiche di quel tempo, gli ideali, il desiderio di diventare una scrittrice affermata e soprattutto gli amori, i viaggi, le amicizia e tutte le vicissitudini di questa grande e amatissima donna fino a ricostruirne, con drammatica lucidità, gli ultimi tragici momenti della sua esistenza. Il risultato è una delle biografie più interessanti presenti sul mercato: “La vita in pezzi. Una biografia di Annemarie Schwarzenbach” edita dalla Tufani editrice (pagine: 240 + ill, prezzo: € 13,90).
E’ merito della Tufani anche portare all’attenzione del pubblico italiano, “La valle felice” (pagine: 180 + 24 pp. di illustrazioni, € 12.90) che la Schwarzenbach realizzò quale rifacimento di quel “Tod in Persian” (“Morte in Persia” E/O editrice), uscito per la prima volta in Italia nel 1998. Il libro, che la stessa autrice volle sistemare e riscrivere, è paradossalmente lo stesso ma molto diverso dall’originale. Un titolo, “La valle felice”, di per sé utopico, una sorta di sogno vissuto in una delle terre, la Persia, più amata da Annemarie. L’autrice cela il suo “io” distrutto dalla disperazione dietro le sembianze maschili del personaggio, creando quell’ambiguità sottile tipica dei suoi testi. Non potendo, per non creare problemi alla propria famiglia, svelare, a livello letterario, la propria omosessualità, Annemarie, si crea un alter ego maschile che poco assomiglia agli uomini. Capace di una sensibilità e di uno sguardo intenso e dolcissimo nei confronti del mondo che lo/la circonda. Non c’è traccia di felicità in questo romanzo che lascia spazio ad una scrittura energica e dalle mille licenze poetiche. Ci troviamo ad osservare, esterrefatti, una terra troppo vasta, dai colori forti e ricca di odori, di vicissitudini, di rumori, di una vita così distante e diversa dalla nostra. Il libro segue l’incapacità di creare quella valle felice del titolo. La disfatta arriva con la solitudine, con la droga che offusca la ragione e il cuore. Improvvisamente il paesaggio rassicurante e magnifico della Persia diviene nemico, inospitale. Neppure la relazione con la bella Jalé, una giovane turca, riesce ad infondere coraggio e forza a questo personaggio con i lineamenti vitali di Annemarie. E quando Jalé l’abbandona, costretta dall’ottusità della gente, all’autrice, e di conseguenza anche al suo personaggio, non resta altro che perdersi nella vastità del cielo persiano.

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