Perché ai gay deve interessare il nuovo femminismo

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Dopo la grande manifestazione femminista del 26 novembre a Roma una riflessione condivisa con organizzatrici e militanti.

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Del 26 novembre scorso di quella enorme manifestazione che è stata “Non Una Di Meno” non troviamo quasi traccia sulle testate nazionali più diffuse, nei TG e nelle radio (il perché lo abbiamo trattato in questo articolo >>>).

 

E men che meno si è parlato della giornata del 27, dove le attiviste e gli attivisti hanno dato vita a tavoli tematici su femminismo e piano legislativo, lavoro e welfare, educazione alle differenze, femminismo migrante, sessismo nei movimenti, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, narrazione della violenza attraverso i media e percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Infine, lanciando uno sciopero generale delle donne per il prossimo 8 marzo.

Ho partecipato alla manifestazione del 26 novembre scorso e ne sono rimasto profondamente colpito. Così da decidere di intercettare qualche anima che si è impegnata nella sua realizzazione e parlare dei temi emersi. Tra i miei interlocutori che ho intervistato per questo articolo troviamo Marie Moise, lavoratrice precaria italo-haitiana, attivista femminista della rete Communia Network, dottoranda in studi femministi decoloniali; Sofia Gambaro, militante femminista e LGBT+ da una decina d’anni, cresciuta fra i collettivi di genere milanesi e al momento cane sciolto orfana di collettivi; Mauro Muscio di Communia Network e titolare della Libreria LGBTQ e femminista Antigone di Milano, attivista queer tra i fondatori del (fu) collettivo LGBTI* Le Lucciole, oltre che parte del gruppo che ha dato vita allo spazio sociale autogestito RiMake.

Realtà, quelle nominate, che diranno poco ai più, ma che lavorano giorno dopo giorno per costruire una società inclusiva per tutt*. Ho chiesto a loro di raccontarci cosa sia nato durante “Non Una Di Meno”, e in particolare nel secondo spezzone misto della manifestazione, il più partecipato rispetto al primo “non misto” per sole donne. «Lo spezzone misto è stato una risposta massiva e trasversale ad un problema strutturale: quello della violenza sulle donne, percepita come una questione sociale e politica di interesse collettivo» spiega Marie «un simbolico NOI contro la violenza patriarcale e contro tutte le sue sfaccettature» aggiunge Mauro.

Uno spezzone che ha tenuto in particolare attenzione «le tematiche riguardanti le persone transgender o non- binarie, passando per il riconoscimento e le tutele delle sex worker, alle necessità delle migranti – spiega Sofia –  C’era una forte presenza del mondo scolastico, dalle associazioni che si occupano di educazione, di studentesse e studenti, ricercatori e ricercatrici in università, ma anche maestre e maestri, genitori e quant’altro».

E sullo spezzone misto, a mio avviso, va tenuta l’attenzione, se non solo per il dato di partecipazione: almeno cinque volte maggiore rispetto al primo per “sole donne”. «I settori di movimento e le associazioni hanno dimostrato che dal basso si può ancora fare molto, si può costruire partecipazione e alleanza politica. Il corteo è stato un momento in cui molt* di noi si son dett* “finalmente!”: quantità e  qualità che da anni non si vedevano!» spiega Mauro. Chiedo a Marie se la parte riservata alle sole donne non sia stata anacronistica, fuori tempo: «l’esigenza dello spezzone non misto non era sentita da tutte. La sua importanza fondamentale era quella di garantire alle donne che non si sentissero a loro agio nello spezzone misto di poter partecipare al corteo – e aggiunge – Chi poi ha subìto violenze e molestie e magari proprio in occasione di luoghi affollati poteva sentirsi a disagio a partecipare nello spezzone misto, e così lo spezzone non misto di testa ne ha garantito la partecipazione. Certo non senza contraddizioni, in particolare rispetto alle donne trans che vengono regolarmente escluse in questi casi. Credo che l’esistenza degli spazi non misti sia ancora fondamentale e non sia da accantonare per il solo fatto che la violenza sulle donne ci riguarda tutt*». Una questione di tutela, dunque, e non più di “separazione” come modello imposizione di un modello di donna statico. Ne è risultato, in ogni caso, che la parte mista è stata più numerosa e animata: «lo interpreto come la dimostrazione che le persone che si riconoscono nelle battaglie femministe stanno cambiando – dice Sofia – chi ha sostenuto il separatismo a tutti i costi è, ormai, una parte estremamente minoritaria e settaria anche all’interno del più tradizionale femminismo della seconda ondata».

Prima di proseguire il dialogo sul senso dell’aggregazione multiforme dello spezzone misto, vorrei parlare del prossimo sciopero generale delle donne che si terrà anche in Italia l’8 marzo 2017: «Le donne argentine hanno lanciato una chiamata internazionale di sciopero per l’8 marzo e già diverse nazioni hanno aderito» spiega Sofia. «Credo che l’invito a scioperare vada rivolto in primis a chi si trova incasellato nella categoria “donne” – integra Marie – Perché scioperare possa significare una messa in discussione di quella stessa etichetta, fatta di paghe più basse, molestie sul lavoro, lavori precari, lavoro di cura non pagato, e forme di violenza in ogni ambito della quotidianità». E Mauro si trova sostanzialmente in linea «dovrebbero partecipare allo sciopero le sigle sindacali, ovviamente, e soprattutto credo che bisognerebbe trovare un modo per legittimare e dare visibilità alla sciopero dei lavori di cura e dei lavori precari – e aggiunge – Penso alle operatrici sanitarie, ai bucati non stesi, alle cene non preparate, alle escort non raggiungibili, alle impiegate non presenti, alle lavoratrici dei callcenter che non chiamano, alle designer che non accendono il pc, alla badante che non si presenta, ecc…». E se gli uomini debbano o meno aderire: «Penso di sì, ma credo che il percorso di costruzione dello sciopero dovrà deciderlo».

Cosa voglia ottenere lo sciopero del prossimo 8 marzo pare già chiaro sin da ora «i tavoli di discussione iniziati il 27 novembre 2016 proseguono e hanno l’obiettivo di creare un piano nazionale di contrasto alla violenza di genere creato dal basso dai soggetti che quella violenza e quella oppressione la vivono ogni giorno – spiega Sofia. E il messaggio è preciso: “se le nostre vite non valgono allora noi non produciamo“. L’ottica è di ampio respiro, poiché «il piano nazionale vuole essere un punto di partenza, non di arrivo» chiarisce Sofia.

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Un percorso che ha intrecciato svariate istanze il 26 novembre scorso in strada a Roma, con una forte presenza di realtà LGBTI+. Ma, perché alle persone omosessuali, bi, trans dovrebbero interessare le lotte femministe? Mi risponde Mauro: «Perché le discriminazioni sono figlie di quella visione che oggi non ci vuole solo uomini e donne, ma anche donne e uomini etero o gay con uno stile di vita normale senza eccessi, con l’obiettivo di fare una famiglia e di far trionfare il nostro amore, etero o gay che sia. “Non sopporto le checche” è una frase che può dirci una persona etero ma anche una gay, perché riproduce quella sicurezza di dover vedere il mondo diviso perfettamente tra uomini e donne che si addicono come si deve a un uomo e ad una donna». E la contaminazione deve essere in tutte le direzioni, poiché «la matrice della violenza sulle donne è la stessa della violenza omo/bi/lesbo/transfobica, perché all’origine sta uno standard “maschile” eterosessuale che intende affermare la sua supremazia e la legittimità di usare violenza per assoggettare al proprio sistema di potere» aggiunge Marie, come abbiamo già trattato in questo articolo scritto a quattro mani da me e Natascia Curto per Gay.it.

Proseguendo il discorso, chiedo ai miei tre interlocutori cosa s’intenda quando si parla di intersezionalità delle lotte «Quando Kimberle Crenshaw coniò il termine intersezionalità, fu per far riflettere sul fatto che i rapporti di genere, classe e “razza”, sono intrinsecamente interconnessi e che non possono essere analizzati in maniera frazionata. Essere donne, nere, povere e molto diverso dall’essere donne bianche e benestanti, o dall’essere uomini neri e poveri, solo per fare qualche esempio» introduce Marie «Il tema dell’intersezionalita può allora ampliarsi a una comprensione di come tutte le lotte, da quelle dei rifugiati, a quelle LGBTQI, a quelle antifasciste a quelle per il diritto alla casa e al lavoro , insieme a quelle femministe».
«È l’idea che se una lotta rimane in un compartimento stagno senza intersecarsi e trovando i nodi comuni con le altre lotte ha già perso – aggiunge Sofia – per cui chi si dice femminista non lo può più essere solo per quanto riguarda le donne bianche, etero, cisgender, normodotate, della classe media» aggiunge Sofia. «Purtroppo alcune associazioni LGBTI+ e femministe  non hanno ancora fatto  propria – spiega Mauro – Un gay non è solo gay. Ha una condizione economica e culturale, vive in città o in provincia, ha un lavoro o meno, ha un corpo con delle caratteristiche fisiche precise, ha un comportamento e relazioni di un certo tipo. Abbiamo ottenuto le unioni civili dallo stesso governo che ha introdotto il JobActs. – e chiude – Non dico certo che l’attivismo su un singola questione sia inutile e neanche che una legge sulle unioni civili lo sia, anzi. Però, credo che dobbiamo puntare sempre più in alto, cercando alleati reali e non avere paura nel prendere le distanze da finti “amici”. Il 26 ha dimostrato questo. Donne, lesbiche, trans, gay, sex workers, uomini e soggettività varie unite contro il patriarcato e le sue facce.  Questo significa intersezionalità».

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