Something Beautiful Remains

di

Avvinghiate...bocche su bocche su pelle di collo...di ventre. Mila Freud.

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Si guardavano e fantasticavano su loro stesse avvinghiate, penetranti, penetrate, bocche su bocche su pelle di collo, di ventre, di cosce d’interno.

Impercettibili movimenti distoglievano l’attenzione, i cerchi di fumo che B. riusciva a fare dentro i quali M. si perdeva e di nuovo tornava a vedere che B. era lì dove aveva lasciato tutta la sua concentrazione per possederla. Possesso senza ritegno, senza confidenza, non la conosceva che per quel “sei carina”, venuto fuori come una fucilata una sera di fretta, uscendo da un locale, quando l’ora è tardissima, le macchine sono parcheggiate in direzioni opposte, le amiche che ti sei portata appresso ti costringono a riportarle a casa immediatamente.

Ora voleva infilarle una mano tra il golf e la maglia, tra la maglia e la schiena, voleva sentire che consistenza aveva, voleva girarle intorno e annusare di quanti odori era, quale il profumo, quali le gradazioni, le intensità diverse che Ckone prendeva a seconda del punto preciso su cui era stato spruzzato, dei punti sui quali era scivolato, dei punti su cui non c’era perché c’era solo odore suo.

La musica confondeva, l’alcool faceva perdere il senso della distanza, ogni tanto si sfioravano, ogni tanto qualche passante maldestra le urtava e finiva

che loro si cascavano addosso e continuavano a parlarsi all’orecchio. Andava bene così. Era come fluttuare di barche vicine che si sorpassano per un gioco di maree per poi tornare incollate e di nuovo toccarsi e sentire brividi e di nuovo scivolare a contemplarsi e basta. M. non sapeva di cosa stavano parlando, la testa non era collegata con la bocca e le orecchie servivano solo per sentire i suoni modulati della voce di B. Probabilmente anche B. si trovava a proprio agio in quel non-discorso, libero parlare senza oggetto, argomenti, solo spazio da riempire di voce e respiri per colmare la distanza fra lei e lei. Iniziarono a cercarsi con le mani, M. osò toccarle la schiena e sentì che potevano smettere di parlare e anche di respirare se ci fossero riuscite. Attraversò con le dita la spina dorsale quasi a farle capire che lei stava nel mezzo del suo desiderio, scese fino alla piega dei glutei e lì risalì e prese ad accarezzarle i fianchi. B. le si fece più vicina mandibole serrate, sorrideva e in fondo voleva continuare a viaggiare nella sua testa. Le mani si inventarono un tocco che diventava via via sempre meno carezza e sempre più

presa, i brividi cominciarono a farsi emozioni che ti leggi negli occhi e gli occhi smisero allora di guardarsi per evitare imbarazzi. M. immaginò di spogliarsi per lei, le parlava all’orecchio di un viaggio che aveva fatto e nel viaggio ci metteva indirettamente il suo sfilarsi tutto quello che aveva addosso, la t-shirt del locale, gli stivali, i jeans e tutto quello che rimaneva, immaginò di prenderle una mano e farle sentire la piega tra il collo e la spalla, il sudore della sua pelle, il rumore del respiro sulla cassa toracica e ancora i suoi seni, la sua pancia, il centro del suo centro l’ombelico e il desiderio che le scorreva appena più giù.

Poi M. l’avrebbe fatta spogliare a sua volta di maglie e inibizioni e sedere su una sedia qualunque e bere acqua dalla sua stessa bottiglia per poi berne lei stessa e sputargliela addosso e finalmente incastrarsi e sentirsi e sentire gocce di acqua, di sudore, di umore suo e suo.

Le avrebbe regalato il contatto, M. seduta sopra B. che forse avrebbe voluto metterle dita in bocca e farsi succhiare (e riempire di desiderio in un tempo solo) e poi cercare di piazzare quelle stesse dita su pianure che non conosceva e aprire porte già aperte e scoprire che in fondo, fosse stata ferma, si sarebbe mossa M. sopra le sue mani a prendersi la fine di quello che era iniziato.

Amiche comuni inopportune turbarono l’estasi, M. si rese conto che era

tardi davvero e che forse importava dormire due ore prima del pranzo con i parenti o forse non importava ma B. si era staccata, erano ancora occhi negli occhi ma pura passione senza immaginazione né alcuna dimensione di sogno. M. se ne andò affrontandole le guance con dei baci che erano più respiri e “voglia di farti sentire che labbra morbide ho”, si scambiarono i numeri dei cellulari, si salutarono e poi di nuovo si salutarono per raggiungere B. le amiche, M. l’uscita.

Ma M. non era sazia e tornò a prendersi un bacio, per poi dar via a incastri che sanno solo le loro bocche e l’umido intrigo circospetto di atti osati e no che le tenne incollate fino a mattino inoltrato.

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