SPAGNA APRE ALL’ADOZIONE LESBICA

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In Navarra una donna adotta le due gemelle della sua compagna. La Catalunya annuncia una legge schock per equiparare coppie omosessuali e eterosessuali. E' il nuovo corso iberico?

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A febbraio, nella Navarra, Comunità autonoma della Spagna (l’equivalente alle nostre Regioni a Statuto autonomo), per la prima volta è stata concessa a una donna l’adozione delle due gemelle neonate della propria compagna, concepite con inseminazione artificiale. Le due donne sono iscritte nel registro navarrese delle coppie di fatto dal 2000, anno in cui il Parlamento regionale ha approvato – con l’appoggio di tutti i partiti ad eccezione dell’Unione del popolo navarro (versione locale del Partito popolare al potere a Madrid) – una legge che permette l’adozione alle coppie omosessuali stabili.
Il Tribunale di famiglia di Pamplona ha ritenuto che la cosa migliore per le gemelle fosse vivere con la madre biologica e la sua compagna, considerata madre adottiva, e ha fondato la decisione sul principio di protezione del minore. Stabilita l’idoneità della candidata all’adozione, si difende «l’interesse delle adottate ad avere due persone che le curino», e se ne garantisce la «stabilità emozionale ed economica»: la madre adottiva dovrà pagare gli alimenti per mantenere lo stesso livello di vita nel caso di rottura della coppia. Una decisione definita un passo storico dalle associazioni di gay e lesbiche del Paese, e che si colloca all’interno del dibattito internazionale – ormai a tutti gli effetti politico – sui diritti degli omosessuali.

Il governo di Aznar, senza perdere tempo e in ossequio alla battaglia federalista tra Governo centrale e Comunità autonome, si schierava contro la pronuncia attraverso le parole dell’allora in carica sottosegretario alla Giustizia spagnolo Rafael Català, che auspicava la cassazione della sentenza da parte del Tribunale costituzionale sul presupposto dell’invasione di competenze statali da parte del Governo della Navarra: il diritto di famiglia sarebbe, infatti, materia non interamente devoluta alle Regioni autonome, da mantenere omologata in tutto il territorio spagnolo. Il portavoce del Governo metteva però le mani avanti, esprimendo «rispetto» per la decisione emessa a Pamplona e riconoscendo come quel giudice avesse fatto il proprio dovere costituzionale applicando le leggi vigenti nella Comunità della Navarra.
Incredibile a dirsi, anche la Chiesa, in quel frangente, dava segni di cedimento (ma forse è il caso di dire, di crescita, sia pure isolata) nelle parole di Monsignor De Castro ai vescovi, il quale affermava la necessità che la diffusione del Vangelo si adegui alla mutata sensibilità della società e delle persone che la compongono. Le coppie gay non sono più il male né intrinsecamente sbagliate: per esse ­ sosteneva l’ecclesiastico ­ sono necessitate forme di tutela dal punto di vista sociale. Subito, però, il portavoce della Conferenza episcopale spagnola Martinez Camino si affrettava a ripetere, con cantilena non più orecchiabile, che in tal modo "non viene rispettato il diritto del bambino ad avere un padre e una madre".

Cambieranno le cose con Zapatero? Il nuovo Presidente ha dichiarato di voler porre in essere una legislazione adeguata alla realtà sociale e individuale delle coppie omosessuali. Ma, intanto, si va aldilà delle dichiarazioni di intenti del Governo centrale, e per i partners gay parte dalla Svezia ­ modello di riferimento ­ ed arriva in Catalunya una ventata di ossigeno. I catalani sarebbero pronti, ai primi posti fra gli europei, con un progetto di legge, contenente modifiche a sette articoli del Codice della Famiglia, un articolo del Codice delle Successioni a causa di morte e un articolo contenuto nella legge n. 10 del 1998 sulle Unioni stabili di coppia: eccola, bella e fatta, l’equiparazione di omosessuali ed eterosessuali, in barba al Governo spagnolo.
Un’equiparazione facile, indolore: con questo disegno di legge, presentato in settimana, la coraggiosa Generalitat catalana permette alle coppie omosessuali di adottare figli a partire dalla fine del 2004. In questo modo, la Catalunya si allinea alle altre comunità pioniere in Spagna, le altrettanto autonome Navarra, Aragona e Paesi Baschi, seppure in quest’ultima la legge sia rimasta sospesa a seguito del ricorso dinanzi al Tribunale costituzionale da parte dell’ostinato Governo spagnolo.

Al centro dell’emananda legge catalana sta il diritto del minore a vivere in una famiglia idonea e a trascorre il minor tempo possibile all’interno di un istituto di assistenza minorile. Non solo: come sottolineato dal nuovo consigliere alla Giustizia Josep Maria Vallès e dal consigliere al Benessere e alla Famiglia Anna Simò (foto), nell’occhiello della legge vi è anche la primaria considerazione dell’uguaglianza delle persone, indipendentemente dalle loro opzioni sessuali. Il Governo catalano, secondo i due rappresentanti, risponde a una domanda sociale, e lo fa attraverso il ricorso al diritto civile catalano, non un monumento da conservare bensì uno strumento idoneo a rispondere elasticamente ai mutamenti di una società che si rappresenta ogni giorno in nuove esigenze.
Sono piccoli, ma importanti passi, che poca Europa (solitamente autonomista) compie. Con essi, si vedono spiragli di luce per una maternità tra donne e il riconoscimento dell’importanza che riveste, per il minore, una famiglia attenta e sensibile prima di tutto.

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di Romina Reale

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