Se ti stuprano, prega che lo faccia uno straniero

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Sui recenti fatti di Firenze.

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Lo stupro è un delitto dalla gravità variabile e anzi in un niente la vittima può diventare, nel percepito comune, co-responsabile, complice o persino vero carnefice.

Lo stiamo imparando in queste ore anche se, in realtà, è una storia vecchia, che spesso hanno cercato di raccontarci. Chi sperava di essersela lasciata alle spalle ora è costretto a tornare coi piedi per terra. 2017: poco è cambiato. Se vieni stuprata prega che ti capiti quello giusto: di un africano chiederanno subito la testa, se invece ti becchi un carabiniere (e in divisa!) la testa che vorranno veder rotolare sarà la tua. Troietta bugiarda.
Se con gli orribili fatti di Rimini, compiuti dal gruppo di africani ai danni di una coppia di turisti polacchi e di una ragazza trans, sono bastate le prime indiscrezioni per far scattare il giudizio immediato e implacabile contro gli aggressori, nel caso dell’episodio delle ragazze americane e dei carabinieri di Firenze ci stiamo trovando sotto gli occhi una scenario assai differente. Facendosi un giro tra i vari commenti degli articoli comparsi in rete ce ne si rende conto in fretta: molti alle ragazze non credono. Erano ubriache, erano fumate, erano consenzienti, si sono fatte l’assicurazione contro gli stupri apposta, stanno cercando di incastrare i due carabinieri. Fa impressione che siano soprattutto le donne a dar vita a questi veri e propri linciaggi sessisti. Le commentatrici social sanno già tutto: vere detective, non hanno bisogno delle indagini e dei processi. Se le ragazze avevano bevuto o assunto droghe questo non rappresenta – come dovrebbe – un’aggravante per i due carabinieri: restano comunque lucide e responsabili. Loro le vere colpevoli. Non hanno urlato: erano consenzienti! Non li hanno fatti entrare in casa: altrimenti nessuno avrebbe creduto alla loro versione! I commentatori e le commentatrici del web giudicano e non si immedesimano, rifiutano qualsivoglia senso di solidarietà o compassione.
 
La contingenza si carica di senso: la vicinanza temporale del caso di Rimini e di questo di Firenze rende evidente che ciò che accade alle donne non può mai restare al centro della scena. Non conta poi molto. La violenza sessuale in un caso e nell’altro va sullo sfondo: nel caso di Rimini si trattava di dare libero sfogo all’odio razziale per gli immigrati, nel caso di Firenze invece, in modo non troppo dissimile, si difendono i due poveri ragazzi italiani dell’Arma raggiranti, fregati dalle due straniere in vacanza. Ancora una volta le tragedie vissute dagli altri diventano invisibili e funzionano esclusivamente come occasioni per liberare odio e pregiudizi. E i social fanno, al solito, da cassa di risonanza: non solo riproducono ma contagiano, eccitano gli spiriti, spingono a premere l’acceleratore della cultura sessista. 
In questi momenti l’appassionato di questioni di genere non se la passa bene: se sono proprio le donne, le prime a sostenere il patriarcato, come possiamo pensare di liberarci da misoginia e maschilismo? Lo si sapeva già, purtroppo: nelle minoranze storicamente sottomesse, uno dei modi principali per migliorare la propria condizione è riprodurre i codici e il punto di vista del gruppo dominate. Io sono donna ma sono comunque meglio di queste altre lascive, bugiarde, colpevoli. All’interno del gruppo più debole si cerca comunque di tracciare una linea, di creare una ripartizione interna tra donne buone (le amiche del patriarcato) e donne cattive (quelle che cercano di fregare gli uomini). Perché alla fine quello che importa, anche di fronte al dolore degli altri, è mettere in salvo soprattutto noi stessi. 
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