Intervista a Sofia Torre su “L’amore no” (Minimum fax, 2026)
Il sesto episodio della seconda stagione di Fleabag si chiude con la scena da un matrimonio. Il prete interpretato da Andrew Scott recita un’omelia laica che ribalta gli assunti coniugali dei Corinzi: l’amore non è gentile, non è orgoglioso, non è paziente, l’amore soprattutto non protegge, anzi ferisce. Fa schifo, l’amore. Fa paura. Rende egoistə e crudeli. Ha un che di infernale, di diabolico. L’amore richiede coraggio, è una faccenda per pochə arditə, che resistono per ottenere, infine, solo un briciolo di speranza. Ecco cosa fa l’amore, dice quel prete: dà speranza. Il chierico, nella serie tv, rappresenta l’oggetto del desiderio – irraggiungibile, ça va sans dire – della protagonista, un’(anti)eroina postfemminista che, come l’innamorato di Roland Barthes, è costretta, nell’abbandono, ad aspettare.
Quando ho visto Fleabag per la prima volta, nel maggio del 2019, non ero innamorato. Avevo appena terminato di raccogliere i cocci di una storia finita piuttosto male e l’idea dell’amore mi dava la nausea. Mi ero ripromesso di non cascarci di nuovo e, invece, un anno dopo è successo ancora. In quell’estate di tregua tra un lockdown e l’altro, l’incontro con un ragazzo che qui per convenzione chiameremo C. – un ragazzo opaco e inaccessibile, bello e distante come un dio severo – mi ha rigettato nel tunnel dell’amore. L’espressione inglese to fall in love rende molto bene l’adrenalina e la vertigine di quella discesa infernale. Eccomi di nuovo; ero ancora io, un’altra volta ancora l’innamorato di Barthes. Ero Fleabag che piangeva e che aspettava. Fleabag che, al buio di sera, vede passare una volpe.
È bastato un incontro a dirmi innamorato, quella volta. E tornato a casa, subito, ho scritto nelle note del mio iPhone queste parole che conservo ancora: «Forse è questo l’amore: esci di casa che sei ateo, un miscredente, e torni con una preghiera tra le mani». D’un tratto volevo di nuovo essere amato e amare a mia volta, ma non di un amore qualunque, non di un amorino. Volevo un amore assoluto, volevo l’amore-evento. Così, ho riletto Barthes, ho riguardato Fleabag e mi sono convinto che quel sentimento, quel desiderio asimmetrico, avrebbe trovato il suo compimento nel mio patema, nell’attesa, appunto, nello struggimento. C. si palesava a intermittenza, si sfregava velocemente, qualche volta mi dormiva addosso, poi di nuovo spariva, cancellava tutto, mistificava le ore passate insieme. Esercitava il diritto sacrosanto del non-amore. Non si innamorava, non voleva neanche infatuarsi. Io, pateticamente, invece, credevo di meritare il suo amore; lo aspettavo come si pretende un riscatto. Attendevo invano, e soffrivo. E più soffrivo, mi dicevo, più amavo.
Nel suo L’amore no (Minimum fax), un intelligentissimo pamphlet-memoir sul pessimismo post-romantico, Sofia Torre racconta qualcosa di analogo. Partendo dall’esperienza dell’abbandono, dal patema sentimentale per la fine della relazione con P., Torre prova a scardinare il modo in cui onoriamo ed esercitiamo l’amore, che non è pratica né ancora di salvataggio, ma forza distruttiva, semmai, sforzo inutile e inevitabile.
Ho incontrato Sofia Torre, e l’ho intervistata.
Sofia Torre, una domanda di contesto, per sgombrare il campo da ogni equivoco: di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
Io non ho voluto dare categorizzazioni precise dell’amore, perché l’amore è una faccenda biecamente individuale. Facciamo fatica, tutti e tutte, a definire cos’è. Sappiamo quando siamo innamorati, ma non sappiamo definire la qualità né la quantità delle passioni che ci attraversano. Quanto di quello che proviamo è amore romantico, quanto è ammirazione, quanto è attrazione e quanto è, per esempio, odio? Non possiamo dirlo.
Fornire una definizione dell’amore è rischioso, non credi?
Nel tentativo di definire, rischiamo di normalizzare, di dettare nuovi standard. Ma poi chi sa definirlo davvero, l’amore? È più facile descrivere il dolore, semmai.
Pathemata mathemata, come scrive Eschilo? Più amiamo e più soffriamo, più soffriamo e più amiamo, dunque più impariamo?
Dalla sofferenza non si impara niente. Non sono d’accordo con Eschilo né con Cameron quando scrive Un giorno questo dolore ti sarà utile, romanzo che peraltro ho molto amato. Volevo sottolineare proprio questo nel libro: stare male non porta da nessuna parte. Crederlo significa aderire a un ideale cattolico e capitalista, legato al pentimento, alla confessione, alla rinascita e dunque alla crescita personale, che è sempre individuale e mai collettiva.
Non serve a niente soffrire come non serve a niente amare: il tuo testo, in questo, entra molto in conflitto con i testi di Jennifer Guerra, di bell hooks ed Erich Fromm.
Detesto la retorica dell’amore come scelta e come pratica, perché presuppone la decisione consapevole di fatica che, invece, secondo me, dovremmo dedicare solo al lavoro. Il desiderio non dovrebbe essere assoggettato a logiche utilitaristiche, al gesto produttivo. È un discorso escludente: se l’amore deve servire a qualcosa, se deve dare dei risultati, cosa succede quando ti innamori, chessò, di una persona depressa o di una persona in fin dei vita? Cosa succede se stai male tu, se tu stai per morire?
Ci dicono che dobbiamo ispirare a questo, però. Che dobbiamo trovare qualcuno che sia pronto ad amarci mentre siamo in fin di vita.
Sì, ma questo pensiero ci inchioda all’idea della sofferenza, ci fa sentire come se fossimo condannati ai lavori forzati eterni.
Una retorica che esclude anche chi non guarda con desiderio all’orizzonte dell’innamoramento. In un articolo uscito qualche tempo fa sul Tascabile, a questo proposito, scrivevi: «Alcune volte non si desidera l’amore, nemmeno come esperienza collettiva e liberatoria».
Facciamo ancora fatica ad aprirci a nuove possibilità. L’amore romantico ha ancora il predominio sulle altre relazioni. È un tema certamente soggettivo, ma anche io credo che ci siano legami importanti almeno quanto è importante quello erotico-sentimentale: gli amici, le persone con cui si vive.
Torniamo al rischio della standardizzazione: lo corriamo anche mentre cerchiamo giustamente di decostruire il modo di vivere l’amore, di stare nelle relazioni. Non monogamie, coppie aperte, anarchie relazionali a volte sono solo gusci vuoti, strutture uniformanti calate dall’alto. Esiste un’alternativa?
Non credo completamente nella possibilità di una vera alternativa. Credo nel potere e in quello che diceva Foucault: anche nei gruppi di contropotere – comunità queer, cerchie femministe, collettivi – dipendiamo dalla meccanica del dominio. Qualcuno influenza, qualcuno viene dominato. Tutte le volte che si parla di alternative, di possibilità, si finisce per andare verso la standardizzazione, verso una normalizzazione che per di più è solo estetica. Il porno in questo è paradigmatico.
Cioè?
Prendi il porno femminista: inizialmente costituiva un’alternativa al mainstream e aveva parametri ben precisi. Il porno femminista metteva in scena determinati corpi, determinati piaceri, doveva essere etico, scardinare monogamia ed eterosessualità. Poi il porno mainstream si è appropriato di queste istanze e le ha svuotate di ogni significato, le ha rese puramente estetiche. Possiamo dirci decostruitə quanto vogliamo ma non lo saremo finché non abbandoneremo certe meccaniche di pensiero. Vale anche per il nostro modo di amare.
Dobbiamo liberare i nostri desideri, ma nel farlo li standardizziamo ancora: che cortocircuito! C’è possibilità di uscirne?
Non so se se ne possa uscire, sai? Ti faccio l’esempio del BDSM.
Vai.
Si parla di BDSM come si parla della dieta vegana. Il BDSM viene propagandato come un mezzo necessariamente liberatorio, emancipatorio, ma non è così per tutti. I desideri sono diversi perché noi siamo diversi. Io non credo nemmeno che sia possibile o auspicabile decolonizzare il desiderio, come molti dicono. Ideologicamente vorrei, ma c’è qualcosa che stride: non possiamo sottoporre tutto a un giudizio morale, estetico, altrimenti cosa ci rimane?
Io credo che le pratiche sessuali queer possano aiutarci a deviare rispetto alla norma eterosessuale, dunque a liberarci, ma molto spesso diventano anch’esse precettive.
Hai ragione, gli spazi alternativi ci sono, ma anche quelli vengono standardizzati. Penso alla rappresentazione delle lesbiche nelle serie tv in questo momento: Pluribus, The Beast In Me. Sono donne rappresentate sempre nello stesso modo: cisgender, in carriera, con le giacche. Se interpretiamo sempre un ruolo, se ci standardizziamo, allora non siamo liberi davvero.
È cambiato il nostro modo di amare o è solo cambiato il modo in cui performiamo l’amore?
È difficile da dire, ma sono certa che soffriamo per amore sempre nello stesso modo, in maniera intensa, irrazionale e proporzionata alle nostre coordinate socio-economiche.
L’amore costituisce un problema sempre nello stesso modo?
No, la natura della sofferenza rimane la stessa, ma l’amore è un problema sempre diverso. In un momento come questo, di grande precarietà economica, e dunque ontologica, l’amore rimane un problema ma viene relegato a meccaniche lampeggianti: soffriamo per l’orbiting, per il ghosting. Ci lamentiamo dei pochi modi di esserci. Negli anni Cinquanta, invece, il problema era opposto. Si soffriva perché l’amore era legato a una compresenza perenne, a un controllo totale.
Raccontando della tua relazione, poi terminata con P, la prima donna con la quale hai avuto una storia duratura e ufficiale, scrivi: «non avevo mai riflettuto su quanto l’orientamento sessuale potesse cambiare la percezione della nostra identità, su cosa sembrasse rivelare a chi mi guardava tenere per mano una donna con i capelli a spazzola»: sei stata un soggetto amoroso diverso quando hai amato una donna?
Sì, e mi sono sentita giudicata. Ci ho messo un attimo a capirlo. La ragazza con cui stavo mi accusava di non essere consapevole del privilegio di avere avuto storie eterosessuali. Io, a mia volta, la accusavo di essere insopportabile e melodrammatica. Poi ho capito bene la natura della sua accusa: un giorno camminavamo per strada, io le tenevo la mano con disinvoltura, lei era irrigidita, invece, non a suo agio. Ci fissavano. Sono entrata in un locale, ho ordinato due birre, il tipo al bancone mi ha guardata e mi ha detto: «sei una bellissima ragazza, perché stai con una donna?». Prima di stare con lei, amavo un uomo e le cose non andavano tanto meglio, anzi le dinamiche erano simili a quelle instaurate nelle mia relazione lesbica, eppure il legame eterosessuale era decisamente più accettato. Solo quando ho cominciato la mia relazione con P. le persone – amiche comprese, amiche queer comprese – hanno iniziato a preoccuparsi del mio istinto materno, a chiedersi cosa ne sarebbe stato della mia possibilità riproduttiva. Prima, nessunə se ne era preoccupatə.



