Polemiche in Cina: il leader del partito comunista afferma: “Torniamo a chiamarci compagni”. Ma oggi vuol dire ben altro

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Il termine ha perso il significato di partito con la progressiva occidentalizzazione della Cina.

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Non chiamatemi Presidente, non chiamatemi segretario di partito. Chiamatemi compagno“. Così parla il presidente cinese Xi Jinping al partito comunista cinese, all’interno del vademecum “Guide alla vita politica all’interno del partito nelle correnti circostanze” redatto all’indomani della sua nomina. La frase assume un valore simbolico: compagno, in cinese tongzhi, è un richiamo al termine con cui tradizionalmente si indicavano i membri del partito. Venne utilizzato per la prima volta da Sun Yat-sen, padre della rivoluzione cinese: “La rivoluzione non è ancora completa, spetta a tutti i miei compagni portarla avanti“.

Il punto però è che l’utilizzo del vocabolo in questo senso si è affievolito negli ultimi 30 anni, più o meno a partire dagli anni 80 e dall’open up voluto da Deng Xiaoping, dopo la progressiva occidentalizzazione della società cinese. Ora quel termine è regolarmente utilizzato dalla comunità LGBT, che lo utilizza per designare gli omosessuali: “Molti cinesi si vergognano ad utilizzare la parola tongxinglian (che vuol dire gay, ndr) e utilizzano tongzhi perché è un’alternativa più facile e meno imbarazzante“, afferma Fan Popo, attivista gay di Pechino. “In passato la comunità LGBT era stata fortemente criticata per essersi appropriata di un termine tradizionale, ma ormai questo è entrato nel linguaggio comune e la gente si è abituata a questo nuovo significato“.

Le affermazioni di Jinping hanno generato molto rumore: tanti leader del partito si sono dichiarati indignati, altri invece più propensi al recupero, in senso conservatore, reazionario e tradizionalista, del termine “rubato” dalla comunità omosessuale di Hong Kong degli anni 90, che ancora oggi è costretta spesso a vivere ai margini della società.

 

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