Chi ha paura della fluidità sessuale?

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Sessualità fluida significa disfare il concetto di orientamento sessuale come costrutto stabile e normativo, rivendicando il ruolo primario della soggettività umana

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Con grande lungimiranza, i giornali di costume italiani hanno scoperto la sessualità fluida nel 2016. C’è voluto un po’ di tempo ma alla fine ce l’abbiamo fatta: grazie ad un sondaggio di YouGov si è scoperto infatti che metà dei giovani inglesi (tra i 18 e i 30 anni) non si riconoscono nelle etichette etero, gay e persino bisex.  Stessa storia per gli americani (1/3 degli intervistati). Poi è arrivata Miley Cyrus che vuole far sesso con qualsiasi persona di qualsiasi sesso o orientamento sessuale purché consenziente e maggiorenne (essendo ricca ha molto tempo libero, beata lei). E allora, i giornali italiani che raramente si occupano di sessualità in maniera interessante aldilà della cronaca nera, hanno partorito una serie di articoli banali e confusi sulla fluidità sessuale, il pansessualismo, transessualismo persino l’intersessualità, mettendo tutto in un minestrone indigesto che neanche Judith Butler avrebbe saputo districare. Immancabile inoltre la photogallery della modella Cara Delevigne, bisessuale e con un cognome da intestazione di un Centro commerciale di provincia e proprio per questo iconica. Il messaggio subliminale è che si tratta di una nuova moda passeggera, come i pantaloni coi risvoltini o lo shatush, di cui Centro Commerciale Delevigne è finita ad essere suo malgrado testimonial.

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Ho provato a comprendere questo stupore mediatico, questa confusione generale, questa sciatteria collettiva, senza riuscirci. Posso capire la mia vicina di casa ottantenne per cui il massimo della trasgressione è guardare le repliche di Terra Nostra su Rete Quattro, ma questi giornalisti italiani di costume dove hanno vissuto negli ultimi 30 anni? Non guardano le serie televisive americane? Non hanno mai visto un video musicale di Lady Gaga? Neanche letto il New Yorker? Vorrei sapere di che si meravigliano?

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Questa confusione costruita ad arte è stata (ovviamente) strumentalizzata da alcuni ambienti politici per spaventare l’opinione pubblica: i giornali di destra hanno scritto pezzi apocalittici sul sondaggio di YouGov nel quale spiegavano che la sessualità fluida è praticamente l’anticristo (in un epoca in cui il mondo ha qualche problemuccio leggermente più grave tipo il terrorismo e i cambiamenti climatici per esempio…). Qualche parlamentare teocon avrà sicuramente depositato un’interrogazione in cui si richiede al governo italiano di bombardare l’attico londinese della povera Centro Commerciale Delevigne.

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Ma la sessualità fluida non è l’apocalisse né la fine della civiltà , semmai è la presa di coscienza della nostra umanità dopo secoli di repressione e pigrizia. Dire che nella vita l’esperienza della sessualità e dell’affettività- fra adulti consenzienti- può essere fluida, dinamica, contraddittoria è prendere atto che in quanto esseri umani, siamo fatti di desideri e i desideri hanno una forza che non può essere ristretta nei costrutti sociali.  Si può essere etero, gay, bisex. Si può non essere nessuna di queste cose. Si può cambiare. Si può tornare sui propri passi. Si può essere poliamorosi. Si può vivere la monogamia in coppia. Senza imposizioni.

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Parlare di sessualità fluida significa dunque disfare il concetto di orientamento sessuale, come costrutto stabile e normativo, rivendicando il ruolo primario della soggettività umana, la contingenza delle esperienze e dei desideri. La differenza con il passato è che un tempo tutte queste belle cose venivano forzatamente vissute nelle camere da letto degli alberghi di periferia, oggi invece acquisiscono fortunatamente una dimensione pubblica, politica, che scardina la visione normativa e gerarchicamente ordinata dei rapporti fra i generi e gli orientamenti sessuali. Non ci sono dunque strade obbligate da percorrere, contenitori in cui farsi mettere, ognuno può e deve scegliere per sé il proprio modo di vivere l’affettività e il sesso. Senza sensi di colpa. Lo racconta bene la storia di Annalise Keating, protagonista de Le regole del delitto perfetto: avvocata di successo, con un marito defunto e un amante aitante, nella seconda serie scopriamo che ha avuto una lunga storia d’amore giovanile con la stupenda Famke Jensen. La sua fluidità sessuale però non ci viene presentata come un dramma, semplicemente come un fatto acquisito. Annalise ha amato una donna e poi è tornata agli uomini, senza bisogno di auto-definirsi; se fosse stata una fiction italiota ci sarebbero stati nel frattempo sei tentativi di suicidio e almeno una depressione grave splendidamente impersonata da Margherita Buy. Invece quel genio di Shonda Rhimes, creatrice della serie, ha semplicemente raccontato una storia dei nostri tempi: una donna libera che ama come/chi cavolo le pare senza dover rendere conto a nessuno, nemmeno a YouGov.

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