Icone gay: tra sfigate e nullità

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A volte le icone sono tali solo per alcuni. Esistono però alcune caratteristiche comuni che permettono di raggrupparle in tre macro gruppi: la stronza, la sfigata, quella che...

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Sono in macchina con un amico molto introdotto nel rutilante mondo della televisione che mi racconta: «Ieri ero in redazione quando sento un autore che parla al telefono tutto entusiasta con Anna Pettinelli e le dice: "Anna ti giuro, tu sei un’autentica icona gay! Ti adoriamo!"». Poi si gira verso di me per avere una conferma retorica: «Ma da quando la Pettinelli è un’icona gay?». «Beh, ha una carriera mai decollata, cerca di essere dappertutto senza nessun motivo specifico, il più delle volte fa interventi insopportabili ed è pure un po’ sovrappeso. In effetti può

piacere parecchio agli omosessuali», constato mentre siamo incolonnati nel traffico del sabato sera. Cos’è quindi che rende un personaggio più o meno noto, più o meno di talento un’icona gay? Quali sono le doti necessarie per assurgere agli onori degli altarini casalinghi degli omosessuali? Di cosa hanno bisogno perché ci siano degli uomini pronti a seguirle nelle loro carriere spesso sciagurate e brillanti quanto una pozzanghera di greggio?

In effetti non è facile tracciare un profilo definito se non il sesso, che è sempre e solo femminile ad eccezione di Amanda Lear (super icona gay) sulla cui sessualità ancora aleggia un velo di mistero, un po’ come per l’omosessualità di Roberto Bolle. Poi certo, i punti-icona aumentano quanto più si è condotta una vita costellata di insuccessi professionali, tradimenti amorosi subiti e possibilmente una morte tragica in qualche incidente, tanto meglio se si tratta di suicidio. Il talento artistico è un requisito non fondamentale dal momento che il più delle volte si tratta di donne pronte a tutto ma incapaci di fare nulla.

È pleonastico ma solo i gay hanno il potere di decretare l’iconicità di una donna e quasi ogni gay ha la propria icona feticcio unica e personale, un po’ come l’angelo custode. Certo fa strano pensare che nella stessa categoria possano convivere punte eccelse di divinità come Lady D e, appunto, Anna Pettinelli, ma il giudizio è talmente soggettivo che preclude ogni critica che voglia avere un minimo di razionalità. Una volta ho persino conosciuto un ragazzo che si vantava d’essere il presidente del Fan Club di Wilma De Angelis del quale, sono convinto, fosse non solo gestore ma anche unico affiliato.

Il più delle volte basta anche una semplice dichiarazione della star a favore dei gay per trasformarla in mito. Basta anche una cosa semplice tipo "credo che in fondo gli omosessuali siano esseri umani quasi come noi" e il gioco è fatto! E anche se sei una ex di Non è la Rai che da allora ha brancolato nel buio dell’anonimato, basta shakerare il culo una sera a Muccassassina e male che vada 2 canzoni sul palco la sera del Pride con una pletora di imberbi invertiti plaudenti te le sei garantite.

È inoltre vero che spesso si continuano ad idolatrare anche icone in odore di formalina alle quali, come ad ogni mummia che si rispetti, hanno asportato i brandelli di cervello prima della mummificazione come Patty Pravo che nelle sue ultime dichiarazioni ha espresso la sua insofferenza nei confronti dell’invasione dei gay pride lungo le strade delle città italiane. Cosa piuttosto deprimente detto da una che, se non fosse stato per gli omo-invasori, la sua carriera si sarebbe fermata al Piper. Come abbiamo detto ogni icona è spesso tale solo per alcuni (se non per uno soltanto), eppure esistono delle caratteristiche comuni che permettono di raggrupparle comunque in tre macro gruppi che ne definiscono sommariamente il carattere.

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1. Le stronze. Incarnate perfettamente da Jackie Kennedy. Donna impositiva, volitiva, raffinata e castrante al punto da far sospettare che la morte del figlio sia stato un suicidio causato dall’esasperante presenza materna piuttosto che un tragico errore di volo. Le icone appartenenti a questo gruppo sono di quelle che hanno condotto la loro vita sempre al timone, a discapito di chi gli si poneva di fronte. Insomma, un esempio perfetto di quello che tutti noi vorremmo essere se attraversassimo con una zattera lo Stige degli ormoni.

2. La sfigata.

Una per tutte: Maria Callas. Certo grande successo planetario, voce unica e inconfondibile, ma scesa dal palco la sua è stata la vita di una disgraziata. Nata grassa (e pure bruttarella) riuscì a raggiungere una taglia decente costringendosi a pasteggiare a base di acqua e tenia. E tutto questo per piacere poi a uomini sbagliati che l’hanno sempre mortificata come il più famoso Onassis. Cosa che avrebbe avuto senso fosse stato almeno un bell’uomo, ma incaponirsi per uno dalla faccia di un pesce gatto per giunta buzzurro e violento la dice lunga sul suo masochismo. Alla fine, apoteosi dell’icona gay, morì affogata nelle sue stesse lacrime ottenendo mille punti icona. 

3. Quella che dovrebbe ma che nessuno si sogna di adottare come icona gay. Una su tutti: Sojourner Truth. Nata in catene alla fine del Settecento negli Stati Uniti d’America lottò tutta la vita per l’abolizione della schiavitù. Passò alla storia per il suo discorso alla convention dell’Ohio per i diritti della donna nel 1851 intitolato: "Non è forse una donna?" (il testo è molto bello e se vi capita cercatelo su internet). Donne come questa darebbero un vero senso al concetto di icona, ma la sua più grande pecca è stata quella di non essere mai andata in giro senza mutande, di non aver mai fatto dentro e fuori dai centri di riabilitazione e soprattutto di non essersi mai esibita in concerti dove dalle tette partivano fuochi d’artificio visibili fino a 500 metri di distanza.

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