La mia educazione sentimentale online

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"Per un bel po' ho pensato che l'amore sarebbe arrivato a me tipo download, velocemente, semplicemente beccando il profilo giusto".

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Sono un nativo sentimentale digitale. Ho iniziato a usare le chat a tredici anni, col primo computer regalo di mio nonno. Uno scatolone lento, col quale dovevo elemosinare in ginocchio la connessione internet, all’epoca carissima. Un lusso. Non ho mai avuto una storia o una liaison nata dalla vita reale, tridimensionale, perché da sempre mi sono mosso nel mondo con una socialità livello Emily Dickinson. L’unico modo per procacciarmi filarini o amanti è stato sempre e solo il web. Indi mi propongo come caso di studio: usatemi per capire il cuore del futuro, l’amore del nuovo millennio.

Son stato campione di proiezioni e distorsioni immaginifiche: con due o tre informazioni sul contatto gaydar o gayromeo di turno divenni gran bravo, sin dalla prima adolescenza, nel dar vita a tutte delle epopee in pieno stile provenzale ovvero proto-romantico, in cui sia chiaro il sesso contava pochissimo. Cercavo l’amore. Perlopiù. Se era solo sesso era un tormento: mi ci costringevo e poi mi pentivo. Condizionamento cattolico? Direi più sistema nervoso inadatto.

In rete ho conosciuto cartomanti della tv, ragazzi padri, ex porno attori, principi, pompieri, trafficanti di giocattoli, diplomatici del Vaticano, marchette di piazza Trento, monotesticoli, romantici microdotati e inservibili maxi, massoni, Asperger, divoratori di minestrone, dispenser di illusioni, commessi a vita e infine poi il destino.

Dai 18 ai 28 anni ho fatto questi periodici, ricorrenti bagni di umanità, sospinto dall’eccitazione o dai moti del cuore. Ho conosciuto persone che mai avrei pensato: ragazzi, uomini, incantevoli e laidi. Alla fine ho trovato l’amorePerfino il mio primo coming out fu dovuto all’euforia per le conoscenze online. Avevo 14 o 15 anni. Mi sentivo con uno. Trentenne, brianzolo. Un ballerino decisamente tamarro. Nella mia mente l’ho associato irrimediabilemente a Cattelan, l’artista. Per il viso, il profilo, la forma del naso. Mi ci sentivo e volevo incontrarlo. Ma non so perché, prima chiesi il permesso a mia madre. E per introdurre la richiesta mi toccò chiarire due o tre cose.

Ricordo che mia madre stava sul cesso. Forse era incinta. Mamma ma te l’aspettavi? Mah, più o meno, però poi tutti questi calendari. Sì, perché all’epoca ero fissato coi calendari delle starlette, quelli che uscivano con le riviste. Paola Barale, Alessia Marcuzzi, Valeria Marini: come un camionista allupato mi segnavo il giorno d’uscita e mi fiondavo in edicola a procurarmeli. Ma così, per suggestione estetica, mica per altro. Lei comunque mi disse di no: non ci puoi uscire. Figuratevi, mia madre è paranoica: ho cominciato a uscire coi ragazzi conosciuti su internet quando ho smesso di pensare che avevo bisogno di chiederle il permesso per farlo.

In rete si becca di tutto: ho chattato con preti, con gente che mi voleva portare a far le orge con giocatori di calcio in incognito, ho persino trovato il mio professore di religione del liceo, che aveva in simpatia soprattutto i maschi e spesso li chiamava “pisello”. Quindi insomma non proprio una rivelazione. I miei amori interrotti e il più delle volte solo immaginati, così come le due storie che ho avuto finora, son tutti arrivati da lì. Dal vivo non ho mai conosciuto nessuno, non c’ho manco mai provato. Anzi no, balle. Una volta almeno sì, l’ho fatto. A un aperitivo di classe, tipo in quinta liceo. In un tavolo nei pressi nel nostro c’era un tipo, molto bello. Più grande. Avevo bevuto, le mie compagne mi spronavano: dai, provaci.

Ciao, vuoi venire fuori a fumare una sigaretta?

Intanto la tengo in mano, la sigaretta, come a fornire una didascalia di quello che sto dicendo.

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Lui mi fissa per un due secondi.

No.

Lo sguardo in una indecifrabile terra di mezzo tra l’interrogativo e lo schifo.

Per un bel po’ ho pensato che l’amore sarebbe arrivato a me tipo download, velocemente, semplicemente beccando il profilo giusto. Ho pagato piuttosto caro, per anni, il distacco dalla realtà, l’abitudine a voler tutto e subito. Ho fatto scappare un sacco di ragazzi con la mia sindrome del visto-selezionato-ok, ti amo: se per molti internet era ed è solo un mezzo per agganciare e poi chissà, nel mio caso mi ha proprio irregimentato la testa o meglio ha incentivato la mia codardia, il mio aver paura del rifiuto e l’attaccarmi con troppa foga all’ipotesi di una relazione.

Ti ho conosciuto, abbiamo chattato, ora siamo pronti per un amore che duri per sempre.

Com’è avere il coraggio di rivolgere, per la prima volta, dal vivo, la parola a qualcuno che ti piace?

Che forza sovrumana devi avere per pronunciare quelle frasi azzardate che si assumono il rischio di suscitare dolore?

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