Natalia Aspesi: “La vera coppia è quella gay, la maternità surrogata è una libertà delle donne”

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Il punto di vista di una grande osservatrice dei costumi italiani.

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Su Repubblica di oggi questa bella intervista di Pasquale Quaranta alla giornalista Natalia Aspesi su omosessualità e questioni LGBT.

Gay e media? E cosa dovrei dire? Non sono né donna né gay, né lesbica né trans: ormai sono solo una vecchia“. Scherza Natalia Aspesi spiegando perché non parteciperà al dibattito su omosessualità e media al Festival del giornalismo di Perugia (in programma dal 5 al 9 aprile).

Nella sua casa in centro a Milano ci sono libri ovunque, e una biblioteca ricca ordinata per sezioni: “I giornalisti dovrebbero avere i libri di carta, non solo Internet. Guardi, ho anche una biblioteca gay” esclama orgogliosa. Dagli scaffali spuntano alcune etichette in cartoncino bianco: ‘Omosex – diritti’, ‘Psicologia gay’, ‘Sessualità lesbica’.

Posso capire che non sia lesbica, ma perché non donna?
Io direi che sono una persona: ora uomo o donna, etero o lesbica, insomma alla fin fine queste differenze riguardano il sesso e alla mia età, purtroppo, quella cosa lì non solo non succede, ma non la vorrei manco morta! Se dovessi vedere un uomo nudo, scapperei di corsa“.

Ha raccontato di aver avuto grandi amori, mai un gay?
Ma lo sa che da giovane ho avuto anche un fidanzato gay? Erano gli anni Cinquanta e mi ricordo che la mamma di questo mio fidanzato un giorno mi disse (le mamme sono tremende): ‘Sai… dovresti dire a Riccardo che questo ragazzo che dorme con lui dovrebbe lavarsi di più i piedi’. ‘Forse dovrebbe dirglielo lei, signora, io non dovrei nemmeno sapere che dorme con un altro ragazzo’, le risposi“.

Negli anni Cinquanta molti omosessuali si sposavano per nascondere il loro orientamento sessuale
Eravamo un gruppo di ragazze, più o meno carine, insomma tendenti al bruttino, e tutte abbiamo avuto un fidanzato gay: c’è chi però alla fine l’ha capito. Una sera Riccardo mi ha portata a vedere i Legnanesi ed è stato talmente assalito da amici con la giacca di lamé che gli ho detto ‘Scusa eh…’. Lo lasciai subito“.

La sua rubrica sul Venerdì di Repubblica, Questioni di cuore, è stata un rifugio per molte persone omosessuali.
Ho ricevute migliaia di lettere. Quello che ho cercato di fare, era di non rispondere mai all’omosessualità, ma al problema che mi si poneva: se il tuo compagno ti tradisce, il problema è il tradimento; vuoi piantare il tuo compagno? Il problema è l’abbandono. A meno che qualcuno, magari vivendo in qualche piccolo paese, non aveva il coraggio di rivelarsi e allora lì il problema era il coming out“.

Come si è evoluto il linguaggio su questi temi?
Solo una minoranza parlava di sé in quanto omosessuale. Quando si è cominciato a parlare di diritti civili, hanno iniziato a scrivermi delle vecchie coppie di uomini per dirmi che avrebbero desiderato unirsi civilmente. Le lettere che ho ricevuto e ricevo, checché ne dicano i miei colleghi, sono scritte da persone più colte e più preparate di noi giornalisti. Sono scritte perfettamente, in più c’è una capacità rara di autoanalisi“.

Le hanno mai scritto sacerdoti gay o suore lesbiche?
Preti sì, le suore no: sono più furbe, stan zitte“.

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Cosa le scrivono oggi?
Tranne poche lettere di chi ancora non osa, e soffre moltissimo, oggi gli omosessuali che mi scrivono sono in realtà pochissimi. Sono più liberi, non hanno più bisogno di raccontarmelo, hanno altri canali. Mi scrivono per lo più gli eterosessuali, che continuano a esprimere il loro disagio, il loro scontento“.

Potremmo dire che quelli ‘ghettizzati’ oggi sono gli eterosessuali? Chi è rimasto più indietro?
Forse le donne lo sono ancora, naturalmente in maniera molto diversa dal passato. Ancora oggi sentono, tranne quelle un po’ più evolute, la necessità e il dovere di sposarsi e di fare figli, la società lo pretende“.

Oggi le persone omosessuali mettono su famiglia. Cosa ne pensa?
Io non li capisco, perché non ho mai voluto figli. E per questo vengo odiata“.

C’è un dibattito interno alla comunità lgbt sul rischio di omologazione e appiattimento sul matrimonio eterosessuale
Su questo sono molto incerta. I miei amici mi raccontano di quanto si divertivano negli anni Cinquanta. Nel silenzio assoluto avevano casini meravigliosi, come Charlus, degli incontri segreti stupefacenti. C’è un mio amico importante a Roma che mi dice: ‘Noi ci divertivamo così tanto perché eravamo liberi, non dovevamo fare la famiglia, non potevamo fare i figli, dovevamo vivere da clandestini. Ma che bello!‘”.

Sembra di ascoltare Arbasino: gli omosessuali vivevano come ‘pesci nell’acqua’?
Ecco, io capisco che nell’impossibilità di vivere apertamente uno trovasse anche piacere, un divertimento completo, ma capisco anche chi desidera avere dei figli. È un’omologazione, si dirà: ma perché no? Non credo che avere due padri sia diverso. Ad esempio mio papà è morto che io avevo quattro anni. Ho vissuto tutta la vita con mia sorella, mia mamma, e una zia vedova con una figlia. Eravamo una tribù di donne e siamo cresciute benissimo“.

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