Sesso, droga e perdizione: il lato oscuro del chemsex raccontato a teatro

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Un attore dell'opera intervistato da Attitude: "Sono i nostri amici quelli nei club, poi negli ospedali, poi nelle cliniche".

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Rich Watkins è la voce narrante nella nuova opera teatrale “The Chemsex Monologues” al teatro Dragonflies di Londra. Il protagonista è un ragazzo che viene introdotto nella scena gay londinese e incontra un’ampia varietà di personaggi collegati alla comunità LGBT: l’opera esplora il lato oscuro del chemsex e delle persone che ne fanno uso. In questa intervista rilasciata a Attitude Rich parla dell’opera, della reazione dei media e della sua personale esperienza come ragazzo gay di Londra.

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Raccontaci di “The Chemsex Monologues”, di cosa parla l’opera, di quale ruolo hai.

The Chemsex Monologues è un raccolta di cinque monologhi e ognuno di questi affronta il chemsex da prospettive diverse, alcune delle quali non ti aspetteresti di trovare in una opera sulla comunità gay maschile. Incontriamo infatti la migliore amica donna, l’infermiere dagli occhi chiari, la pornostar e l’anima perduta. A differenza di altre rappresentazioni di quest’opera che ho visto,  i monologhi non vogliono né shockare ne creare sensazionalismi. Questa opera esplora l’animo delle persone che vivono la scena dei locali gay, gente che noi possiamo tranquillamente incontrare ogni giorno qui a Londra. Io recito la parte di un giovane che, essendo ritornato a Londra dopo del tempo passato all’estero, ha una notte particolarmente alcolica a Soho la quale sfocia in una ancora più “edonistica” in un club di Vauxhall, dove incontra un ragazzo attraente e dolce che lo introduce al G e passa un’incredibile notte con lui.

Quali sono state le tue impressioni la prima volta che hai letto la trama?

Ho amato l’opera dal momento in cui l’ho letta. Ho passato ore a discutere i monologhi con Patrick Cash, lo scrittore. L’abilità di Pat nell’entrare nel cuore di ogni personaggio che descrive è veramente speciale. In un paio di frasi tu capisci esattamente chi sia il personaggio e quale vita lo ha portato fino a questo punto.

Ci sono parti divertenti oltre a quelle più oscure?

L’opera è veramente divertente grazie alla capacità e al talento dei miei colleghi, ma diventa viva quando entra nella verità emozionale della situazione dopo i momenti di commedia. Grazie alla direzione di Luke Davis l’opera ti fa ridere e poi improvvisamente si capovolge e colpisce duro, il che riflette la verità del mondo chemsex dove è tutto divertimento e giochi… finché non lo è più.

Come giovane uomo londinese quest’opera riflette la tua esperienza nella città?

Senza entrare nella mia vita privata questo è un mondo che ho vissuto più e più volte, così tanto che comincio a credere che il chemsex sia parte di Londra con il Big Ben e il Tube. Penso sia difficile trovare un uomo gay londinese che non ha sentito l’impatto dell’onda chemsex. Essa è dappertutto, nei clubs di Vauxhall, negli edifici di Soho, nei locali sottoterra di Shoreditch. Quindi quest’opera è veramente importante.

Pensi che quello che dicono i media del chemsex sia fuori da ogni proporzione o è un problema così pesante?

Trovo giusto che i media parlino del problema chemsex e trovo che la maggioranza dei reportage abbiano fatto un buon lavoro nell’aumentare la consapevolezza. Però questo è un problema veramente complesso, che va oltre al binomio droga e feste: noi sappiamo che i media hanno un’attitudine al sensazionalismo e questo è un vero pericolo, perché fa dimenticare che ci sono persone che sono coinvolte nel problema del chemsex. Quello che viene spesso ignorato è come la salute mentale possa essere condizionata da questo trend. Le conseguenze sulla salute mentale meritano altrettanta attenzione rispetto alle conseguenze fisiche.

Che risposta dà l’opera, se ne dà una, al perché così tanti uomini gay fanno uso di droghe?

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C’è una scena bellissima in cui l’infermiere riflette su questa questione, chiedendosi perché così tanti uomini gay sentono il bisogno di essere altro da loro stessi. L’opera non dà un risposta sul perché, semplicemente non esiste una risposta che vada bene a tutti. Invece l’opera mostra la varietà di casi che compongono quel mondo e incoraggia l’audience a farsi una propria opinione su questo tema, ampio e complicato.

Cosa diresti a un ragazzo che si descrive un “bravo” perché non fa uso di droghe?

A essere onesti, mi farei delle domande su chiunque si definisca un “bravo” ragazzo. Vuol dire che allora ci sono i “cattivi” ragazzi? Siamo forse a una competizione dove si vince qualcosa se si è il più bravo? E se ci sono ragazzi bravi, allora ci sono anche i ragazzi “più bravi”. Una Regina George della scena gay, forse? Distinguere tra buoni e cattivi ci porta in un territorio molto difficile che non aiuta nessuno.

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