Io, creduto sieropositivo per un mese: ma il test era sbagliato

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Un’esperienza allucinante: una vicenda che racconta di pregiudizi, angherie, mancanza di professionalità, di feroci tabù che resero ancora più difficile il vissuto dell’AIDS.

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Il 7 gennaio 1988 sono stato ricoverato presso il reparto d’urgenza 4° C.T.V. dell’Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano con la seguente diagnosi: “frattura scomposta pluriframmentaria distale tibia e bifocale di perone a sinistra”. I medici mi assicurarono che dopo 21 giorni di trazione, sarei stato operato, invece, nel momento cruciale, quando già ero in sala operatoria, mi comunicarono che l’intervento chirurgico non era più necessario.

test positivo

L’indomani, dopo avermi ingessato, mi dimisero e, contemporaneamente, mi informarono che risultavo positivo al test HIV, test che, peraltro, io non avevo mai richiesto. Tornai a casa letteralmente distrutto, sia perché ero immobilizzato, sia perché la notizia della sieropositività capitava in un momento già particolarmente negativo. La prima decisione che presi fu quella di mettere al corrente i miei amici e la mia famiglia. Contemporaneamente comunicai al mio socio che non avevo più alcuna intenzione di acquistare un negozio, come era nei nostri programmi prima del ricovero, in quanto mi ritrovavo completamente demotivato. Durante quei primi giorni a casa lessi attentamente su “la Repubblica” l’inchiesta di Paolo Guzzanti, in cui, tra le altre cose, si affermava che per i sieropositivi non esistevano speranze. Passai un mese d’inferno, reso ancora più deprimente dall’impossibilità di uscire di casa per svagarmi. Ma finalmente giunse il giorno in cui con l’aiuto delle stampelle riuscii a muovermi e la prima cosa che feci fu di andare al CAVE (Centro Anti Venereo) a rifare il test HIV. Dopo una decina di giorni mi recai a ritirare l’esito, e scoprii così di essere sieronegativo. Ma non ci potevo credere. Ormai la “sindrome da AIDS” mi aveva coinvolto oltremisura, quindi, sempre presso il CAVE, chiesi ai medici di ripetere il test che, per la seconda volta consecutiva risultò negativo.

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Tornai così all’ospedale Gaetano Pini e, approfittando del fatto che dovevo togliere il gesso, chiesi spiegazioni sull’accaduto. Mi dissero che in effetti anche lì avevano effettuato un nuovo prelievo, con risultato negativo ma essendo già stato dimesso, la responsabile di sala, una suora, si era dimenticata di comunicarmelo a casa. A causa di questa “dimenticanza” ho passato un mese da sieropositivo, con tutti i problemi e le angosce che questo comportava. Al Gaetano Pini contestai il fatto di avermi diagnosticato un esame sebbene io non l’avessi richiesto e di avermene comunicato i risultati (errati) con eccessiva leggerezza, ma soprattutto contestai il fatto di avermi tenuto all’oscuro dell’esito dell’esame successivo, per il quale risultavo sieronegativo.

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Tutto è bene ciò che finisce bene; ma chi mi ripaga degli ingenti danni psicologici, economici e altro che ho dovuto subire? Non ho mai chiesto risarcimento danni all’Ospedale Pini perché avevo deciso di rimuovere completamente questa vicenda e perché non me la sentivo di affrontare una causa in tribunale che sarebbe durata anni.

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